Per ciò, alla caduta dei Carolingi, la Chiesa si affrettò, per la necessità della propria conservazione, a rendere l'autorità imperiale ai Germani, contro il desiderio e malgrado gli sforzi dei duchi italiani. Ottone il grande fu così il secondo restauratore dell'Impero, che avvinse alla monarchia tedesca, alla quale rimase per sempre, formando l'Impero romano dalla nazione tedesca. Da Corrado, i suoi re si chiamarono, dopo l'elezione, anche re dei Romani, considerando la corona romana appartenente ai Germani. Così questo stato assunse la legittimità di un diritto, non però di un dogma, poichè in tempi posteriori i monarchi di Francia aspirarono alla corona imperiale e lottarono ancora per ottenerla, e ne portarono una volta il titolo uno spagnolo ed un inglese, eletti dagli Stati dell'Impero medesimo.

La continuazione dell'Impero sotto la forma di una dinastia nazionale (la tedesca) era però contraria al principio romano dell'Impero; giacchè, dopo che furon sopite nell'antica Roma le lotte nazionali, col diritto universale alla cittadinanza romana ascesero al trono senza distinzione Siriaci, Traci, Arabi, Spagnoli, Greci e Goti. Ogni libero cittadino di Roma poteva aspirare al supremo potere, secondo il concetto dell'Impero universale. La Chiesa assunse lo stesso principio, essendo anch'essa universale, Siriaci, Greci, Latini, Germani occuparono senza contrasto la Santa Sede. Ogni cittadino romano libero poteva occuparla, purchè vestisse l'abito ecclesiastico. A questo principio la Chiesa dovette gran parte della sua diffusione e della sua potenza; il giorno in cui essa rinunziò ad esso, e legò definitivamente la tiara ad una nazione, l'italiana, come il diadema imperiale si era ristretto ad un'altra nazione, la tedesca, quel giorno segnò la limitazione della potenza pontificia e la fine della funzione cosmopolita del Papato.

Intanto non era un semplice accidente storico quello che risolutamente attribuiva alla nazione tedesca la potenza imperiale. Il tempo ha mostrato poi il significato profondo di questo fatto che al tempo di Ottone I non era stato ancora afferrato. Infatti la nazione tedesca aveva in sè, più di molte altre, il principio stesso della universalità, e lo portò fino ai nostri giorni: l'Impero che la dominò e che durò fino al 1806, fu l'espressione della natura idealistica di questo popolo. Esso possiede da tempo quella facoltà che le altre nazioni hanno acquistato appena ai dì nostri, di penetrare nell'esistenza e nella coscienza profonda dei popoli stranieri, e di assimilarseli senza perdere la propria individualità, intendendo lo svolgimento completo dell'umanità in tutte le sue varie fasi. Lo spirito tedesco è atto a lasciar agire su di sè gli spiriti degli altri popoli, e farsi così, quasi direi, un'officina della mondiale civiltà. Esso somiglia in ciò al popolo greco, lo spirito del quale esso aveva preso dal popolo italiano, per adempire ad una missione mondiale. Novello Ercole, esso si è sobbarcato a molte fatiche per il bene degli altri, e anche all'increscioso e lungo servizio della tutela. Anche oggigiorno si intravede che questo popolo, dopo un languore solo politico, non intellettuale, si rialzerà ed avrà per sè l'avvenire, poichè la sua missione non è compiuta, e si compirà sotto nuova forma, ben diversa dalle conquiste imperiali! La nazione tedesca è paziente e giusta; la sua rivalità ha già un carattere di universalità; i popoli si lasciano attirare da essa, perchè subiscono l'influenza del pensiero filosofico della patria nostra. C'è presso di lei solo un popolo che abbia uno spiccato carattere mondiale, è la libera Inghilterra anglosassone, essenzialmente pratica nel suo dominio del mare, nelle sue industrie, nelle sue colonie.

Mentre così l'Impero si nazionalizzava con Ottone I, la Chiesa era minacciata da un grave pericolo; quello della separazione del germanismo dal romanismo, i quali prima o poi dovevano impegnare una lotta a morte. Seguiremo il processo di questa lotta, e considereremo i suoi risultati: la liberazione della Germania dal principio romano, e il ritorno del Papato e della chiesa imperiale al romanismo.

L'idea dell'Impero, Impero internazionale, astratto ed ideale, si era indebolita, mancandole una base nazionale; rifiorì subito e prosperò invece appena potè appoggiarsi alla nazione tedesca. Passarono tre secoli da Ottone I alla caduta degli Hohenstaufen, nel qual tempo la Germania si alzò ad un universale dominio. Sotto gli Ottoni la Chiesa dovette inchinarsi alla potenza imperiale. I papi furono, come i vescovi di tutto l'Impero, nominati dagl'Imperatori che si erano arrogati il diritto della loro scelta. Grande fu la potenza della dinastia Franca: sotto Arrigo III l'Impero toccò l'apice della potenza. Ricadde poi per la debolezza dell'infelice Arrigo IV. Le cause di questo fatto sono molteplici, ma due fra di esse sono essenziali: il movimento dell'aristocrazia feudale tedesca e la riforma gerarchica della Chiesa, compiuta dal grande pontefice Ildebrando. L'Impero si era completamente feudalizzato; l'aristocrazia dei conti e dei duchi cresciuta in potenza si era arrogata il diritto dell'elezione imperiale, e lo stesso aveva fatto la nobiltà spirituale dei vescovi, degli abati e dei prelati, i quali, forniti di smisurate proprietà, avevano preso il primo posto fra gli Stati, come principi dell'Impero. Così sorse un sistema clerico-feudale che fiaccò la Corona. Questo fu il principio di ogni susseguente indebolimento della Germania.

Al contrario il Papato, rialzandosi dalla sua profonda abbiezione, saliva ad alta ed universale potenza colla riforma di Ildebrando, il rivolgimento più grande e profondo che abbia avuto la Chiesa prima della riforma tedesca. La Chiesa non si staccò dall'Impero, ma si rese indipendente. La scelta dei pontefici fu sottratta all'influenza imperiale ed alla sua approvazione, e affidata ad un Senato di cardinali; la scelta dei vescovi toccò ai Capitoli. La Chiesa tornò alla gerarchia. Il celibato dei preti alzò una barriera fra il numerosissimo clero—che era uno stato nello stato, un popolo nel popolo—e la comunità, dalla quale prima il potere spirituale proveniva direttamente per elezione. L'abolizione dell'investitura laica del clero minacciava di sottrarre del tutto quest'ultimo alla potenza imperiale, e, mentre mirava ancora a fare di tutta Europa un feudo della Chiesa, il papa, con la donazione della contessa Matilde, si costituiva uno Stato nel cuore d'Italia, che, a detta del pontefice, gli serviva come emblema della sua signoria universale. Il diritto canonico, il cui nucleo principale era formato dal principio della sovranità assoluta del pontefice sulla Chiesa e sulle nazioni, fu contrapposto al diritto imperiale, e imperò solo nella lunga lotta contro le eresie, gli scismi, le falsificazioni dei monaci sulla donazione di Costantino e sui falsi decretali d'Isidoro. La grande lotta delle investiture agitò l'Europa per mezzo secolo e finì con un compromesso o concordato che lasciava la vittoria al Pontefice.

Il potere spirituale minacciava di soffocare quello temporale: lo sviluppo della civiltà e la libertà umana in ogni campo risentirono di questa tendenza, e l'Europa fu minacciata dal pericolo di un dispotismo orientale. Questo poteva aver origine o dal fatto che l'Impero soggiogasse la Chiesa o dall'altro che la Chiesa soggiogasse l'Impero. Ildebrando aveva allontanato il primo pericolo, ma esso ora ricompariva dall'altro lato, dal lato del papa. Gli Hohenstaufen lo combatterono; sulla loro bandiera è scritto il principio ghibellino: Separazione del potere temporale da quello spirituale; il clero privato di ogni diritto politico usurpato, e ricondotto alle primitive e pure condizioni cristiane; il potere temporale tolto al pontefice. Questa era l'idea germanica di Arnaldo da Brescia che non tramontò più, sebbene questo primo riformatore della debole politica dell'Impero cadesse vittima del suo tentativo.

Gli Hohenstaufen opposero all'autocrazia papale l'autocrazia bizantina imperiale; essi combatterono il diritto canonico col diritto romano che si era elevato già a scienza; quando i papi affermavano di essere i vicarii di Cristo, signore della terra e del cielo, e perciò anche padroni della terra per grazia e diritto divino, ribattevano i dotti germanici che, secondo il diritto romano, nessun altro monarca v'era sulla terra all'infuori di Cesare. Ma questa teoria aveva perduto ogni sua forza col feudalizzarsi dell'Impero. Quel monarca del mondo era in Germania stessa combattuto dalla nobiltà feudale, che si faceva sempre più forte, e in Italia dallo spirito nazionale e dalla democrazia. Il pontefice si alleò coi tre nemici dell'Impero; si nazionalizzò col principio guelfo; divenne italiano, patriottico proprio, mentre l'Impero andava perdendo radici in Germania sotto gli Hohenstaufen, e cercava in Italia una base. Ma non essendogli riuscito di fondersi con la monarchia tedesca nazionale, l'Impero doveva cadere.

La lotta vittoriosa dei comuni lombardi contro il Barbarossa segna il momento, in cui in Italia si formò una nazionalità latina e di carattere comunale; gli elementi germanici avevano perduto ogni forza ed ogni personalità. La feudalità era germanica, straniera, e importata: il comune latino la soverchiò; ma le città italiane non combatterono nella loro gloriosa guerra il principio imperiale romano, ma il principio feudale imperiale che era germanico. Il grande Barbarossa si ritirò saviamente dall'Italia, e rese alle città la loro indipendenza.

Allora l'Impero avrebbe potuto risorgere e riprender vita come monarchia tedesca, frenando a tempo questa rinuncia all'Italia. Ma il fatalissimo matrimonio siciliano di Arrigo VI, e la non ancora esaurita lotta di principii fra l'Impero e la Chiesa resero questo impossibile. L'astuto Arrigo arenò nel suo disegno di rendere ereditaria in Germania la corona imperiale a dispetto dell'aristocrazia temporale e spirituale. In Italia, dove egli aveva aggiunto alla sua casa le corone di Napoli e di Sicilia, restaurò il feudalismo germanico sotto le forme di principati feudali tedeschi, limitò gli Stati della Chiesa, e strinse un anello di ferro intorno a Roma ed al Papa. Ma la sua morte precoce, la vacanza dell'Impero e le lotte per la conquista del trono, depressero d'un tratto nuovamente la potenza imperiale. Il grande Innocenzo III impugnò la bandiera della nazionalità italiana, battè i signori feudali tedeschi, e si fece signore di uno Stato della Chiesa rinnovellato, e protettore d'Italia. Con questo famoso pontefice la Chiesa raggiunge il suo massimo splendore. Egli fece del Papato il tribunale supremo e internazionale d'Europa, ciò che era stato un tempo l'Impero ed avrebbe dovuto essere ancora e rimanere. Il potere temporale e spirituale per un momento si trovarono riuniti, e minacciarono l'Occidente con un dispotismo cesareo-papale.