Antonio Tebaldeo, il Calcagnini e il Giraldi cantarono anche la bellezza e la virtù di Lucrezia. Marcello Filosseno compose su lei amorosi sonetti, comparandola con Minerva e Venere. Jacopo Caviceo, che negli anni ultimi della sua vita — morì il 1511 — fu vicario del Vescovado di Ferrara, le dedicò il suo curioso romanzo, Peregrino, con una epistola dedicatoria, nella quale l'esaltava come «bella ed erudita, savia e costumata.» La serie de' poeti, che stettero a' piedi suoi, dev'essere stata lunga assai. Ed essa accoglieva gli omaggi loro con quella stessa aria di orgoglio soddisfatto, con cui ogni bella donna riceve oggi di simili offerte. Alcuni de' poeti erano forse ebbri d'amore per lei. Altri la incensavano per pura cortigianesca adulazione. Ma contenti tutti d'avere in essa un ideale, che poteva per lo meno valere come platonica sorgente delle rime e de' versi loro.
Quei poeti per noi oggi non sono che nomi letterarii, eccettuato l'Ariosto. Dal 1503 il grande Poeta fu in istrette relazioni con la corte di Ferrara, essendo entrato anzi tutto a' servizii del cardinale Ippolito. Poco dopo, nel 1505, diè principio al suo poema, sul cui svolgimento però non pare la bella duchessa abbia spiegato grande influenza. Alcuna volta la glorificò, segnatamente in una ottava, per la quale essa non avrebbe saputo render grazie che bastassero, se avesse inteso che il Poeta era destinato all'immortalità: è l'83ma del canto XLII dell'Orlando Furioso. L'Ariosto colloca l'immagine di Lucrezia nel tempio d'onore delle donne, sostenuta da due cavalieri testimoni dell'onore di lei, i due celebri poeti, Antonio Tebaldeo ed Ercole Strozzi. L'iscrizione sotto l'immagine dice, che la patria di lei, Roma, debba per bellezza ed onestà porla al disopra della Lucrezia antica.[247]
Uno scrittore moderno italiano, a proposito di quest'omaggio dell'Ariosto, osserva: «Per quanto si voglia tener conto dello spirito cortigianesco dei poeti di quei tempi e della buona servitù di messer Ludovico agli Estensi, si consentirà tuttavia che l'arte adulatoria aveva pur essa i suoi canoni e i suoi limiti, e che male avvisato e inesperto delle materie del mondo e delle usanze delle Corti sarebbe stato colui che avesse lodato un principe di ciò appunto, di cui più palesemente avesse meritato biasimo; imperocchè la lode avrebbe allora vestito le forme dell'ironia, e mal ne avrebbe incolto all'incauto e sconsigliato piaggiatore.»[248] L'adulazione fu il prezzo, onde i poeti di corte in ogni tempo pagarono la loro aurea servitù; fu il loro peccato e la loro pena. L'Ariosto e il Tasso se ne tennero tanto poco lontani quanto Orazio e Virgilio. Allorchè il Cantore dell'Orlando Furioso si vide trattato con freddezza dal cardinale Ippolito, avrebbe voluto d'un tratto dar di frego a tutto ciò che aveva detto in lode di lui. Uopo è anche ammettere che il semplice nome Lucrezia porgeva occasione all'Ariosto, come agli altri poeti, di stabilire paragone con quell'ideale classico dell'onestà muliebre. Questo s'offriva quasi spontaneo all'immaginazione, soprattutto pe' poeti della Rinascenza. Nulladimeno non si può in tutto rigettare l'osservazione del moderno difensore di Lucrezia. Dove pure quel paragone non fosse stato fatto, è certo che altri contemporanei dell'Ariosto hanno appunto esaltato l'onestà della bella duchessa. E questo è sicuro, che nel periodo della sua vita in Ferrara essa si mostrò qual modello di donna virtuosa.
Alla corte sua viveva una giovane dama, le cui attrattive affascinavano tutti i cuori, sino a che non divenne cagione di un tragico avvenimento. Era quell'Angela Borgia, che Lucrezia aveva seco menato da Roma a Ferrara, un tempo fidanzata di Francesco Maria Rovere. Non si sa quando la promessa di matrimonio sia stata sciolta. Dovett'essere forse appena dopo la morte di Alessandro. Allora, come s'è visto, l'erede di Urbino si ammogliò con Eleonora Gonzaga. Fra gli adoratori di Angela erano i due fratelli del duca Alfonso, il cardinale Ippolito e Giulio, figliuolo naturale di Ercole, uomini egualmente rotti al vizio. Un giorno che il cardinale le offriva gli omaggi suoi, Angela vantò i belli occhi di Giulio. Il geloso libertino ne sentì dispetto sì forte, che concepì tutto un disegno di vendetta veramente infernale. Il reverendo cardinale ordinò a compri sicarii di cogliere in agguato il fratello, di ritorno da una caccia, e di cavargli quegli occhi, che donna Angela aveva trovati sì belli. L'attentato fu compiuto in presenza del cardinale stesso; ma non riuscì così a pieno com'ei avrebbe desiderato. Il ferito fu trasportato al suo palazzo, ove i medici potettero per gran ventura salvargli un occhio. Il criminoso fatto accadde il 3 novembre 1505.[249] Tutta la corte ne fu in grande commozione. Il duca, è vero, punì il cardinale, esiliandolo temporaneamente; ma l'infelice Giulio aveva ben motivo di rimproverargli, ch'innanzi a quel delitto s'era rimasto indifferente. Egli ardeva di vendicarsi, e il suo furore doveva ben presto trarsi dietro le più terribili conseguenze.
Per l'Ariosto, cortigiano dell'empio cardinale, l'imbarazzo non fu poco nè piccolo. Se la cavò in modo, a dir vero, punto onorevole; il che contribuisce a scemare valore alle lodi da lui tributate a Lucrezia. L'adulazione l'acciecò e l'indusse a scrivere un'egloga, nella quale assegnava le ragioni dell'attentato, e cercava in parte riabilitare gli assassini, dipingendo con foschi colori il carattere di Giulio. Nell'egloga stessa diè anche la stura ad un entusiastico panegirico di Lucrezia. Ne lodò non solo la bellezza e lo spirito e le opere di pietà, ma sopra ogni cosa la pudicizia, per la quale sarebbe già stata glorificata prima di venire a Ferrara.[250]
Un anno dopo, il 6 dicembre 1506, Lucrezia sposò donna Angela col conte Alessandro Pio di Sassuolo. E, per strano accidente, più tardi il figlio di costoro, Giberto, fu marito d'Isabella, figlia naturale del cardinale Ippolito.
Intanto, nel mese stesso di novembre, in cui ebbe luogo l'attentato, un avvenimento in Vaticano fece su Lucrezia gravissima impressione, e risvegliò in lei le più penose ricordanze. La Giulia Farnese, la compagna della sua sciagurata gioventù, vi apparve in condizioni tali, che ella dovette sentirsene commossa davvero. Non sappiamo quali casi incontrasse l'amante di Alessandro poco innanzi e dopo la morte di costui. Probabilmente andò a vivere col marito Orsini al Castello di Bassanello; ed ivi forse si ritirò pure la suocera Adriana. Per lo meno troviamo colà la Giulia nel 1504, anno in cui nella famiglia Orsini fu consumato uno di quei delitti di sangue, così frequenti nella storia delle famiglie italiane. La sorella di Giulia, Girolama Farnese, la vedova di Puccio Pucci, erasi in seconde nozze sposata col conte Giuliano Orsini di Anguillara. Il figliastro Giambattista di Stabbia ammazzò Girolama, perchè, come fu detto, essa stessa aveva voluto avvelenar lui. Giulia diede sepoltura all'uccisa sorella in Bassanello.
L'anno appresso dev'essere andata a Roma ed aver preso dimora nel palazzo degli Orsini. Suo marito era morto, e forse morta doveva esser pure Adriana Ursina; mentre non comparisce nell'atto solenne avuto luogo in Vaticano nel novembre 1505. Ivi, a grandissimo stupore di tutta Roma, Giulia maritò l'unica figlia sua, Laura, col nipote carnale di papa Giulio II, Niccolò Della Rovere, fratello del cardinal Galeotto.
Laura, per quanti erano addentro a' misteri della madre, passava per figliuola di Alessandro VI, e quindi per sorella naturale della duchessa di Ferrara. All'età di sette anni appena la madre, il 2 aprile 1499, l'aveva formalmente promessa in isposa al dodicenne figliuolo di Raimondo Farnese. Il legame era poscia stato sciolto, per dar luogo all'altro, il più splendido che l'ambizione di quella donna sapesse desiderare.[251]
L'assenso di Giulio II all'unione di suo nipote con la bastarda di Alessandro VI è uno de' fatti più singolari nella storia personale di questo Papa. Sembra indicare la sua riconciliazione con i Borgia. Egli gli aveva odiati, sino a che fu loro nemico; ma l'odio suo non aveva mai avuto motivi morali. Giulio II non ha mai disprezzato Alessandro e Cesare: piuttosto, al pari del Machiavelli, n'ha riconosciuto con ammirazione la forza. Niun documento ci attesta, che asceso al trono egli abbia intrattenuto relazioni personali con Lucrezia Borgia. Pure è da tenere per sicuro, che lo abbia fatto, per riguardo alla casa degli Este. Una volta soltanto aveva recato sfregio gravissimo a Lucrezia, quando il 24 gennaio 1504, mettendo Guglielmo Gaetani in possesso di Sermoneta, scrisse una Bolla in termini così poco riguardosi, che vi dava, senza complimenti, ad Alessandro VI del truffatore, avido di arricchire i suoi con le spoliazioni degli altri.[252] E signori di Sermoneta erano stati per lo appunto Lucrezia prima, poi il figlio Rodrigo.