Questa famiglia ha dunque aggiunto alla fisonomia della Roma pontificia dei nuovi tratti, proseguendo così l'opera iniziata prima con tanto splendore e tanta attività dai Borghese e dai Barberini. In qualunque modo si voglia giudicare lo stile di quel secolo, non si può fare a meno di riconoscergli, nonostante le sue stranezze e le sue esagerazioni nei particolari, una certa grandezza: esso caratterizza nettamente tutta un'epoca, quella del lusso baronale, del fiorire di una splendida e ricca aristocrazia; l'epoca in cui i baroni oziosi, dissoluti, vestiti di raso e di trine, sfoggiavano le loro ricchezze, la loro eleganza in quelle ampie sale, facendo mostra di quell'opulenza che il sudore dei poveri contadini procurava loro. La rivoluzione francese ha posto fine col ferro e col fuoco a questo periodo di dissipazione e di prodigalità. In questo secolo i papi non hanno più edificato. Dopo Pio VI, non vi è stato più nepotismo ed il magnifico palazzo di suo nipote Braschi che sorge, non lontano da quello Pamphili, in piazza Navona, può dirsi l'ultimo innalzato a spese del popolo angariato ed oppresso. Ora che il nepotismo più non esiste, non vedremo dunque più costruire dei palazzi Barberini, Borghese, Doria, Albani, Odescalchi, Rospigliosi e Corsini; Roma prenderà un altro carattere, ed invece di sontuosi edifici, di ville eleganti come quelle costruite dalle famiglie dei papi, vedremo teatri, stazioni, alberghi, villini, ed altre costruzioni simili a caserme.

Nulla Valmontone ha di notevole. Nessun monumento del medio-evo è sopravvissuto alla distruzione compiuta nel 1527 dalle soldatesche di Carlo V, reduci dall'aver saccheggiato Roma. Appena riedificato, fu di nuovo demolito dalle truppe del duca d'Alba e di Marco Antonio Colonna. Solo dalla piazza baronale del castello l'occhio può godere una veduta incantevole, quella dei monti Volsci, sulle cui sommità si scorgono le case di Montefortino, con il grande e cupo castello dei Borghese che le domina.

Per quanto piccolo ed isolato, Valmontone non è però privo di vita e di movimento, essendo luogo di passaggio fra Roma e la frontiera napoletana. Vi si vedono passare senza tregua file di carri, tirati da bianchi buoi, che portano alla città dei Cesari grano, lana, vino, pollame ed altre merci. Anche la posta vi passa tre volte alla settimana, ma non va oltre Frosinone, capoluogo della delegazione, di guisa che per andare a Ceprano o più in là nel regno di Napoli, è necessario prendere una carrozza a nolo.

Da Valmontone la via Latina prosegue per una valle ombreggiata da alberi, e poi attraversa una pianura silenziosa, fra vecchie torri, sino ai piedi dei monti Volsci. Ivi dalla strada maestra se ne stacca un'altra che dopo aver passato il Sacco prosegue per Segni. Da principio si cammina lungo le prime colline dei Volsci; alla destra sorge Monte Fortino, cupo ed oscuro, a sinistra, sopra una ridente collina, Gavignano. La via è monotona, ma più si sale e più stupenda appare la vista della classica pianura del Lazio, severa e bella, disseminata di colline e di castelli e limitata all'orizzonte dalle azzurre vette dell'Appennino, e più in là, verso il Napoletano, da altre montagne, dalle bianche cime.

Ho percorso tutte le più belle regioni d'Italia, ho vagato per le famose pianure di Agrigento e di Siracusa, ma nonostante lo scintillio di colori di queste regioni meridionali, confesso di non aver mai provato un'impressione tanto profonda come la campagna romana ed il Lazio hanno saputo suscitare in me. Queste contrade mi son divenute così familiari quanto quelle della mia patria, avendole dovute studiare profondamente per la mia storia di Roma nel medio-evo, e visitandole mi sono apparse sempre nuove e piene di grandezza. Quando poi me ne allontano, provo ardente il desiderio di rivederle. Non ho mai potuto contemplare da Monte Mario la valle che si apre fra Palestrina e Colonna verso la campagna latina, senza sentirmici attratto come da un'imperiosa seduzione. E' possibile che questo paesaggio debba ai ricordi storici gran parte del fascino irresistibile che esercita sul visitatore, ma anche senza di quelli son persuaso che sedurrebbe per il carattere nobile e grandioso che la natura gli ha impresso. Alcuni luoghi hanno un aspetto del tutto mitologico, come, per esempio, la pineta di Castel Fusano, presso Ostia, con i suoi alberi giganteschi che si stendono sino al mare, e la larga foce del Tevere, che la fantasia si sente portata a popolare di figure leggendarie e favolose. Altre regioni invece hanno un carattere del tutto lirico, altre ancora epico, omerico, come Astura e il capo Circeo. Nessuna regione però ha un carattere storico, solennemente tragico, al pari della campagna di Roma. Essa appare come il teatro più grande della storia, come la scena dell'universo. Nessuna descrizione poetica, nessun pennello di genio, per quanto molti artisti di valore vi si siano provati, saprebbe dare un'idea della bellezza grandiosa e superba della campagna del Lazio a chi non l'abbia veduta e sentita. Là nulla v'è di romantico, nulla di fantastico; tutto è silenzioso, grandioso, di una bellezza imponente e severa; dinanzi a quello spettacolo della natura lo spettatore intelligente si sente penetrato dall'impressione profonda e grave che proverebbe davanti alla statua di Giunone di Policlete.

Più si sale per i monti Volsci, e più, nel contemplare sotto di sè la stupenda regione, si prova invidia, per quelle aquile, che sono i veri conti della campagna e vi spaziano a loro piacimento, da padrone. Ora immobili sulle rocce, con aspetto imponente, ora sospese nell'aria, esse hanno la nobiltà di questa natura che dominano; il loro volo silenzioso e solenne è in piena armonia col paesaggio.

Non si scorge Segni se non allorquando vi si è quasi giunti, perchè la strada corre sempre tortuosa entro una gola di rocce calcaree, di colore rossastro. I fianchi del monte sono frastagliati, coperti di massi, che si accavallano gli uni sopra gli altri, così da sembrare una grande muraglia edificata da giganti. Esaminando quella formazione geologica, che più o meno si ritrova in tutti i monti del Lazio, mi è sembrato evidente che debba essere stato questo fenomeno naturale che ha dato all'uomo l'idea delle costruzioni ciclopiche; quelle formazioni geologiche essendo vere e proprie mura ciclopiche, di mole ancora più imponente. Gli uomini non hanno avuto che da imitare l'opera prodotta dalle rivoluzioni terrestri.

Era mezzogiorno ed il sole splendeva in tutto il suo ardore, allorchè giunsi innanzi a Segni. Questa antichissima città sorge su di un altipiano di rocce ed è tuttora circondata per buona parte da ciclopiche mura. A prima vista le sue case nere, che si inseguono a scaglioni, interrotte qua e là da alcune torri insignificanti, fanno un'impressione più singolare che piacevole. Non v'è una cattedrale, non un antico castello che richiami l'attenzione; non si scorgono che case noiosamente uniformi, senza alcun carattere architettonico; ed io, che avevo sperato trovare una città antica, ricca di monumenti, rimasi pienamente deluso. Tutti i paesi del Lazio propriamente detto, come Anagni, Ferentino, Alatri, Veroli, recano, più o meno, l'impronta del medio-evo; quest'antica città di Signia non è invece che un luogo deserto, malinconico e senza il menomo interesse storico; è insomma una noiosa città. L'unico ricordo piacevole che di essa mi sia rimasto, è quello degli alberi stupendi che la circondano da un lato, e la vista dei rigogliosi boschi che ricoprono i monti vicini.

Mi sono convinto che i paesi Volsci, per quanti ne ho veduti, hanno un carattere affatto diverso da quelli latini; e ciò principalmente perchè sono paesi di montagna, solitari, appartati dal mondo, senza commercio nè industria; taluni scarseggiano perfino di terreni coltivabili, non hanno che olivi, viti e altri alberi fruttiferi. Vi si raccolgono abbondantemente le ciliegie, le pesche, le castagne e soprattutto le ghiande, che servono ad ingrassare i maiali. Questi animali, tutti di razza nera, vengono allevati in grande quantità sui monti Volsci; i prosciutti di queste contrade sono infatti rinomatissimi. Tutti i paesi di questa regione, eccezion fatta delle città, come Cori, che sono più vicine a Roma e non si trovano proprio sui monti, hanno l'aspetto dello squallore e della miseria.

Le case di Segni son costruite di pietra bianca calcarea, alternata con blocchi di tufo nerastro e con mattoni. Questa disposizione dà loro un aspetto bizzarro; essa denota un primo passo, ancora timido ed incerto, nella via dell'architettura pisana, che, come è noto, fa alternare strisce bianche a quelle nere ne' suoi edifici. Ho spesso trovato in vecchi documenti l'espressione «Signino opere» applicata alle case, ed a Segni ho appreso cosa significasse: essa serviva ad indicare il modo di costruzione usata in questo paese. Qui però non mi ha fatto una grande nè buona impressione, avendo trovato nella città di Segni un carattere monotono e grigio, tanto più triste in quanto che non un giardino, non un albero viene a rompere l'eterna uniformità di quelle case di pietra calcarea.