Questo bizzarro, o, come lo chiamano oggi a Roma, questo fanatico progetto fu preso da Garibaldi al gran Giulio Cesare. Come il valoroso generale ebbe compiuto le titaniche lotte della sua esistenza, combattute contro i mostri della tirannide che straziavano la sua patria, venne a Roma per intraprendere l'ultima fatica, a simiglianza di Ercole: e domare il divino fiume Tevere che nemmeno dai Cesari era stato vinto. Egli somiglia ora al vecchio Faust che si dà a coltivare i campi, a prosciugare paludi, a bonificare terreni.
Un uomo, infatti, che come lui aveva consacrata tutta la vita ad un'opera di distruzione di un vecchio mondo, e di ricostruzione di un nuovo stato di cose, nel campo politico e sociale, difficilmente avrebbe potuto, almeno io credo, nella sua azione indefessa, sentire, come noi sentiamo, il fascino delle memorie storiche e la santità dell'espressione monumentale, di cui per secoli si è improntata la città di Roma. Egli non contemplò forse mai Roma dalla cima di Monte Mario o dal Gianicolo col sentimento profondo di venerazione di Cola di Rienzo, del Petrarca, di Flavio Biondo, oppure di Gibbon e di Niebuhr; egli non pensò, fissando lo sguardo sulla maestosa corrente del Tevere, che cosa sarebbe divenuta Roma, l'eterna città, senza il suo fiume!
Togliere il Tevere a Roma sarebbe più che togliere gli occhi ad un volto umano, e lasciare al loro posto le vuote occhiaie. Sarebbe strappare violentemente alla divina metropoli, se non l'anima, almeno il pensiero. Sì, il Tevere è il vivo pensiero di Roma; se lo si deviasse e si colmasse il suo letto, non sarebbe più possibile concepire con esattezza la configurazione e la forma di Roma; molti luoghi, cui son collegati ricordi di leggenda o di storia, diverrebbero d'un tratto irriconoscibili, e Roma sarebbe ridotta ad un palinsesto, del quale nessuno potrebbe decifrare la primitiva scrittura.
Finchè il Tevere attraversa Roma e la sua classica campagna, esso è un fiume sacro della civiltà; è il Nilo dell'Occidente. La leggenda fa anche nascere dalle sue stesse acque il dominio mondiale di Roma; furono le sue acque che deposero Romolo e Remo presso le radici dell'albero di fico, sotto il Palatino; e così fu fondata Roma. Sulle rive del Tevere furono edificati i templi ai due fondatori del secondo impero romano: San Pietro e San Paolo; e nei flutti del Tevere fu sommerso, secondo la leggenda, il simbolo originario della religione giudaica: il candelabro dai sette bracci del Tempio di Gerusalemme.
Mille memorie dei tempi antichi e medioevali si specchiano nel Tevere. Il Ponte Sant'Angelo, sul quale da più di mille anni i popoli dell'Occidente passano per peregrinare a San Pietro, e Castel Sant'Angelo, lì presso, costituiscono essi soli due cronache, nelle quali è racchiusa tutta la storia del Medio Evo. Che sarebbe di loro, se il Tevere cessasse di scorrere sotto le arcate di quello, sotto le mura di questo?
A sua volta ognuno degli antichi ponti della città di Roma è una via della storia; sotto i loro archi si direbbe che scorra il fiume stesso del tempo. Chi, stando sul Ponte Cestio—che unisce l'isola al Trastevere—può contemplare senza commozione profonda l'indescrivibile aspetto di Roma che si stende sulle due rive, co' suoi antichi templi, le rovine del palazzo dei Cesari, le brune torri del medioevo, le arcate spezzate dei ponti, le innumerevoli chiese, le case vetuste e singolari,—e tutto questo riflesso, come per un raggio sublime, nella dolce, bionda, luminosa acqua del fiume? E si dovrebbe un giorno, da quel punto stesso, contemplare una strada, su cui, fra due pareti di pietra, corressero le vetture e i carri?
E l'Aventino colle sue verdi e ripide pendici, e il Campidoglio non dovrebbero più dominare la maestosa corrente? La Ripa romea o grande, la Ripa greca, l'antichissima Marmorata non dovrebbero più trovarsi se non nei libri degli antiquari? Il nome di Trastevere diverrebbe dunque ironia? Le gialle ripe dell'Acqua Acetosa e dei monti Parioli, dove il Tevere ricorda veramente il Nilo, e dove dopo aver ricevuto l'Aniene selvaggio, si avanza in tutta la sua maestà per fare il suo ingresso solenne in Roma: tutto ciò dovrebbe sparire, perdersi nella sabbia? E la Basilica di San Paolo, là dove il Tevere ha ancora barche a vela, verrebbe a trovarsi sul limite di una strada polverosa?
È assurdo parlare con serietà di un simile progetto. L'antico dio fluviale non si lasciò domare nemmeno da Achille. Come in Omero lo Scamandro atterrito ricorse a Giunone contro le violenze di Vulcano; un simile timor panico poteva incutersi al dio Tevere minacciandolo di morte per esaurimento: così esso fu punito del suo formidabile scoppio d'ira nel dicembre 1870. Questo anno fatale per le immani catastrofi, l'anno, in cui precipitò l'impero del terzo Napoleone, in cui si costituì novamente l'Impero tedesco, in cui il debole Pio IX si lasciò riconoscere dal Concilio l'attributo della divinità, poco prima di perdere la sua potenza temporale, quest'anno portò a Roma una delle più terribili inondazioni. Il Tevere, dicono a Roma, ha sempre predetto i grandi avvenimenti, o la sua onda li ha di poco seguiti. Vates, veggente, lo chiamò Plinio.
La corrente uscì subitamente dalle sue rive sulla via Flaminia il 28 dicembre, alle cinque del mattino e, subito, tutta la parte bassa della città fu sommersa dalle onde. L'acqua si incanalò, limacciosa e cupa, pel Corso, e giunse a via del Babuino fino a Piazza di Spagna. Tutto Campo Marzio, la Lungara, Ripetta, il Ghetto furono coperti dalle acque; la bellissima Piazza del Popolo si cambiò in un lago, dal quale emergeva solitario l'obelisco di Eliopoli, la cui base, fino ai leoni che gettano acqua dalla bocca, era del tutto coperta dai flutti. Si andava per il Corso e per le altre strade in barchetta, come nei canali di Venezia. I danni si calcolarono a parecchi milioni.
I bacchettoni gridarono subito che era quello il dito di Dio, effetto della scomunica di Pio IX; l'infallibile pontefice poteva ben crederlo, sebbene egli stesso avesse provocato in Roma una più violenta inondazione.