Lo scultore Flaminio Vacca ci dà notizie in proposito nel suo ben noto scritto: Memorie di varie antichità, trovate in diversi luoghi della città di Roma (1594). Sotto Clemente X fu trovato a Ripa Grande un tesoro di monete d'oro. Già il Cardinal di Polignac († 1741) emise il progetto di pulire il letto del Tevere e trarne fuori gli oggetti antichi che vi si trovano. Nel 1773 si fecero ricerche di questo genere e il genovese Bernardo Poch scrisse in quell'occasione: De' Marmi estratti dal Tevere e delle iscrizioni scolpite in essi. Anche nello antico porto di Trajano furono trovate varie antichità e così nell'Aniene. Nel fondo di questo fiume deve ancor trovarsi una tavola di pietra coll'iscrizione di Narsete, che eresse il ponte Salaro, tavola che precipitò alla fine del secolo xviii. E quante preziose sculture che ornavano le splendide ville che sorsero un tempo sulle due rive, non potrebbe nascondere l'Aniene! Il progetto di prosciugare il Tevere per estrarne i tesori nascosti tornò in ogni tempo ad allettare gli spiriti: lo proponeva nel 1855 Annibale Nuvoli nel suo scritto Del Tevere; e nel 1818 si era già pensato di istituire a quello scopo una società.
L'idea dunque di un mondo fatato di tesori immersi nel fiume assicurò per un istante un interesse fantastico al progetto di Garibaldi. Ma quale più grande e mirabile tesoro per Roma, del Tevere stesso? Come rassegnarsi a perderlo per l'incerto rinvenimento di questi tesori?[76]
Ecco il giudizio del Senatore Brioschi sul progetto di Garibaldi: «Considerandolo dal punto di vista igienico, edilizio, e tecnico, questo progetto non dovrebbe nel suo complesso venire respinto, ma sotto altri aspetti esso ha in sè qualche cosa di assolutamente contrario alle esigenze e ai criteri della moderna civiltà. Mentre infatti tanti stranieri archeologi e storici vengono a Roma, a passar buona parte dei loro anni per investigare nei suoi monumenti e nelle sue iscrizioni la vita di questo popolo che fu il dominatore del mondo; mentre prima cura del governo nazionale fu di prender possesso di quelle località, dove nuovi scavi possono condurre a nuove scoperte, e di dare a queste ricerche un indirizzo saggio e scientifico; sarebbe inconcepibile determinazione quella di trattare Roma, senza una necessità assoluta, riconosciuta e dagli italiani tutti e dal mondo civile intero, come una città dell'America del Sud, e derubarla del suo più grande monumento, di quel monumento che più d'ogni altro ha determinato, fissato, prodotto la sua storia. Non so se il generale Garibaldi e i suoi collaboratori hanno pensato alle conseguenze del loro progetto; ma io oso affermare, e non dubito che molti saranno con me, che, piuttosto, io mi contenterei come Augusto, di diminuire in varî modi la violenza delle inondazioni, o secondo il consiglio di Bramante, riedificherei Roma sui colli».
Sembra del resto che Garibaldi stesso abbia limitato poi il suo progetto a diminuire la massa d'acqua del Tevere, lasciandolo scorrere assottigliato sotto i ponti, fra due ripe provviste di muraglioni e di banchine.
A Roma è infatti accarezzata l'idea di costruire un Lungo Tevere che da Piazza del Popolo conduca a Castel Sant'Angelo. Esso potrebbe, se grandiosamente costruito e senza badare a risparmiare i milioni, arricchire la città di un incomparabile ornamento. Pure non si potrebbero trovare, io spero, molti Romani che desiderassero di vedere trasportata a Roma la compassata e rigida figura di Firenze moderna coi suoi Lungarno dai monotoni parapetti di pietra.
L'Arno, che nell'estate si assottiglia tanto da scomparire, traversa Firenze tra due muraglioni eguali e diritti, ed ha l'aspetto d'un canale artificiale. Il Tevere invece ha una corrente vivace, impetuosa, piena anche nel cuor dell'estate, e la sua bellezza consiste appunto in questa sua natura selvaggia e libera.
Esso conserva fin dentro Roma l'aspetto di un libero figlio dei monti, e scorrendo nella città dei Cesari, non ha dimenticato i verdi colli ed i campi dell'Umbria, dalla quale discende.
Al suo ingresso in città, a Porta del Popolo, ai prati di Nerone, a Ripetta, esso rapisce lo spettatore per la idillica e campestre bellezza delle sue rive. In quale altra grande città sarebbe dato vedere un fiume così pittoresco, nel quale, presso il porto di Ripetta, un vecchio barcarolo, il Caronte del Tevere, da lunghi anni traghetta i passeggeri sulla sua antica barca coperta da un rozzo e sghembo tetto di legno, raccomandata ad una lunga fune? Egli lascia la riva laggiù, presso il luogo dove è stabilito l'idrometro, dove un giorno fu precipitato nel fiume il duca di Candia, figlio di Alessandro VI, e approda al più originale e naturale di tutti gli approdi, sulla rena della spiaggia, dalla quale si sale la ripa su scalini, che i piedi stessi si sono creati affondandosi nel terreno, per giungere subito, in mezzo alla più tranquilla solitudine, fra i verdi boschetti e le vigne.[77]
Al posto di questa classica riva io non mi rassegnerei mai a vedere dei noiosi e monotoni Lungotevere: questo alito della campagna e della solitudine, che penetra fin dentro la città, dà a Roma un incanto speciale e tutto suo.
La bellezza del Tevere, entro la città, consiste poi soprattutto nelle sue serpeggianti volute, che i gruppi architettonici delle sponde fanno così varie e pittoresche!