Questi studi, dice Brioschi, condussero ad un progetto generale e tre particolari. Il primo si accorda (prescindendo dalle condizioni mutate) con quello che i tecnici avevano proposto ad Augusto, e che da lui fu cominciato ad eseguire, e fu poi tre secoli dopo ripreso da Aureliano.

Consiste soprattutto nel pulire il letto del fiume, liberarlo dagli ostacoli e regolarizzare la corrente. A questi si aggiunsero altri progetti, la cui arditezza, per quel che riguarda il costo e la grandiosità dell'impresa, fu poi superata di molto dal progetto di Garibaldi. Questi considerava il suo piano sotto tre aspetti, come Giulio Cesare: liberare Roma dalle piene; allacciare la città al mare con un canale navigabile ed un porto; finalmente bonificare la campagna romana.

Due ingegneri, Filopanti e Amadei, limitarono e ridussero questo progetto, concretandolo in queste linee: deviamento del Tevere in un nuovo letto; arginamento di questo nuovo letto; deviamento dell'Aniene nel medesimo; costruzione di un porto fluviale presso Roma; di un canale nella città e di una strada al posto dell'antico letto, fiancheggiata da case sui due lati.

La novità e l'arditezza dell'idea di allontanare da Roma il Tevere, l'arteria della sua storia, fece rumore nel mondo intero, che non ricordava più il progetto di Giulio Cesare. I difensori del progetto facevano anche brillare il miraggio degli innumerevoli tesori che si sarebbero trovati nel letto del Tevere.

Questa attraente previsione non poteva dirsi del tutto infondata. Solo dieci anni prima il rinvenimento dell'antico deposito di marmi sotto l'Aventino, fatto dal Visconti, aveva meravigliato il mondo intero, ed ora l'aspettativa di preziose scoperte era esaltata da quel che già si era rinvenuto negli scavi dell'Esquilino e del Viminale, dove erano sorti i nuovi quartieri.

Nonostante tutto ciò che è stato estratto dal secolo xv ad oggi, si può affermare con sicurezza che nel seno di Roma innumerevoli tesori aspettano la bacchetta magica che li porti alla luce. Il pensiero di questi tesori nascosti eccita in modo speciale la fantasia dei Romani; una volta, con l'autorizzazione del governo pontificio, io stesso ne fui testimonio, si ricercò nel Colosseo un tesoro del quale alcuni pretendevano di aver trovato in un libro l'esatta descrizione.

E non potrebbe il Tevere nascondere tesori nel suo seno intatto?

Se l'onda del Reno nascondeva il palazzo dei Nibelungi, come dice la leggenda, non dovrebbe il Tevere albergare qualche antica e più nobile stirpe? Che cosa non rivelerebbe il suo fondo allo sguardo dell'universo, quanto oro, quanto marmo, quanto bronzo, quante iscrizioni? Anche rinunziando a cercare nel suo fango il Licnuco d'oro di Gerusalemme, molto resterebbe a scoprire di raro e di prezioso che vi si è affondato nel corso dei secoli. Si narrava nel medio evo che Gregorio Magno avesse fatto gettare nel Tevere molte antiche statue, e questa favola probabilmente accenna al fatto che molte opere d'arte vi si sono, comunque, inabissate.

Del resto più volte il Tevere ci ha restituito opere dell'antichità.