L'iscrizione di quell'inondazione suona così:

HUC TYBER ACCESSIT SED TURBIDUS HINC CITO CESSIT
ANNO DOMINI M.CCLXXVII. DIE. VI. NOV.
DIE VI. ECCLESIA VACANTE.

Il Narducci ha trovato quest'iscrizione, fino allora sconosciuta, in un manoscritto scorretto della Biblioteca Angelica; essa si trovava in una scala di marmo presso la chiesa dei Santi Celso e Giuliano in via dei Banchi. È ancor oggi ben conservata; io stesso la vidi, anni fa, murata sotto un piccolo arco, non lontano dal palazzo Cicciaporci, sulla parete della casa che gli sta dirimpetto. È incisa su una lunga e stretta tavola di marmo, coi caratteri degli ultimi tempi degli Hohenstaufen, che segnano il passaggio al così detto carattere gotico.

Gli uomini di quel tempo solevano dare a queste notizie, che noi esprimiamo con brevità e semplicità statistiche, un'intonazione solenne e poetica. In ciò sta non piccola parte dell'attrattiva dell'epoca medioevale, come più di ogni altra cosa dimostrano le iscrizioni funerarie. Durante il Rinascimento, quando l'epigramma tornò a fiorire, queste notizie sulle piene del Tevere divennero vere e proprie graziose poesie latine. Si soleva rappresentare sulla lastra di marmo il fiume col simbolo di linee ondeggianti, in mezzo alle quali appariva una barchetta pericolante: una mano coll'indice steso accennava l'imagine. Spesso vi era anche una croce. Col secolo xviii l'uso dell'epigramma tiberino cessa, e prende il suo posto la notizia nuda e cruda. Ora poi ci si contenta di una linea che segna il livello massimo dell'acque e delle parole: Alluvione del Decembre 1870. Per la maggior parte tali iscrizioni furono poste sulle facciate delle chiese del Campo Marzio, e in particolar modo la facciata della Minerva è da considerarsi come l'idrometro del più lontano medioevo[71].

Dopo l'iscrizione del 1277 troviamo una lacuna di cento anni. L'alluvione dell'8 novembre 1376 si trovava ricordata alla Minerva, su una lastra di marmo che è andata perduta. Questa alluvione precedè il più grande avvenimento dell'epoca, il ritorno dei papi da Avignone sotto Gregorio IX. Dal secolo xv, e precisamente dal 25 Novembre 1415, possediamo la esatta e completa serie cronologica delle inondazioni, fino ai nostri giorni. Come esempio dò qui un'iscrizione del tempo di Sisto IV:

CREVIT AD HOC SIGNUM TRANSCENDENS LIMINA TYBRIS
OCTAVA JANI, QUAE MEMORANDA DIES.
TERRITA ROMA, NOE REDEUNT NUNC TEMPORA, DIXIT,
DILUVIO, ATQUE ITERUM CORRUET OMNE GENUS.
HUNC ANNUM VERSU LONGO EST DESCRIBERE VERUM
QUAE NUMEROS SIGNAT HIC NOTA JUNCTA DOCET.
M.CCCC.LXXVI.

Alessandro VI si trovò a due grandi alluvioni, nell'ottobre 1493 e il 5 decembre 1495. Poco dopo le onde del Tevere dovevano trasportare il cadavere del figlio di lui, duca di Candia. Suo fratello, Cesare Borgia, lo aveva fatto trucidare e gettare nel fiume; quel Cesare Borgia che aveva fatto precipitare dalle mura di Castel Sant'Angelo l'infelice Astorre Manfredi e tante altre vittime. Al tempo del terrore dei Borgia non passava notte che non si trovasse qualche ucciso nelle placide onde del fiume. Ma esso aveva trascinato al mare ne' suoi flutti fatali anche due imperatori romani, Massenzio e Massimo, un papa romano, Formoso, e le ceneri di Arnaldo da Brescia.

L'alluvione dell'anno 1495 è ancora ricordata da parecchie iscrizioni nel Campo Marzio e cominciano in quell'epoca a pubblicarsi in Roma scritti relativi al Tevere, per mezzo della stampa, che già dalla Germania era giunta a Roma.

Il Narducci indicava come primo scritto di questo genere la poesia del noto poeta popolare Giuliano Dati dal titolo: Del Diluvio di Roma del MCCCCLXXXXV adì IV. di Dicembre. Et daltre cose di gran meraviglia, con una incisione in legno rappresentante l'inondazione.

A questo possiamo aggiungere il componimento poetico di un umanista tedesco. Jacobi Locher, alias Philomusi, Carmen de diluvio Romae effuso. Ibid. Dec. 1495.