I tecnici si erano mostrati contrarii alle proposte di arginare le rive del fiume, dare un'altro sfogo ai canali di scolo della città; deviare una parte della corrente, a monte di Roma, con uno o più canali, e accorciare con tagli opportuni il corso serpeggiante del Tevere al di sotto della città.

Essi avevano invece consigliato di togliere i mulini da Roma; di demolire i resti dei ponti Trionfale e Sublicio, di pulire con gran cura il letto del fiume, di dare maggiore apertura agli archi dei ponti, di rimuovere insomma tutti gli altri ostacoli, tenendo conto anche di quelli prodotti dall'isola tiberina (di San Bartolomeo).

I consigli pratici di questi ingegneri, nota Brioschi, rimasero infruttuosi, e dei loro lavori non è rimasto che il piano di livellamento, che ancor oggi può vantaggiosamente venire consultato.

Il xix secolo conta quattro grandi inondazioni; quelle del 1805, 1843, 1846, e del 1870. La prima accadde il 2 febbraio, mentre Pio VII era a Parigi, ove era andato ad incoronare imperatore Napoleone. In seguito a quella piena, Ponte Molle, che assai aveva sofferto, fu restaurato come oggi lo vediamo. Nei primi decennî del secolo videro la luce nuovi scritti sul Tevere, dei quali son degni di memoria quelli degli archeologi romani Carlo Fea, Nibby, Rasi e Piale.[73]

Anche la piena del 1843 accadde nei primi giorni di febbraio, le due ultime si verificarono il 10 e il 28 decembre. Queste segnano per un caso assai strano, il sorgere e il cadere dello stesso papa, Pio IX, l'ultimo dei papi che ha governato Roma da monarca terreno.

Quando avvenne la prima di queste inondazioni, il 10 dicembre 1846, erano passati solo cinque mesi dall'elezione di Mastai: il nuovo papa festeggiava i trionfi dell'amore e dell'entusiamo d'Italia, come non li ebbe forse mai alcun suo predecessore. Le sue vedute e azioni, ancora colorite idealisticamente, si unirono con la corrente di pensiero del tempo, per favorire quella rivoluzione nazionale, le cui onde scatenate dovevano poi il 20 settembre 1870 inghiottire lo stato della Chiesa.

Ma quando avvenne l'inondazione del 28 dicembre 1870, Pio IX vide le sue devastazioni come pontefice infallibile, ma anche come principe detronizzato e volontario prigioniero in Vaticano. Nello stesso tempo Napoleone III, precipitato dal trono, giaceva prigioniero in un castello tedesco!

L'inondazione del 1870 sarà forse l'ultima a devastare la città di Roma; se si può supporre che il nuovo governo trovi il vero rimedio al male. Esso ha trovato la questione totalmente insoluta, perchè dal 1803, sotto il governo pontificio non si mandò innanzi la cosa: si presero solo le misure relative al fiume dagli ingegneri Benedetti e Venturoli; fu messo l'idrometro a Ripetta, e diminuito il numero dei mulini galleggianti, che datavano dal tempo di Belisario, come asserisce Procopio.

Col 1o gennaio 1871 comincia una nuova era nella vessata questione del Tevere. Le Commissioni di ingegneri del governo italiano e del municipio romano gareggiarono in attività. Ne risultarono molti lavori tecnici e memorie degli ingegneri Canevari[74], Possenti, Vescovali e Baccarini. Furono pubblicate altre opere private: ho già nominate quelle del Brioschi, che del resto appartiene alla Commissione, e raccomando ai lettori in modo speciale l'opera del Carcani pubblicata prima del 1870, alla quale debbo molte notizie, particolarmente per quel che riguarda i tempi antichi.[75]