Ogni straripamento del Tevere spaventava gli antichi romani come prodigio, come presagio di gravi avvenimenti, o come minaccia dell'ira divina: e questo pregiudizio continuò sotto il dominio dei papi. Per lo più all'inondazione seguivano, per le acque rimaste stagnanti qua e là, gravi malattie con febbri pestilenziali nella popolazione.

Livio dice più di una volta che queste inondazioni, ai tempi della Repubblica, spargevano un vero terrore nel popolo e riporta che per l'espiazione si consultavano i libri della Sibilla e venivano ordinati pubblici sacrifici e preghiere. Sotto l'imperatore Ottaviano il fiume visitò nuovamente la città e danneggiò gravemente parecchi edificii nel Campo Marzio.

Il popolo superstizioso attribuì una volta (22 a. C.) questo sinistro al fatto che Augusto non aveva rivestito l'autorità consolare. Si sollevò allora sdegnato e minacciò di incendiare la Curia, dove si teneva chiuso il Senato, se questo non avesse subito creato Augusto dittatore e censore a vita. Così un'inondazione del Tevere contribuì a rafforzare il potere monarchico. Ricordiamo i versi di Orazio:

Vidimus flavum Tiberini, retortis
Litore etrusco violenter undis,
Ire dejectum monumenta regis
Templaque Vestae.

I danni prodotti dal Tevere nella parte bassa di Roma furono già nell'antichità assai gravi. Più volte il Ponte Sublicio, allora il più importante, fu rovinato dalla corrente. Si pensò al modo di por rimedio a questo danno; ma poichè non sappiamo che cosa abbiano progettato gl'ingegneri di Roma del tempo della Repubblica, possiamo dire che la storia della questione del Tevere cominci veramente con Cesare.

Fra i giganteschi progetti di lui eravi quello di deviare il corso del fiume da Roma, in modo che, girando intorno al Gianicolo, andasse poi a scaricarsi nel mare attraverso le Paludi Pontine presso il capo Circeo, invece che ad Ostia. La morte di Cesare impedì la realizzazione di questo progetto, come di molti altri. Se fosse stato eseguito, non solo sarebbe mutata la configurazione della città, ma avrebbe subìto grandi alterazioni anche la sua storia, cambiando praticamente i suoi rapporti coll'Italia meridionale.

Il successore di Cesare, Augusto, riprese ad occuparsi della questione del Tevere, ma in proporzioni più modeste. Egli nominò una Commissione di più che 700 tecnici, ma non ne risultò che un ripulimento del letto del fiume, e la creazione di una magistratura permanente i: curatores alvei et riparum Tiberis. Augusto stesso coprì questa carica, ed Agrippa fu Curator Tiberis a vita.

La leggenda giudea favoleggiò allora che il primo imperatore di Roma avesse fatto rivestire il letto del fiume con lastre metalliche.

L'inondazione del 14 d. C. fece prendere a Tiberio altre misure; egli affidò lo studio della questione ai senatori Ateio Capitone e Lucio Arunzio, e nominò una commissione di cinque senatori da scegliersi ogni anno per la sorveglianza del fiume. Questi si trovarono una volta d'accordo nel disegno di deviare l'acqua della Chiana (che esce dal lago di Chiusi e si gettava anticamente nella Paglia, e con questa nel Tevere) nel letto dell'Arno, ma i fiorentini si opposero, e il Senato rigettò il progetto. Oggi il senatore Francesco Brioschi, uno dei più attivi membri della Commissione per la sistemazione del Tevere, chiama questo la prima idea di un reale rimedio, che l'antichità abbia avuto in proposito.[69] Nel secolo xvi i Medici di Firenze ripresero quest'antico progetto e, dopo importantissimi lavori idraulici, la Chiana fu finalmente portata nell'Arno.

Sotto l'imperatore Claudio, come afferma un'iscrizione scoperta a Porto nel 1836, per questo nuovo porto del Tevere furono scavati dei canali dal fiume al mare (Emissisque in mare urbem inundationis periculo liberavit). Nerone, nel suo pensiero delirante, concepì anche il disegno di condurre il Tevere a scaricarsi nel golfo di Napoli. Traiano riprese i lavori dei canali di Claudio, dopo che una piena aveva desolato Roma, e da lui ebbe nome il canale di Fiumicino (Fossa Trajana), che è il solo rimasto navigabile, mentre il braccio sinistro del Tevere, naturale, si interrava presso la foce.