Già nel 1474 l'Università di Ferrara contava 45 professori, largamente retribuiti. Ercole ne aumentò il numero. Nel primo anno del suo regno fu anche introdotta l'arte tipografica.[217]

Nell'indole del popolo, come nel carattere della città, una disposizione seria si direbbe che sia l'impronta fondamentale e più risaltante. Con essa si disposava il bisogno di speculazione e di critica, come pure delle scienze esatte. Girolamo Savonarola, il profeta fanatico in quel deserto morale dei tempi borgiani, nacque in Ferrara. Lucrezia ebbe forse spesso a ricordarsi di quest'uomo, nel quale il padre suo per mano del carnefice aveva fatto soffocare la protesta delle anime ancora credenti e pure contro il Papato di lui.

L'astronomia e la matematica, le scienze naturali in generale e la medicina, che allora insieme con quelle era parte integrante delle discipline filosofiche, fiorirono specialmente in Ferrara. Il Savonarola stesso aveva dovuto studiar medicina. Suo avo Michele, celebre medico di Padova, era stato chiamato a Ferrara da Niccolò III.[218] Come medico, matematico e filosofo ed anche qual filologo vi brillava dal 1464 il vicentino Niccolò Leoniceno. Ai piedi suoi sedettero tali, che poscia furono i più famosi eruditi e poeti d'Italia. Egli formava ancora l'orgoglio di Ferrara, quando v'andò Lucrezia. Invece il grande matematico Domenico Maria Novara insegnava allora in Bologna, ove aveva avuto a discepolo il Copernico.

Da questa Università vennero fuori grandi umanisti, che al tempo dell'arrivo di Lucrezia erano ancora bambini o giovanetti, fra i quali i due Giraldi e quel geniale Celio Calcagnini, che le aveva dedicato una poesia per nozze. Tutti questi uomini erano ben veduti alla corte degli Este, essendo persone tutt'altro che esclusive, ma d'ingegno versatili e facili nella forma. In verità, solo più tardi, quando la divisione del lavoro e la necessaria limitazione professionale prevalse nella scienza, la viva erudizione dell'umanismo si trasformò in pedanteria di casta.

Ma soprattutto alla poesia, e ad una particolar forma di essa, la città di Ferrara, proprio nell'epoca di Lucrezia, diè impronta affatto speciale ed assolutamente romantica. Per questa via potette divenire una di quelle città, che pe' tardi nepoti sono ancora luoghi di pellegrinaggio della civiltà. Ferrara produsse molti poeti in ambedue le lingue, latina e italiana. Pressochè tutti quegli eruditi poetavano in latino. La più parte non erano certamente che gelidi facitori di versi; ma alcuni s'elevarono al più alto grado nella letteratura poetica, sicchè anche oggi non sono dimenticati. Eran tra questi specialmente i due Strozzi, padre e figlio, e Antonio Tebaldeo. Se non che, a petto di tali poeti neolatini, ebbero importanza di gran lunga maggiore quei che in lingua italiana seppero svolgere e perfezionare l'arte epico-romantica. La lussuriosa e tanto splendida corte di Ferrara, con quel carattere di forte romanticismo, onde la casa degli Este erasi circondata, mentre la storia sua rimontava al tempo eroico medievale, con quella eletta nobiltà e col moderno sentimento cavalleresco, favoreggiava già per propria essenza il culto del genere epico. Ma s'aggiungeva anche, come fondo adatto e propizio, la città con la sua propria storia e col suo carattere architettonico. In Ferrara, come in Firenze, non vi ha monumenti dell'antichità romana: tutto appartiene al Medio Evo. Lucrezia non trovò più nella corte di Ercole l'amico di lui, il Bojardo, il celebre poeta dell'Orlando Innamorato. Ma forse viveva ancora il cantore di Mambriano, Francesco Cieco. Ed abbiamo già visto come l'Ariosto, quegli che presto doveva oscurare la gloria de' due precursori, avesse offerto gli omaggi suoi a Lucrezia.

Meno prospera vita delle scienze e della poesia ebbero in Ferrara le arti belle. Pure, se non vi produssero maestri di prim'ordine, come Raffaello o Tiziano, vi tennero, ad ogni modo, non ispregevole luogo per la coltura italiana. Gli Este coltivarono la pittura. I palazzi loro fecero ornare con affreschi, de' quali rimangono ancora alcuni notevoli per originalità, come quelli che ultimamente, nel 1840, furono scoperti nel Palazzo di Schifanoja. Una scuola indigena venne in gran reputazione sino dalla metà del XV secolo. Ne fu capo Cosimo Tura. Uscirono da essa due ragguardevoli pittori, Dosso Dossi e Benvenuto Tisio, il quale sotto nome di Garofalo divenne celebre come uno de' migliori discepoli di Raffaello. Le opere di questi pittori, entrambi contemporanei di Lucrezia — Garofalo era più giovane di un anno — ornano ancora molte chiese di Ferrara, e sono altresì il principale decoro della Pinacoteca.

Tal'era, ne' tratti suoi più essenziali, la città di Ferrara; e tale pure la vita spirituale, ond'era animata, intorno il 1502. È evidente che, oltre lo splendore della corte e la politica importanza, come capitale dello Stato, anche la vita interiore v'era fervida e rigogliosa. Alcuni cronisti affermano, che il numero degli abitanti toccasse allora i 100,000. Fosse pure la cifra esagerata, ad ogni modo, al principio del XVI secolo, all'epoca sua fiorente, Ferrara dovett'essere più popolosa di Roma. Era città prospera ed agiata: accanto alla nobiltà, una borghesia operosa, mercè l'industria, massime la fabbricazione di panni, e mercè il commercio, vi si procacciava un tranquillo godimento della vita.

V.

Con ogni studio Alessandro teneva dietro a quanto accadeva in Ferrara. Egli non perdeva d'occhio la figlia. Questa e gli agenti di lui lo informavano d'ogni segno di favore o disfavore, cui incontrasse. Cessata l'ebbrezza delle feste nuziali, quando Lucrezia doveva affrontare con tatto l'invidia e il sospetto e formarsi nella corte un solido stato, potevano forse esserle serbati giorni difficili e penosi. Le informazioni di costei rassicurarono Alessandro, specialmente rispetto al contegno di Alfonso. Egli non supponeva che il principe erede di Ferrara amasse la figliuola. Ma ciò che solo gl'importava era che la trattasse da moglie e la facesse madre di un principe. Sentito che Don Alfonso passava la notte con Lucrezia, n'espresse grande soddisfazione all'ambasciatore ferrarese. «Certamente di giorno egli va altrove, giovane qual è, pel piacer suo; ma in ciò fa molto bene:» così pensava Sua Santità.[219]

Egli ottenne pure che il duca désse alla nuora, come rendita annuale, 12,000 ducati invece di 6000, come colui voleva. Lucrezia era difatti liberale e aveva bisogno di molto.