Questo è veramente lo specchio delizioso della ridente e soleggiata felicità, della magica solitudine, è un idillio campestre e lacustre di un genere tutto speciale, grande e maestoso, ma non così vasto da cessar d'essere un quadro completo e bene incorniciato.
Lo splendido lago, in antico lacus Sabatinus ed originariamente cratere vulcanico, si allarga tra dolci catene di colline e leggiadre sponde. Ha un'estensione di 21 a 22 miglia; la sua superficie è dunque perfettamente eguale a quella di Roma, con cui si trova in diretta comunicazione per mezzo del rinnovato acquedotto dell'acqua Paola, edificato da Traiano: l'acqua che per la porta S. Pancrazio entra in Trastevere e sgorga, con un magnifico fiotto simile ad un fiume, dalla fontana di Paolo V, proviene in parte appunto da questo lago, dopo aver girato attorno alle mura aureliane.
A nord lo abbraccia una piccola montagna boscosa, da cui emerge, come un nero picco vulcanico, alto al massimo 2000 piedi, il monte di Rocca Romana. Questa vetta è visibile da tutta la campagna etrusca, come il Monte Cavo, sopra il lago di Albano, è visibile da tutta la pianura laziale. Sotto di esso, sulla riva del lago, sta il villaggio di Trevignano; a sinistra s'innalza la catena dei colli di Bracciano, distanti circa un miglio dal lago sul quale si leva, dominando l'intero paesaggio, il grandioso maniero degli Orsini, splendido edificio pentagonale, con cinque rotonde torri merlate. La sua tinta grigio nerastra appare in armonia con la circostante natura vulcanica, di cui questo castello sembra essere il prodotto storico. A destra infine sporge nel lago un'altra lingua di terra, con un cupo borgo turrito: è Anguillara, sede un tempo dei conti di questo nome, ramo laterale degli Orsini. Colà sgorga l'Arrone dal lago di cui è emissario.
Solo in questi tre luoghi è raccolta tutta la vita storica del lago e de' suoi dintorni: ad egual distanza gli uni dagli altri, formano i tre lati di un triangolo e soli interrompono l'incantevole silenzio di queste sponde, rappresentando l'umana civiltà, senza però disturbare la magia della sua solitudine. Che significano infatti Bracciano, Trevignano, Anguillara?... Chi ha mai udito questi nomi, tranne coloro che hanno familiarità con la storia particolare di Roma?
Se quel castello degli Orsini, cronaca granitica di terribili tempi feudali, non levasse le sue nere torri sul lago azzurro, questi tre paesi, sulle sue sponde, si potrebbero prendere per borghi di pescatori. E così silente è appunto il lago: non vi si scorge una barchetta; soltanto mandre di giovenchi appaiono sulle rive, o frotte di cavalli selvaggi, col corpo nell'acqua e butteri a cavallo, con la lancia, come nelle paludi pontine.
Ho trovato Bracciano più grazioso di quello che mi attendessi da un paese vassallo; è una cittadina di circa 2000 abitanti, con strade larghe e buone abitazioni, modernamente costruite, molto simile a Marino, dove è il castello dei Colonna, appartenuto un tempo esso pure agli Orsini. Bene abitabile veramente non è che la parte nuova del paese, perchè la vecchia, quella del periodo baronale, giace stretta intorno al castello, come un nero ammasso di case di tufo. Il castello però s'innalza così gigantesco che sembra coprire tutta Bracciano con la sua ombra.
Come regale deve essere stata la potenza della famiglia che in un luogo così remoto costruì questo splendido castello, fortezza inespugnabile e palazzo signorile ad un tempo! Dopo che il castello degli Orsini a Campagnano è caduto in rovina, questo è uno dei monumenti più mirabili del rinascimento romano, è uno de' più bei castelli baronali ed in tutto il Lazio non ve n'è uno che lo eguagli. Il castello di Spoleto, cominciato a costruire dal cardinale Albornoz e condotto a termine da Nicolò V, è più maestoso, è verissimo, ma non è un edificio baronale, come non lo sono del pari i bei castelli di Ostia, di Narni, di Civita Castellana e di Subiaco.
La vista del superbo maniero richiama anzitutto, alla memoria del visitatore, la storia della stirpe degli Orsini che insieme con quella de' suoi nemici ereditari, i Colonna, ha riempito per quasi cinquecento anni gli annali di Roma con le gesta ed i nomi dei suoi innumerevoli membri, tra i quali furono papi, cardinali e capitani di grande rinomanza. Le due case, guelfa l'una e ghibellina l'altra, di Roma, hanno durato più a lungo delle dinastie dei re e degli imperatori e durano anche oggi nei loro avanzi, nei castelli che hanno un tempo posseduto.
Il capostipite degli Orsini, dal romano nome di Orso, si perde nel buio della leggenda: non si sa neppur bene se fosse germanico. I suoi discendenti si chiamarono Filii Ursi: così suona sempre nelle più antiche cronache il cognome degli Orsini. Storicamente appaiono solo nel xii secolo. Celestino III (1191-1198) apparteneva alla loro casa. Nel xiii secolo, durante le lotte degli Hohenstaufen, acquistarono maggior potenza, per opera specialmente del senatore Matteo Rubeus, capo imperante della repubblica capitolina ed instancabile avversario dell'imperatore Federigo II e poi per opera di papa Nicolò III (1277-1280), figlio di detto senatore. Gli Orsini, fecondi quanto i Colonna, si suddivisero in seguito in più rami e dai loro diversi possedimenti si chiamarono Orsini di Monte Giordano e di Campo di Fiore in Roma, conti e signori di Nola nella Campania, di Tagliacozzo negli Abruzzi; di Gravina e Manoppello, di Monte Rotondo, di Vicovaro, di S. Angelo, di Pitigliano, d'Anguillara, di Bracciano. L'elenco dei loro castelli e possedimenti è conservato nell'archivio di famiglia a Roma e forma un intero volume. Erano egualmente potenti nel regno di Napoli come nel dominio romano. Mentre i Colonna, proprietari essi pure nel napoletano di grandi feudi ed in lotta violenta con i loro nemici ereditari per i marchesati di Tagliacozzo, Alba e Celano, possedevano nel Lazio il nocciolo della loro signoria, gli Orsini dominavano il territorio sabino sull'Anio, da Vicovaro fino a Nerola e Monte Rotondo, ed il paese etrusco da Sutri in giù, fino di là dal lago, verso Galera, ed alla sponda marina del vecchio Cere. In questo paese etrusco eransi già stabiliti fin dal secolo xiii, appropriandosi Galera.
Non si sa quando vennero a Bracciano. Questo villaggio fu fondato in tempo ignoto, si crede su un fondo della gens Braccia. Il Nibby che per primo ci ha fatto conoscere la storia dell'agro romano nel medio evo, ha trovato la prima menzione del Castrum Brassani in un documento claustrale del 1320: io mi trovo in grado di completare la cosa, perchè ho trovato un altro documento, anteriore di quasi cento anni, nell'archivio Orsini: è uno strumento legale del 10 marzo 1234, nel quale Goffredo Amatore e Landolfo, figlio del prefetto Gotifredo, appaiono come signori di questo castello: Domini de Brachiano et de sancta Pupa.[13] Secondo questo, Bracciano apparteneva in quei tempi alla famiglia dei Prefettani o dei prefetti della casa di Vico, potente nell'Etruria, che aveva ridotto ereditaria fin dal xii secolo, la prefettura della città di Roma. Questa famiglia, tedesca di origine, violenta, ghibellina e nemica del papa, si impadronì anche di Viterbo e di Orvieto e tramontò solo nel 1435, allorchè il terribile Giovanni Vitelleschi fece decapitare nel castello di Soriano l'ultimo prefetto, Jacopo di Vico.