Il porto d'Anzio formicola al presente di queste barchette; presso al molo vi sono altri legni napoletani e tartane, venute a caricare legna e carbone, giacchè da questa riviera ricca di boschi vengono portati ogni anno a Napoli combustibile e legname da costruzione per un milione di scudi. Si vedono infatti qua e là sulla spiaggia d'Anzio e di Nettuno grossi mucchi di carbone, cotto nei boschi, dai quali neri bufali traggono pure sulla riva gigantesche quercie. Vengono talvolta attaccati ad un carro fino a sedici bufali, punzecchiati, perchè camminino, con una specie di lancia. Il regno di Napoli possiede vaste foreste in Calabria, ma preferisce prendere il legname dalle paludi pontine, perchè scendendo i boschi sino al mare ed essendo la spiaggia piana e facile, le spese di trasporto sono di gran lunga minori.
In questo ambiente vario, semplice e primitivo, fra questi pescatori e marinai, le figure della città non attirano quasi nessuna attenzione. Qua e là un pittore, seduto e riparato da un ampio ombrello bianco, sta facendo uno schizzo della spiaggia o dei pescatori. Tali apparizioni sono diventate ormai caratteristiche e proprie di ogni bel sito d'Italia; in qualunque bella giornata di estate o di primavera si può esser certi di vedere sorgere, in un posto od in un altro, ovunque è un bel paesaggio, come un fungo, l'ombrello bianco di un pittore. Ne ho incontrati perfino nelle regioni più remote della Sicilia, e ricordo anzi che, arrampicatomi un giorno, nelle ore più solitarie, sulle rocce di Taormina, non potei trattenermi dal ridere, vedendo giù da lontano l'ombrellone: v'era sotto un paesista di Weimar. Raramente invece ho visto dei pittori intenti a disegnare le spiagge del Sunland, che pur sono così belle e superano anzi, come quelle bizzarre di Gross e di Kleinkuhren, per grandiosità, le spiaggie latine; la ragione è che manca loro la magia delle tinte. Nel nord la tinta del mare è o troppo splendente, o dura, o confusa; essa non ha questa fine nebbia d'aria e di luce, nè il magico riflesso, nè il confondersi insieme di dolci luci scintillanti, questa chiarezza eterea di smeraldo. Ma che cosa non può dipingere il pittore? Ciò che ad un profano pare senza significato è colto dall'ingegno creatore, che ne fa un'immagine espressiva. Altrettanto avviene nella poesia lirica. I pensieri, le ispirazioni sono inesauribili. La natura non ha che da essere bene osservata e sentita; essa cela forme e pensieri infiniti, che un uomo privo di fantasia neppure può sospettare. Ed anche su questa costa tranquilla vi sono originali apparizioni; solo è difficile esprimerle, rappresentarle, perchè delicatissime, finissime, non riproducibili con tratti grossolani.
Ma lasciamo da parte l'album degli schizzi e lanciamoci in mare! L'aria marina, narcotica, molto più grave di quella del Nord, invita qui veramente a cercare sollievo in seno alle onde. La sabbia in fondo al mare è bianca come la neve, soffice quanto il velluto e si stende sino al largo. Si vedono per ogni dove persone che si bagnano; qua e là sulla spiaggia sorgono capanne, formate e coperte da rami d'albero. Tutti questi bagnanti vengono da Roma, da Velletri, dai monti, ma non mai prima del luglio, perchè gl'italiani in giugno trovano l'acqua ancora troppo fredda per prendere il bagno. Si ritiene inoltre che non sia igienico oltrepassare i venti bagni e ciò, almeno sembra, per le condizioni speciali del clima; io stesso del resto ne ho fatta l'esperienza nell'isola di Capri. L'acqua pare sia qui più eccitante che nel Nord e quindi prendendone un numero un po' forte, ne risentono il sonno e l'appetito.
Su questa spiaggia non v'è ombra di vita balneare, non vi sono quelle facili relazioni di società, quasi familiari, che fanno sulle spiagge dei nostri mari una festa dei mesi d'estate; qui ogni famiglia, ogni persona vive a sè; il forestiero non ha altro luogo di ritrovo che l'unico caffè del porto, dove, sotto una tenda, allo stesso tavolino, democraticamente e con quella bella confusione di classi tutta speciale all'Italia, seggono il bagnante ed il pescatore mezzo ignudo, che approfitta tranquillamente dell'ombra della tenda per fumare la sua pipa di gesso, senza prendere nè caffè, nè altro.
Alcuni ufficiali del genio ed un capitano pontificio, che mi diverte col suo grazioso dialetto veneziano, sono le persone con le quali generalmente mi trattengo a chiacchierare.
Passato il luglio, la maggior parte dei bagnanti lascia Anzio, incominciando il pericolo delle febbri. Anche ora, in cui il calore è spesso insopportabile e si fa sentire fin dalle sette del mattino, dopo calato il sole l'aria diventa umida ed il venticello tepido e molle che spira dal mare è veramente caratteristico: non è prudente allora rimaner fuori di casa. Il bel chiarore della luna sulle foreste, sulla spiaggia e sul mare, che rende nel mar Baltico così piacevole a quell'ora la vita all'aria aperta, non può qui esser goduto che dalla finestra; imperocchè una sola di queste notti passate all'aperto basterebbe a procurar le febbri e forse anche, dopo alcuni giorni, la morte. E' pericoloso su questo mare lasciarsi adescare dalle sirene: bisogna dunque adattarsi a passeggiare lungo la riva prima del tramonto, facendovi ricerca di conchiglie e di piccoli gamberi marini. Sono questi animalucci grandi al più come un quarto della mano ed hanno quasi la forma del ragno; corrono con una velocità straordinaria ed allorquando si fa per afferrarli, il più delle volte spariscono sotto la sabbia, come spettri nel teatro. Qui dove tutto si mangia, perfino le rane, i porci spini, gli usignoli, questi gamberetti vengono mangiati vivi, dopo essere stati spogliati delle loro squamme.
Su questo lido più volte mi è accaduto di pensare alla brillante ambra gialla che si raccoglie sulle nostre spiagge e che qui il mare non produce: qui esso somministra invece tutte le specie più preziose del marmo. Se ne potrebbero raccogliere a carri e dei più rari, che le onde gettano sulla riva. Vi si vede il verde e il giallo antico, il preziosissimo alabastro orientale, il porfido, il pavonazzetto, il serpentino azzurro. Per comprendere donde vengano tutti questi marmi preziosi, basta dare dalla spiaggia uno sguardo in fondo al mare: sorgono ivi ancora le fondamenta di quei palazzi marmorei romani che si specchiano nell'acqua, e per la distanza di un chilometro da terra, la spiaggia d'Anzio non è che un seguito di mura: e non solo si possono anche oggi vedere massi grossissimi, resti di costruzioni, ma distinguere pure che sono opere romane in peperino, collegate con la pozzolana, indistruttibili, lavorate egregiamente a forma di reticolato. Tutta questa spiaggia non era che un seguito di grotte, di bagni, di templi, di palazzi, di cui le fondamenta in gran parte sussistono in fondo al mare o sotterrate nelle sabbie della spiaggia. Su questa sorgevano le stupende ville marmoree degli imperatori. Qui si sprofondava nella dissolutezza Caligola; egli aveva una speciale predilezione per Anzio ed aveva anzi formato il disegno di venire a stabilircisi: qui festeggiò le sue nozze con la bella Lollia Paolina. Qui faceva le sue orgie Nerone, che era nato ad Anzio e vi aveva impiantato una colonia; qui fece il suo trionfale ingresso, tirato da bianchi destrieri, di ritorno dalle sue rappresentazioni teatrali in Grecia.
Anche prima, Anzio era stata dimora preferita dei Romani: Attico, Lucullo, Cicerone, Mecenate, Augusto vi ebbero le loro ville. Ed in quali fresche montagne o belle spiagge d'Italia questi favoriti della fortuna non ebbero le loro ville! Di quali monumenti deve avere allora brillato questa spiaggia, a giudicare dai frammenti, che, quasi testimoni storici, sono da secoli e secoli gettati sulla spiaggia! Queste rovine spargono nell'idillio di Anzio una nota melanconica, ed i pensieri, i ricordi che esse destano, valgono ad accrescere fortemente l'incanto di questo soggiorno. La mancanza assoluta di storia, la separazione completa dal mondo e dalle sue vicende, sono quelle che danno uno speciale carattere alle nostre spiagge del Nord; qui in Italia, invece, non si rinviene un solo angolo di terra, per quanto solitario e remoto, dove le memorie severe e classiche del passato non sorgano, dove non invitino a riflettere sul continuo avvicendarsi delle sorti del genere umano. Sedendo qui sulle rovine di un palazzo romano, al rumore delle onde che si frangono contro di esse, tornano inconsciamente alla memoria i versi di Orazio:
«O diva gratum quae regis Antium,
Praesens vel imo tollere de gradu
Mortale corpus, vel superbos
Vertere funeribus triumphos!»
E la vista del capo Circeo ci richiama alla poesia omerica, e quella della lontana Astura ci trasporta in altre storie, in altra poesia, sì che ci circondano tre periodi dell'umana civiltà, tre diversi generi di poesia: Omero, Orazio ed il poeta degli Hohenstaufen, Wolfram di Eschenbach.