Aureliano che circondò Roma di quelle storiche mura, alle quali, principalmente nei primi secoli del medioevo, essa dovette la sua conservazione e i papi la loro indipendenza, fu l'ultimo imperatore romano che ebbe cura di pulire il letto del fiume e di arginare le rive.

Dal tempo di Claudio in poi, i Curatores si limitarono a questi lavori immediati di ordine pratico, e Plinio, in un passo ove parla dell'arginatura del fiume, afferma che era divenuto difficile passare da una riva all'altra (Hist. Natur. III. 5). Ogni grandioso progetto fu abbandonato.

Il Brioschi scrive: «L'antica Roma, che tanto dovè soffrire delle inondazioni del Tevere, non ci ha lasciato nulla di durevolmente utile contro le inondazioni stesse; essa non ci ha lasciato alcun esempio da seguire, non ci ha additato alcuna strada che potesse condurre alla soluzione del problema».

Le cause più gravi dei ripetuti straripamenti del fiume vanno senza dubbio ricercate nella quantità d'acqua portata a lui dai fiumi Paglia, Nera ed Aniene. Ultimamente vi si è aggiunta anche quella quantità d'acqua che i molti acquedotti dell'interno della città versano nel fiume ed è anche possibile che vi abbia contribuito. Ma anche quando i Goti assediarono le città e distrussero le condotture d'acqua, le inondazioni non cessarono, furono anzi in quegli anni molto gravi: bisogna però anche tener conto del fatto, che dopo la caduta dell'impero romano e dopo la scomparsa del Senato e di tutte o della più gran parte delle autorità preposte alla cura ed all'amministrazione della città, non fu fatto più nulla per lo spurgo dell'alveo e per l'arginatura del fiume.

Col vi secolo dell'èra nostra cominciano, con alcune lacune, nelle cronache medioevali i racconti delle inondazioni. Una delle più terribili avvenne nel novembre 589, sotto Pelagio II, e fu seguita dalla peste.

Gregorio da Tours l'ha descritta: in seguito ad essa caddero dalle fondamenta gli antichi granai dell'Aventino e molti edificii del Campo Marzio. Miracolosamente il Panteon resistè, quantunque da tanti secoli si fosse trovato assai spesso in così grande pericolo, cui edifici men solidi non avrebbero potuto resistere.

Molte volte questa magnifica Rotonda d'Agrippa fu inondata a tale altezza, che si doveva andarvi per mezzo di barche, giungendo la piena fino all'altar maggiore.

Non voglio qui ripetere la storia delle piene del Tevere nel medio evo: da parte dello Stato nulla più venne fatto per la prevenzione del male; gli argini anzi avvallarono[70], il letto del fiume si alzò, cosicchè i danni sofferti dalla parte bassa della città dovettero essere più rilevanti che nei tempi precedenti. Più volte, narrano i cronisti, ponti e porte furono smantellati. Il crollo d'un antico portico presso S. Marco (Porticus Palacinae) fu opera d'una piena dell'anno 791, ed ancor oggi alcuni avanzi di ponti che si trovano nel letto del fiume stanno a ricordare le inondazioni. La piena penetrava quasi sempre, come nel decembre 1870, dalla Porta del Popolo (Flaminia) e irrompeva furiosa nella via Lata, l'attuale Corso, giungendo fino alle falde del Campidoglio. I mesi delle inondazioni erano da novembre a febbraio, fra i quali pericolosissimo il primo.

Dal ix al xiii secolo la storia delle piene è assai monca, non perchè il fiume visitasse meno spesso la città, ma perchè le cronache non ne parlano. Il 1o febbraio 1230 Roma fu colpita da una inondazione spaventosa. Era allora papa, Gregorio IX, il vivacissimo nemico del gran Federico II di Hohenstaufen. Egli si trovava fuggiasco a Perugia, quando la repubblica di Roma si levò in arme contro di lui. L'improvvisa inondazione fece sui Romani l'effetto che già aveva fatto su di essi al tempo di Augusto; preso da superstizioso spavento, il popolo mandò legati al Papa supplicandolo di ritornare a Roma. Egli tornò e trovò la città immersa nella desolazione, cercò di sollevarla, fece ricostruire il ponte dei Senatori (oggi Ponte Rotto) che era stato abbattuto dalle acque, fece ripulire i canali di scolo otturati, e altri ne costruì.

Quarantasette anni dopo, il 25 novembre 1277, mentre la Santa Sede era vacante e il collegio dei Cardinali riunito a Viterbo doveva eleggere il nuovo pontefice sotto le pressioni di Carlo d'Angiò (contro i desideri del quale nominò poi Nicolò III Orsini), il fiume devastò Roma nuovamente. Questa inondazione è notevole particolarmente, perchè con essa ha principio la non breve serie di iscrizioni, con cui i Romani solevano ricordare, sulle facciate delle chiese o delle case, l'altezza raggiunta dalle più gravi inondazioni. Ancora non esistevano idrometri.