Poco dopo la stazione postale della Storta si distacca a sinistra, dalla via Cassia, la via Claudia e per questa ci vogliono ancora tre buone ore di carrozza per arrivare al lago di Bracciano. Il paesaggio è deserto, ma pittoresco; collinette vulcaniche di tufo lo attraversano e qua e là, si scorgono fiorenti praterie e pascoli, con masserie e numerose mandre di bovini.

Il carattere della campagna etrusca di Roma è molto diverso da quello del Lazio. Nel Lazio tutto è più ridente e soleggiato, più ricco di forme ed anche più animato; i monti Volsci e gli Appennini spingono fin là le loro diramazioni ed hanno la bella struttura delle formazioni calcaree; città antichissime, per la maggior parte vescovili, sorgono sulle alture verdeggianti di castani e coperte di oliveti, o inghirlandate dalla vite e danno alla campagna laziale un'impronta preponderantemente storica; essa è piena di monumenti dell'antichità e del medio evo. Nella regione etrusca invece predomina un terreno montuoso, vulcanico, diruto, con vaste solitudini, severe e melanconiche, d'aspetto quasi misterioso. Qui la vita storica non ha generalmente lasciato traccia di sè: tombe sotterranee e necropoli di un popolo enigmatico sono gli unici tesori e gli unici monumenti della Tuscia. La storia del paese sembra qui interrotta e dove non lo è, manca di significato potente e vivo. Il completo decadimento di una città come Veio e l'intero abbandono del suo territorio in ogni tempo, mi sono sembrati sempre segni caratteristici di questa storica estinzione dell'Etruria romana.

Solitarie torri baronali senza nome, o piccoli paesi privi di valore storico, si levano qua e là melanconicamente sulle colline tufacee. I ricordi in questi luoghi incolti e selvaggi non vanno al di là del medio evo, dell'undecimo secolo, epoca in cui si stabilirono qui, come signore, alcune famiglie feudali germaniche, di origine franca o longobarda, come i conti di Galera e i prefetti di città della casa di Vico. Anche il possente influsso della Chiesa ha qui impresso e lasciato poche orme, essendo il paese passato assai tardi nel patrimonio di S. Pietro.

Al di là del fiume Arrone, emissario del lago di Bracciano, sorgono due grandi fattorie: S. Maria di Celsano e Casale di Galera, qui è necessario scendere di vettura se si vogliono visitare le vicine rovine del castello di Galera. Queste fanno singolare riscontro alla favolosa città di Ninfa, nel Lazio che giace sprofondata nella sua incantevole tomba di edera e di fiori, sul limitare della palude pontina. Anche Galera, sede un tempo d'insolenti e feroci signori che dettero frequenti noie alla città di Roma, è oggi distrutta e presenta le sue vie, la chiesa ed il castello comitale coperti d'edera, nel senso più preciso della parola. Eppure Galera non giace come Ninfa nella profondità paludosa, ma salda ed alta si erge su di una scoscesa rupe di tufo, dominante una gola boscosa da cui l'Arrone precipita in cascate spumeggianti.

Sulla porta rovinata si scorge ancora lo stemma degli Orsini, la rosa, cioè, con le travi. Dietro le potenti mura della città si sale a monte nel paese diroccato, aprendosi la via attraverso la fitta e selvaggia edera che barrica le strade minate. Ancora in piedi rimangono diverse case colle finestre gotiche; la maggior parte del materiale però è stato portato via, o forma adesso dei mucchi di macerie, cinti da cespugli. Galera non è, per quello che di architettura ne resta, bella come Ninfa; soltanto i muri del castello e della chiesa principale rivelano un'epoca più antica; gli altri sono assai moderni, solo nell'anno 1809 essendo stato il paese abbandonato, o per mancanza d'acqua o, più verosimilmente, per impoverimento della popolazione. E' veramente sorprendente che nel nostro secolo, un paese possa sparire, non distrutto da subitaneo cataclisma, ma intisichito per decadenza interna. Non prova forse ciò ed in modo persuasivo, la mancanza di principio vitale di questa terra etrusca?

Galera (nella regione, dove, secondo gli antichi itinerari, era la stazione ad Careias) comincia ad esser menzionata nella storia solo nel 780, anno in cui papa Adriano I fondò sul fiume Arrone una colonia di questo nome, per coltivare il deserto paese dei Veienti. Questa colonia prosperò ma, per circostanze a noi ignote, si sottrasse al dominio della Chiesa; al principio dell'undecimo secolo vi apparvero come signori i conti di Galera, fieri nemici del papato ed ardenti partigiani dell'impero tedesco.

Gerardo, figlio di Ranieri (questi nomi indicano già l'origine germanica) era conte colà ed era anzi uno dei principali capi della nobiltà imperiale di Roma e del territorio, strettamente legato coi conti di Tuscolo, della stirpe d'Alberico e coi Crescenzi di Monticelli, nella Sabina. Questi signori nell'anno 1058 innalzarono in Roma, con la forza, un papa, Benedetto X: ma Ildebrando, il futuro Gregorio VII, fin d'allora capo del partito papesco e nazionale romano, chiamò a Roma, al servizio dell'appena eletto papa Nicolò II, una schiera di predoni normanni dalle Puglie, contro i conti avversari. Galera, dove Benedetto X si era rifugiato ed altre castella furono assalite.

La potenza dei conti di Galera che dominavano il paese etrusco fino al di là del lago, verso Sutri, fu repentinamente abbattuta, ma ciò nonostante la loro stirpe si mantenne ancora a lungo a Galera. Sparì molto probabilmente solo alla metà del secolo xiii, quando Matteo Rosso della casa Orsini, famoso senatore della repubblica romana, divenne signore di Galera. D'allora in poi gli Orsini rimasero padroni di questo castello finchè, nel 1670, lo vendettero al papa.

Il più fiero nemico di questa regione ed in pari tempo il più forte ostacolo alla coltivazione è oggi la malaria. Un umido venticello insidioso spira sulle pianure incolte e sulle colline vulcaniche disalberate, coperte solo di fiori d'asfodelo.

Sorgono forse i demoni sterminatori della febbre dal lago stesso?... Chi lo crederebbe, quando dalle alture, presso Bracciano, si scorge questo specchio azzurro e porporino?...