Cesare da Acquapendente rispose così alla marchesa:
«Illustrissima Signora Commara e Sorella nostra onorandissima. — Abbiamo ricevuto il dono di Vostra Eccellenza delle 100 maschere, che mi sono state molto accette per la multiplice varietà e singolare bellezza, e ancora più per essere sopraggiunte in tempo e luogo che più al proposito non sarebbe potuto essere, come se Vostra Eccellenza ci avesse prefissa la legge e l'ordine delle imprese nostre e della nostra tornata a Roma. In vero in quel medesimo giorno ci eravamo impadroniti della città e contado di Sinigaglia con le fortezze, e punito di santa ragione i perfidi tradimenti degli avversarii nostri, e liberato altresì da tirannia Città di Castello, Fermo, Cisterna, Montone e Perugia, e ridottele all'ubbidienza di Sua Santità, Signor Nostro. Ed ora abbiamo anche deposto dal tirannico dominio, che s'era usurpato a Siena, Pandolfo Petrucci, addimostratosi contro di noi feroce nemico. E soprattutto ci sono state accettissime le maschere, perchè venivano dalla fraterna e singolare benevolenza, ch'ella, ne siamo certissimi, con l'Illustrissimo suo Signor Consorte ci porta. E di questo ella ci dà prova con l'amorevolissima lettera, con la quale ci ha mandato quel presente. Per tutte codeste cose noi dovremmo per lettera ringraziarla infinite volte, se la grandezza de' meriti suoi e del suo consorte presso di noi non rifiutasse ogni dimostrazione di parole, ricercando invece efficacità di fatti. Noi useremo le maschere, e la loro perfetta bellezza ci sparagnerà la cura di ogni altro ornamento. Quanto alla nostra comune parentela vi perseveriamo sempre con maggior fervore. Nella nostra andata a Roma ci adopereremo in guisa che Sua Santità, Signor Nostro, le dia pienissimo effetto. Al prigioniero accorderemo la libertà, siccome l'Eccellenza Vostra da noi desidera. Assumeremo subito piena informazione, e, avutala, non ci resteremo di rispondere alla Signoria Vostra Illustrissima con sua soddisfazione, e a questa ci raccomandiamo. — Dal campo papale presso Acquapendente, il primo febbraio. Di Vostra Eccellenza compare e fratello il Duca di Romagna, etc., Cesare.»[225]
Cesare s'accostava allora al sommo de' desiderii suoi, la corona reale dell'Italia centrale. Questo audace disegno però non restò che un sogno. Luigi XII gli proibì di spingersi e penetrare più in là. Gli Orsini e altri baroni dei territorii romani si levarono a lotta disperata; ond'ei dovette in fretta recarsi a Roma. Poichè Consalvo aveva abbattuto la potenza francese nel Regno di Napoli, e il 14 maggio era entrato vittorioso nella capitale, Alessandro e suo figlio cominciarono a volgersi verso Spagna. Se non che Luigi XII, per la riconquista di Napoli, mandò sotto il La Tremouille nuovo esercito, nel quale prese servizio al soldo del re anche il marchese di Mantova. Nell'agosto 1503 l'esercito s'era avanzato sin sul Patrimonio di San Pietro.
Ma ecco che in un solo e stesso giorno Alessandro e Cesare caddero malati. Il Papa morì il 18 agosto. Che entrambi siano stati in pari tempo avvelenati, è stato affermato e negato insieme. E, per quante ragioni si possa far valere in favore dell'una e dell'altra opinione, questo è sicuro che il fatto rimane incerto.
La morte del padre fu per Lucrezia, fatta astrazione da ogni sentimento personale, un avvenimento capace di mettere in forse la condizione sua in Ferrara. In realtà, la potenza di Alessandro era stata per lei saldo sostegno. Nè essa poteva dirsi ancora sicura dell'affetto duraturo del suocero nè del marito. Piuttosto Alfonso ora poteva ricordarsi di ciò che una volta gli ebbe detto Luigi XII: che, alla morte di Alessandro VI, egli non saprebbe più chi fosse la donna, la quale egli avea sposata. Il re stesso domandò un giorno all'ambasciatore di Ferrara presso la sua corte, se sapesse in che modo madonna Lucrezia aveva accolta la nuova della morte del Papa. E avendo il ministro risposto d'ignorarlo, Luigi XII gli disse: «So che non siete mai stati contenti di codesto matrimonio; questa madonna Lucrezia non è nemmeno la moglie effettiva di Don Alfonso.»[226]
Lucrezia sarebbe stata sgomenta assai, dove avesse potuto leggere la lettera che il suocero scrisse al suo ambasciatore Giangiorgio Seregni in Milano, allora in possesso de' Francesi, con la quale gli apriva l'animo suo in occasione della morte di Alessandro VI:
«Giangiorgio. — Per chiarirti di quello che da molti si è domandato, se per la morte del Papa stiamo di mala voglia, ti assicuriamo che la non ci è spiaciuta per niun capo. Piuttosto per l'onore del Nostro Signore Dio e per l'universale bene della Cristianità abbiamo già da più dì desiderato, che la divina bontà e provvidenza volesse provvedere un pastore buono ed esemplare e togliesse dalla Chiesa sua tanto scandalo. Per quel che riguarda noi peculiarmente, non potremmo altrimenti desiderare; perchè presso di noi prepondera il riguardo alla gloria di Dio e al bene dell'universale. Pure, oltre a questo, ti diciamo, che non fu mai Papa, dal quale non avessimo ricevuto grazia e piacere più che da questo, anche dopo l'affinità contratta. Avemmo da lui soltanto appena quello, cui era obbligato, mentre noi non ce ne stemmo alla fede sua. Del rimanente, in niun'altra cosa, nè grande nè mediocre nè piccola, siamo stati compiaciuti da lui. Il che crediamo in gran parte procedesse per colpa del duca di Romagna. Non avendo egli potuto fare di noi quello che avrebbe voluto, si è con noi condotto da estraneo. Giammai non si è aperto con noi; giammai non ci ha communicati gli andamenti suoi; nè noi abbiamo communicato a lui i nostri. Da ultimo, inclinando egli a Spagna, e vedendoci noi buoni francesi, non avevamo mai da sperare piacere alcuno nè dal Papa nè da Sua Signoria. Per questo tal morte non ci è dispiaciuta; mentre non avevamo ad aspettarci che male dalla possanza del nominato duca. Noi vogliamo che tu communichi puntualmente questo nostro secreto al Gran Maestro (Chaumont), al quale non vogliamo che sia celato l'animo nostro. Con altri però parlane sobriamente. Respingerai poscia la presente indietro a messer Gian Luca (Pozzi) nostro Consigliere. — Belriguardo, 24 agosto 1503.»[227]
Questo linguaggio era molto schietto. Tenuto conto de' grandi beneficii venuti allo Stato suo dall'unione con Lucrezia, si sarebbe forse potuto dare ad Ercole dell'ingrato. Se non che egli aveva sempre risguardato quel matrimonio puramente come un affare. E quanto poi alle relazioni sue con Cesare, aveva ragione di concepirle come faceva.
Sentiamo ora come scrivesse della morte del Papa un altro principe famoso e molto intimo con i Borgia. Il marchese di Mantova, al tempo dell'avvenimento, era all'esercito francese, e nel suo quartier generale in Isola Farnese, a poche miglia innanzi Roma. Di colà scrisse alla moglie Isabella il 22 settembre 1503:
«Illustre Signora, moglie nostra amatissima. — Affinchè la Signoria Vostra sia, al pari di noi, informata del decesso di papa Alessandro VI, le significhiamo quanto segue. Essendo malato, egli cominciò a parlare in forma, che chi non intendeva il suo proposito, credeva che vaneggiasse, ancorachè ragionasse con gran sentimento. Le parole sue erano: — Verrò, verrò, l'è ragionevole; aspetta ancora un po'. — Quei che intendevano il suo secreto, le spiegavano così: nel Conclave, alla morte d'Innocenzo, egli pattuì col diavolo, comprando il Papato con l'anima sua; fra gli altri patti fu che dovesse vivere sulla Santa Sede 12 anni; il che gli è stato atteso con quattro dì di giunta. V'è ancor chi afferma aver visto in camera di lui, al punto di rendere lo spirito, sette diavoli. Morto che fu, il corpo suo cominciò a bollire e la bocca a spumare, come caldaio sul fuoco; e continuò così sino a che stette sopra terra. Di più divenne oltre modo grosso, tanto che in lui non appariva più forma di corpo umano, e dalla larghezza alla lunghezza non v'era più differenza alcuna. Fu portato alla sepoltura senza molti onori; il cataletto fu trascinato da un facchino, con una corda legata al piede, sino al luogo ove fu sotterrato; e ciò perchè non si trovò alcuno che volesse toccarlo. Gli furon fatte esequie tanto misere, che la Nana moglie del zoppo le ha in Mantova più onorevoli. L'ultima fama sua rivive ogni giorno ne' più vituperosi epitaffi.»[228]