Nell'anno stesso che Lucrezia con grande amore tanto s'affannava per la sorte dell'abominevole fratello, le condizioni sue proprie mutarono di molto. Il 25 gennaio 1505 ella era divenuta di fatto duchessa di Ferrara. Il marito Alfonso, per desiderio del padre, aveva intrapreso un viaggio per far conoscenza delle corti di Francia, delle Fiandre e d'Inghilterra. Doveva quindi tornare in Italia, passando per la Spagna. Se non che, alla Corte di Enrico VII d'Inghilterra, gli giunsero dispacci che lo informavano della infermità del duca. Tornò in fretta a Ferrara, ove poco dopo il suo arrivo Ercole moriva.
Alfonso salì sul trono ducale in un tempo che richiedeva da lui molta energia e molta prudenza per affrontare i pericoli, onde lo Stato suo era minacciato. Perchè la Repubblica di Venezia s'era già impadronita d'una parte della Romagna, e cercava chiudere a Ferrara le foci del Po. E dall'altro lato Giulio II apparecchiavasi in Roma a sottomettere Bologna e dopo a stendere forse anco la mano su Ferrara. In condizioni siffatte fu fortuna per quello Stato avere a capo un principe, come Alfonso, di indole posata e pratica. Egli non amava lo sfarzo nè la prodigalità; di avere una corte splendida non si curava punto. Tutto quello che fosse apparenza, anche il suo vestimento, negligeva. Le passioni sue si concentravano nell'esercito, nelle fortificazioni e nel fondere cannoni. Quando le occupazioni gliene lasciavano agio, trovava il suo svago in una bottega di tornitore che s'era ordinata, ovvero, da quell'abile dilettante ch'era, nel dipingere vasi di maiolica. Per la più elevata coltura non ebbe alcun senso. L'abbandonò alla moglie.
Con piena libertà regolava Lucrezia la sua corte. Ormai erasi fatta anima e centro di ogni vita spirituale in Ferrara. Il côlto intelletto, la bellezza, la grazia irresistibile della sua natura affascinavano chiunque le si accostasse. La ripugnanza, che in sul principio i congiunti di casa d'Este avevan sentito per lei, era svanita. Specialmente in Isabella Gonzaga s'era convertita in affezione. N'è prova la copiosa corrispondenza epistolare tra loro, durata sino alla morte di Lucrezia. Parecchie centinaia delle lettere sue alla marchesa di Mantova si conservano ancora nell'Archivio Gonzaga.
Le sue relazioni con la casa d'Urbino s'erano appena fatte meno amichevoli e cordiali. Continuarono ancora così, quando Guidobaldo fu venuto a morte nell'aprile 1508, mentre successore di costui fu Francesco Maria Rovere, genero d'Isabella Gonzaga. Essa riceveva le visite di questi principi, e stava in intimo contatto con molti de' più ragguardevoli uomini, quali Baldassarre Castiglione e Ottaviano Fregoso, Aldo Manuzio e il Bembo.
Il Bembo ardeva d'amore per la bella duchessa. La cantò in versi, e le dedicò il primo agosto 1504 il suo dialogo sull'amore, Gli Asolani, con una lettera, nella quale ne celebrava le virtù. L'amico suo Aldo, che aveva dapprima vissuto in Ferrara alla corte di Ercole, poi era andato presso i Pii nell'incantevole Carpi, e da ultimo stabilitosi in Venezia, stampò quivi nel 1505 Gli Asolani e gli mandò a Lucrezia con una dedica. La passione del Bembo per la duchessa è cosa, su cui non cade dubbio. Ma sarebbe sterile impresa voler desumere dalle prove di affetto, che la bella donna gli diede, che la passione abbia trascesi i confini del lecito; il che si è creduto poter arguire dalle lettere del Bembo a colei, stampate nelle opere di lui; e molto più da quelle dirette a lui stesso dalla Lucrezia. L'ingegnoso Veneziano, dal 1503 al 1506, tempo in cui andò a stare alla corte di Guidobaldo in Urbino, stette sempre in vivissime relazioni personali con Lucrezia. Le scrisse lettere, allorchè dimorava dagli amici suoi Strozzi, in villa Ostellato. In esse, soprattutto in alcune, ch'ei indirizzava ad un'amica innominata, e ch'era, senza dubbio, la duchessa, si sente qualcosa più dell'amicizia: son piene di tenera confidenza. Le lettere di Lucrezia al Bembo esistono, com'è noto, nell'Ambrosiana di Milano. Ogni visitatore della celebre Biblioteca le avrà viste insieme con la ciocca di biondi capelli, che v'è unita. Quelle sono autografe e incontrastabili; dell'autenticità invece dell'altra sembra lecito dubitare; ma potette anche ben essere un pegno d'affetto, che al fortunato Bembo riuscì ottenere. Le lettere della Lucrezia a lui sono state descritte e commentate prima da Baldassarre Oltrocchi; poi messe in voga da Lord Byron, e ultimamente, nell'anno 1859, pubblicate in Milano da Bernardo Gatti.[244] Sono nove in tutto: sette in italiano, e due in spagnuolo. V'è anche annessa una canzone spagnuola.
Che nel suo cuore Lucrezia accogliesse pel Bembo più che amicizia, deve parere certo. Lei giovane tuttora, e lui perfetto cavaliere, bello, amabile e pieno di spirito sì da ecclissare interamente il ruvido Alfonso. Di questo egli dovette anzi eccitare la gelosia. E forse per ciò e pel pericolo, onde si vide minacciato, si decise ad andarsene a stare in Urbino. Sino al 1513, benchè di lontano, si tenne in amichevole relazione con Lucrezia.
Molti altri poeti in Ferrara le offrivano omaggi e la divinizzavano. I versi de' due Strozzi sono anzi più appassionati di quelli del Bembo, forse perchè il loro ingegno poetico era superiore. Tito, il padre, s'incontrava col suo geniale figliuolo, Ercole, negli stessi sentimenti rispetto alla bella principessa, e sino ne' motivi e nelle immagini poetiche. E siffatta comunanza basta già a provare, che l'amor loro non era che una devozione estetica. Tito cantò una rosa, che Lucrezia avevagli offerta; ma il figliuolo lo vinse in un epigramma: La Rosa di Lucrezia,[245] che difficilmente fu la stessa che aveva ricevuta il padre.
Tito ne' suoi epigrammi confessava, che, mentre per l'età sua si teneva sicuro dell'amore, ora nondimeno era preso ne' ceppi di Lucrezia. In essa — così diceva — s'è raccolta ogni magnificenza del cielo e della terra; e niente che le stia a paro può trovarsi nel mondo. Al Bembo, di cui gli era nota la passione, diresse un epigramma, nel quale con spiritosa vena componeva il nome Lucrezia da Lux e Retia, e saporitamente rideva della rete, nella quale segnatamente il Bembo era avviluppato.[246]
Suo figlio Ercole la chiamava una Giunone nel soccorrere; una Pallade ne' costumi; una Venere nell'aspetto. Cantò in versi catulliani il marmoreo Cupido, che la principessa aveva posto nella sala. Il Dio d'amore era stato pietrificato dal lampo degli occhi di lei. L'occhio bellissimo di Lucrezia paragonava al sole, che accieca chi osa fissarlo. Come Medusa, con lo sguardo suo essa faceva diventar di pietra l'acciecato. Ma anche nella pietra l'amorosa pena perdura e si sfoga in lagrime.
È mai possibile leggere tutte quelle graziose poesie, e pensare ancora che gli autori potessero scriverle, tenendo Lucrezia realmente colpevole di que' delitti, onde il Sannazzaro non aveva lasciato di accusarla anche dopo la morte del padre?