Pubblicò la bolla De luctuosa Tyberis e ordinò pubbliche preghiere.
Un epigramma, a Castel Sant'Angelo, ora scomparso, diceva:
ANNO CHRISTIANAE SALUTIS MDIIC
DIE XXIV DECEMBRIS
ERIDANI IMPERIO CLEMENS, ET PACE PER ORBEM
AUREA REDDIDERAT SAECULA, ROMA, TIBI.
CUM SUBITO TYBERIS ASSURGENS HUC EXTOLLIT UNDAS
ET TE PENE SUIS CONTUMULAVIT AQUIS.
SCILICET EXTOLLANT ANIMOS NE GAUDIA NOSTROS
TEMPERAT ADVERSIS PROSPERA QUAEQUE DEUS.
IO. FRANCISCUS ALDO BRANDINUS ARCIS HUJUS
ET. S. R. E. COPIARUM GENERALIS PRAEFECTUS POSUIT
Furono pubblicati in quell'occasione importanti scritti del Castaldi, del Castiglione, degli architetti Carlo e Domenico Fontana, di Paolo Beni, e di altri, che ricercavano le cause del male e proponevano rimedi. Il governo pontificio prese atto dei progetti, chiese consiglio a tutti i tecnici d'Italia, emanò editti e decreti, ma nulla fece di concreto, si ricorse perfino agli incantesimi piuttostochè alla scienza: Pio V fece gettare nel fiume un Agnus Dei di cera, e credette con questo di aver scongiurato definitivamente nuove inondazioni.
Gli scritti sul Tevere continuano nel secolo xvii in grande abbondanza. Quel secolo contò cinque grandi piene negli anni 1606, 1637, 1647, 1660 e 1686. La terza cadde sotto il pontificato di Innocenzo X Pamphili, al tempo della famosa Olimpia Maldacchini, sua cognata, il cui favorito era un tal Conte Fiume.
Ciò diede materia allo spiritoso Pasquino per un salacissimo epigramma che fece scoppiar dalle risa tutta Roma; vi si vedeva raffigurata una donna nuda, delle linee ondulate, rappresentanti le acque, giungevano fino alla metà del corpo; e sotto si leggeva:
Fin qui arrivò Fiume.
Notevoli sono gli scritti di Filippo Maria Bonini: Il Tevere incatenato (1663) e dell'ingegnere Cornelio Mayer, olandese. Ingegneri e dotti chiedevano sempre più insistentemente che il Tevere fosse reso navigabile e che fossero ristabiliti gli antichi porti di Ostia e Porto. Numerose pubblicazioni trattano l'importante questione, dibattuta fino ai dì nostri. Si pubblicarono anche delle elegie sul Tevere; un poeta, Caracci, scrisse una Assemblea dei Fiumi che dedicò a Cristina di Svezia. Vi si raffigurava un Tevere piangente, uno coronato, uno lieto e uno festoso nello stile di quell'epoca, in occasione di feste di nozze o per adulare persone principesche.
Già nell'anno 1545 Francesco Maria Molza aveva fatto pubblicare la sua Ninfa Tiberina.[72]
Nel secolo xviii il Tevere inondò la città negli anni 1702, 1742, 1750, 1772, 1780, ma senza produr gravi danni. Il Brioschi dice che nel 1742 si pensò al primo lavoro serio e scientifico per risolvere la questione del Tevere: la livellazione del fiume dalla confluenza della Nera al mare, eseguito dagli ingegneri bolognesi Chiesa e Gambarini nel 1744, per incarico di Benedetto XIV, e stampata a Roma nel 1746.