Frattanto Cesare apparecchiavasi a condurre a termine quelle imprese, di cui gli erano mallevadori insieme il parentado con Ferrara e l'assenso di Francia. Dopochè ebbe fatto sgozzare in Castel Sant'Angelo il giovane Astorre Manfredi, mosse il 13 giugno per Romagna. Trasse in inganno l'ingenuo Guidobaldo d'Urbino, e ad un tratto s'impadronì dello Stato di lui. Ciò fu il 21 giugno. Il duca fuggiasco riparò a Mantova: poi andò con la moglie a Venezia.

Ora Cesare si rivolse contro Camerino. Trasse in agguato i Varano, e li fece trucidare: solo uno scampò. Di tutte le sue geste egli informava la corte di Ferrara. Ed Ercole non si vergognava di felicitarlo di atrocità, mercè le quali principi amici o prossimi parenti di lui avevan subito la estrema rovina. Da Urbino scrisse alla sorella questa lettera:

«Illustrissima Signora e Germana nostra carissima. — Tengo per certo, che per la presente indisposizione della Eccellenza Vostra non possa esservi nulla più efficace e più salutare che il sentire buone e felici nuove. Le facciamo sapere che in questo punto abbiamo avuto nuova certezza della presa di Camerino. Noi la preghiamo di far onore a codesta nuova con evidente miglioramento dello stato suo, e di volerci informare di ciò. Imperocchè per l'indisposizione sua non possiamo provar piacere nè per questa, nè per altre nuove. Noi la preghiamo pure di partecipare la presente all'Illustrissimo Signor Don Alfonso, suo marito, come a fratello nostro amatissimo, e al quale per fretta non scriviamo. — Urbino, 20 luglio 1502. Di Vostra Eccellenza fratello, il quale l'ama come se stesso, Cesare.»[220]

Poco dopo Cesare fece alla sorella la sorpresa di una visita nel Palazzo Belfiore. Vi giunse con cinque cavalieri travestito, il 28 luglio. Si fermò due ore appena; quindi, accompagnato sino a Modena dal cognato Alfonso, ripartì frettolosamente per recarsi in Lombardia presso il re di Francia.

In questo mentre Alessandro aveva presa una risoluzione intorno alla conquistata Camerino, interamente in opposizione con le mire di Cesare, la quale mostrava a costui, che alla fin fine la volontà del padre non era tutta e intera in poter suo. Il 2 settembre 1502 Alessandro investì di Camerino, come Ducato, quell'Infante Giovanni Borgia, nominato da lui talvolta suo, tal'altra figliuolo di Cesare, e che aveva già investito del Ducato di Nepi. Tutti questi possedimenti reggeva in nome dell'Infante il suo tutore, il cardinal di Cosenza, Francesco Borgia. V'hanno monete di questo effimero Duca di Camerino.[221]

Il 5 settembre Lucrezia, a grandissimo cordoglio di Alessandro, che aveva sperato nella nascita di un erede al trono, partorì una bambina morta. Essa ne fu gravemente malata. A questa nuova Ercole venne in fretta da Reggio, ove era ito incontro a Cesare di ritorno dalla Lombardia. Trovò Lucrezia affidata alle cure del più abile de' medici di Alessandro, il vescovo di Venosa. Il 19 settembre venne anche Cesare a visitar la sorella: restò con lei due giorni; quindi andò ad Imola.[222]

Lucrezia si sentiva opprimere in Castel Vecchio, e desiderava respirare aria migliore. L'8 ottobre andò a stare nel chiostro del Corpus Domini. Vi fu accompagnata da tutta la corte. Si riebbe in salute, e già il 22 del mese stesso, a grande gioia di tutti, come lo stesso duca Ercole scrisse a Roma, potè tornare alla sua residenza nel castello. Alfonso andò pure a Loreto a sciorre un voto fatto pel ristabilimento della moglie. La pubblica sollecitudine, di che Lucrezia nella congiuntura fu fatta segno, mostrarono che si cominciava ad amarla in Ferrara.[223]

Nel mese d'ottobre ebbe pur luogo la ribellione dei condottieri, che mancò poco non traesse Cesare a rovina. Per la defezione de' generali anche il paese d'Urbino insorse, tanto che Guidobaldo il 18 ottobre poteva già rientrare nella sua capitale. Ma la protezione di Francia e la cecità de' codardi salvarono il duca di Romagna dal più estremo pericolo. Il 31 dicembre egli si sbarazzò di quei baroni col noto strattagemma in Sinigaglia. Fu il suo capolavoro. Vitellozzo e Oliverotto fece immediatamente sgozzare. Gli Orsini, Paolo, il suocero di Jeronima Borgia, e Francesco, il duca di Gravina, che un tempo doveva essere marito di Lucrezia, incontrarono la stessa sorte il 18 gennaio 1503.

Il duca di Ferrara mandò a Cesare congratulazioni. I Gonzaga fecero altrettanto. Isabella stessa, che aveva visto scacciar da Urbino sua cognata, e il marito di questa costretto a fuggirsi di colà una seconda volta, gli scrisse lettere piene di complimenti. I Gonzaga volevano ora effettivamente impegnar la mano del loro piccolo Federigo, principe erede, con Luisa, figliuola di Cesare. E con la mediazione di Francesco Trochio già si trattava a Roma dell'affare. Ecco una lettera d'Isabella a Cesare:

«Al Signor Duca di Valenza. — Illustrissimo, etc. — De' felici progressi di Vostra Eccellenza, ch'ella con amorevole lettera ci ha significati, abbiam preso piacere e contento, quale si conviene alla mutua amicizia e alla benevolenza, che è tra lei e il nostro illustre signor consorte. Epperò in suo e in nostro nome ci congratuliamo seco per la sicurezza e prosperità conquistate; e la ringraziamo per la partecipazione e anche per l'offerta di tenerci avvisati degli ulteriori successi. Al qual proposito la preghiamo di persistere nella bontà sua. Poichè, amandola come noi facciamo, desideriamo sentire più spesso degli andamenti suoi per poterci rallegrare con lei pel bene e per l'esaltazione di Vostra Eccellenza. Ora, credendo noi che, dopo le pene e le fatiche patite in codeste sue gloriose imprese, voglia anche trovar loco di ricrearsi, mi è parso bene mandarle 100 maschere per mezzo del nostro staffiero Giovanni. Certamente noi lo riconosciamo come vile dono rispetto alla grandezza de' meriti dell'Eccellenza Vostra e anche all'animo nostro. Nullameno valga come testimonianza che, ove in questo nostro paese fosse cosa più degna e conveniente, più volentieri gliela manderemmo. Che se inoltre le maschere mancheranno della bellezza che pur si confarebbe, piaccia a Vostra Eccellenza imputarlo ai maestri di Ferrara. I quali, per la proibizione già da molti anni di mascherarsi colà in pubblico, hanno disimparato a farne. Possa quindi supplire la sincera volontà e affezione nostra verso Vostra Eccellenza. Quanto alla pratica nostra, non accade replicare altro, finchè non intendiamo da Vostra Eccellenza la risoluzione di Sua Santità, Nostro Signore, circa il caso della sicurtà, che le abbiamo fatto esplicare a voce mediante Brognolo. Onde stiamo in aspettazione per venire alla conclusione. A lei ci raccomandiamo ed offeriamo. 15 gennaio 1503.»[224]