Le relazioni del Burkard, dell'ambasciatore veneto Giustinian, del ferrarese Costabili e di molti altri contengono la descrizione stessa, e quasi con identiche parole. La favola del diavolo o Babuino, venuto a prendersi Alessandro, si può, del resto, legger pure in una relazione nel Diario di Marin Sanudo. Il marchese Gonzaga, uomo di spirito tanto côlto e largo, la teneva per vera con la stessa ingenuità del popolino di Roma.

La leggenda diabolica di Faust e di Don Giovanni, che venne istantaneamente a collegarsi con la morte di Alessandro VI — e non mancò neppure il cane nero, che irrequieto e senza mai posare correva in San Pietro — quella leggenda, dico, esprimeva il giudizio de' contemporanei sull'abominevole natura del Borgia e sulla sconfinata fortuna toccatagli in vita. Nulladimeno la figura morale di Alessandro VI è così enigmatica da rimanere un mistero, anche per lo sguardo del più acuto psicologo.

In lui, come radice de' delitti suoi, non scopriamo ambizione nè sete di dominio, donde è mai sempre scaturita la massima parte delle colpe de' regi. In lui non odio del simile, nè crudeltà, nè piacere nel male; ma sensualità e la più nobile delle forme, che valgano a spiritualizzarla: l'amore pe' figliuoli. Tutte le osservazioni della psicologia disporrebbero l'animo a credere che l'enorme carico di colpe abbia fatto di Alessandro un uomo oppresso, come Tiberio e Luigi XI, dalla paura e dalla demenza. In quella vece innanzi a noi sta un uomo sempre pronto ai godimenti mondani, che sin nella più tarda età non sente l'esaurimento della vita: «Il Papa ogni dì si ringiovanisce; i suoi pensieri non passano mai una notte; è di natura allegra e fa quello che gli torna utile; e tutto il suo pensiero è di far grandi i suoi figliuoli; nè d'altro si cura.» Così l'ambasciatore veneto Capello nel 1500, due anni prima che quegli morisse.

Il lato inesplicabile della natura sua non eran già le passioni, cui abbandonossi, nè le azioni commesse. Delitti pari, e anche più gravi, consumarono molti principi, prima e dopo di lui. L'inconcepibile è che le commettesse come Papa. Come è possibile che Alessandro VI congiungesse insieme quel delirio de' sensi e quelle spietate azioni con la coscienza continua di essere, qual ei si teneva, sacerdote supremo della religione, e rappresentante di Dio in terra? Abissi dell'anima umana! Non v'ha occhio capace di penetrarli e scrutarli. In che modo mai riduceva egli al silenzio i rimorsi e i palpiti della coscienza; come riusciva a nasconderli sotto quell'aspetto sempre franco e sereno? E poteva egli credere all'immortalità dell'anima e all'esistenza di un Dio?

Ove si guardi alla gioconda e festosa spensieratezza, che in ogni azione sua poneva, si potrebbe affermare che Alessandro VI sia stato ateo e materialista per convinzione. Per spiriti profondamente filosofici e infelici vi può essere un punto di vista, dal quale tutto questo dibattersi del mondo umano apparisca come privo di scopo, come miserabile giuoco di fantocci. Più di un papa e di un imperatore poteva ripetere il noto motto: Vanitas, omnia vanitas, se nella coscienza della propria effimera esistenza osservava questa fragile gabbia di matti e l'insipidezza delle gioie e de' dolori loro, e le illusioni e i timori e l'egoismo e le idolatrie dell'uomo. Ma in Alessandro VI non v'ha traccia dello spirito di un Faust; nulla di un sottilizzante disprezzo del mondo; nulla di uno scetticismo titanico. Piuttosto una straordinaria ingenuità di fede sembra essersi in lui disposata con l'attitudine ad ogni enormezza. Lo stesso Papa, che all'effigie della Madre di Gesù faceva improntare i tratti dell'adultera Giulia Farnese, credeva di essere sotto il patrocinio speciale della Madonna.

La vita di Alessandro VI è il più acuto contrapposto dell'ideale di Cristo. Questa è verità tanto incontrastabile, che non ha bisogno di altra prova se non del semplice confronto del procedere di colui con le dottrine dell'Evangelio. Si confronti soltanto con i dieci Comandamenti: non fornicare — non ammazzare — non far falsa testimonianza....

Il fatto che Rodrigo Borgia sia stato Papa, apparirà a tutti i seguaci della Chiesa come il più miserando degli avvenimenti, come quello che dovrebbe essere deplorato più amaramente di ogni altra opposizione ostile, anche di ogni aperta ribellione alla Chiesa stessa. Certo è un fatto che non può distruggere la venerabilità dovuta alla Chiesa, a questo secolare ed elevatissimo prodotto dello spirito umano. Ma non distrugge forse tutta una serie di concetti mistici, che con l'idea del Papato si eran connessi?

Le maledizioni contro il padre suo, che a un tratto rimbombarono per tutta Italia, difficilmente arrivarono all'orecchio di Lucrezia. Pure n'ebbe in sè qualche sentore, e dovette esserne terribilmente commossa. Tutto il passato in Roma le tornò ancora una volta vivo nella coscienza, ed oppresse l'anima sua. Suo padre, che primo l'aveva fatta infelice, era poscia stato l'artefice della fortuna sua. Pietà infantile e religioso timore dovettero a un tempo assalirla. Il Bembo ha descritto il suo dolore e la sua angoscia. Quest'uomo, dipoi tanto celebre, era venuto il 1503 alla corte di Ferrara, ov'egli, giovane nobile veneto della più fine coltura e di bellissimo aspetto, fu accolto con gioia, e s'era preso d'ardente passione per Lucrezia. Il perfetto cortigiano le scrisse questa lettera di condoglianza:

«Io venni bene ieri a Vostra Signoria parte per farle intendere di quanto affanno e cordoglio m'erano le sue disavventure e parte per confortarnela, come io potessi il meglio, e pregarla a darsene pace, intendendo io che voi ve ne affliggevate oltra modo. Ma non m'è venuto fatto potermi in ciò soddisfare nè nell'una cosa, nè nell'altra. Chè, tosto che io vidi voi in quelle tenebre e in quel nero drappo mesta e lagrimosa giacere, ogni senso mi si ristrinse nel cuore, e stetti buona pezza senza poter niente dire, o almeno senza sapere ciò che io mi dicessi. E più tosto bisognoso io di conforto, che possente a darne altrui, confusa l'anima dalla pietà di quella vista, tra mutolo e scilinguato mi dipartii, siccome vedeste o poteste vedere. La qual cosa se forse m'è avvenuta perciò, che a voi non facesse nè di mia doglianza nè di mio conforto mestiero, siccome a colei, la quale e conoscendo la mia verso lei osservanza e fede, conosce parimente il mio dolore per lo suo, alla consolazione piglia per se stessa dalla sua infinita sapienza conforto senza altronde attendernelo, meno mi doglio di me stesso e della poca mia virtù, che intanto m'abbandonasse a quel tempo. Ma se pure e in questo e in quello ho a farne a voi parevole segno: dico che in quanto alla noia, senza fallo alcuno nessun'altra via avea la fortuna da potermi compiutamente far tristo e doloroso, che questa, dando a voi di dolervi e di attristarvi cagione: nè poteva suo strale alcuno passarmi tanto nell'anima quanto quello che mi veniva dalle vostre lagrime bagnato a ferire. In quanto poi alla consolazione e conforto, altro non so che dirvi, se non che vi ricordiate che ogni vostro dolore ammollisce e fa minore il tempo, il qual tempo indugiare e non prevenir col consiglio tanto più a voi si disdice, quanto da voi maggior prudenza è aspettata, la quale per le cotidiane pruove delle vostre virtù s'aspetta sommissima in ogni avvenimento e caso. Che se bene ora voi quel vostro così gran padre avete perduto, che maggiore la fortuna medesima dare nol vi potea, non è perciò questo il primo colpo che avete dalla vostra nemica e maligna disavventura ricevuto. Anzi dee oggimai l'animo vostro aver fatto il callo alle percosse degli avversi casi, tante e sì gravi n'avete voi sofferte per lo addietro. Oltra che, perciò che così portano per avventura le presenti condizioni che si faccia, non è da commettere, che alcuno creder possa che voi non tanto la caduta, quanto ancora la stante vostra fortuna piagniate. Ma per avventura io sono poco prudente, che a voi queste cose scrivo. Perchè farò fine umilmente raccomandandomivi. State sana. A' 2 d'agosto 1503. In Ostellato.»[229]

VI.