Il principio ghibellino della indipendenza della monarchia fu subito diffuso nelle regioni più civili di tutto l'Occidente, considerato da un punto di vista più o meno filosofico. Le correnti di pensiero riformatore della Chiesa, muovendo dal dogma della povertà evangelica, col quale prima i Valdesi, poi i Francescani combatterono la dominazione universale della Chiesa, la sua gerarchia e il suo potere politico, si concentrarono nel principio monarchico, e la futura alleanza fra il regno e la riforma era già di fatto stabilita. Sorse una schiera di riformatori. I nomi di Marsilio di Padova, di Guglielmo d'Occam, di Giovanni di Janduno, di Enrico di Halem e di Luitpoldo di Bebenburg segnano lo svolgimento della nuova lotta per la riforma dell'impero occidentale e della Chiesa.
L'opera famosa di Marsilio, il «Defensor Pacis» costituiva il programma di questa grande ed acuta scuola di riformatori, precursori di Lutero. Essa andava oltre i concetti ancora scolastici di Dante; non si limitava soltanto ad affermare l'indipendenza dell'Imperatore dal Papa, ma pretendeva senz'altro la sottomissione del Papa alla potenza imperiale. Negava e metteva in ridicolo la teoria tomistica dell'infallibilità e del primato del pontefice; negava la sua autorità spirituale medesima come capo supremo della Chiesa; affermava l'uguaglianza evangelica di tutti gli Apostoli e di tutti i sacerdoti. Il Concilio diceva essere superiore al pontefice, e affermava unico documento originario della dottrina cristiana essere la Sacra Scrittura.
Di questi elementi nel tempo si servì Ludovico il Bavaro, quando intraprese la famosa lotta contro Giovanni XXII. Secondo la teoria di Dante, che il popolo romano fosse la fonte dell'autorità imperiale, e secondo la dottrina dei monarchisti, che il re dei Romani, una volta eletto, non aveva bisogno dell'incoronazione, nè dell'unzione, nè della confermazione del Papa per essere di pieno diritto Imperatore, Ludovico prese in S. Pietro a Roma la corona imperiale dalle mani del popolo romano o dei suoi delegati, i baroni laici. Fu questa una rivoluzione, il crollo del principio legittimista degli Hohenstaufen, che negava al popolo romano questo diritto di sovranità.
Nel giudizio del suo tempo, Ludovico democratizzò l'impero non solo, ma deprezzò la corona dei Cesari fino a farne un feudo del ruinato Campidoglio e della meschina repubblica di Roma. La sua azione che appare così acuta che potrebbe esser chiamata moderna, non era però l'espressione di una convinzione reale, ma di un sentimento passeggero, insolente ed altero. Questo primo Imperatore che ebbe la corona dalle mani del popolo, fu un uomo senza tenacia di volere e senza genio. Egli si disse, in presenza del Papa, peccatore pentito, e ad Avignone chiese umilmente l'assoluzione e l'incoronazione papale. Egli rese al pontefice la sua autorità, sebbene gli Stati di Germania avessero a Rense e a Francoforte, proprio in quei giorni, fatto la dichiarazione solenne della indipendenza della corona imperiale dalla Chiesa e dal Papa. Questa famosa dichiarazione fu il risultato pratico di quella lotta fra Ludovico e il papato, nella quale l'Imperatore era il reale, se non apparente, trionfatore. Essa proclamava la separazione della Germania da Roma, separazione che prima o poi doveva di fatto verificarsi. L'Impero, che si andava sottraendo così all'autorità della Chiesa, si circoscriveva sempre più strettamente, o per limitarsi finalmente al solo Impero tedesco.
Le idee di Dante e del Petrarca sull'eterna significazione di Roma come capitale universale e metropoli dell'umanità, e centro della universale monarchia, trovarono già in quel tempo, col teorico rinascere dello spirito romano, un'espressione fantastica nel Campidoglio medesimo. Mentre il papato stava lungi nella sua cattività francese, l'Imperatore lontano anch'esso e scaduto dall'antica dignità, e l'Impero stesso era dissolto, sorse il tribuno popolare Cola di Rienzo e proclamò sulle rovine capitoline gl'inalterabili diritti di sovranità del popolo e del Senato romano, dinanzi al tribunale del quale, egli invitò a presentarsi l'Imperatore, i principi dell'impero, e gli alti prelati della Chiesa. Nel suo delirante pensiero si trovava pure un metodo non privo di logica; ed i suoi sogni non erano soltanto parto accidentale della sua fantasia, ma spiegabili derivazioni del processo storico dell'idea dell'Impero e di Roma, che avrebbero potuto ricondurci ad una misura e ad un disegno politico che una volta per sempre offrisse un programma degno di seria considerazione.
Così l'Impero doveva di nuovo essere nazionalizzato italiano; un italiano doveva, per libera elezione di tutti i delegati della penisola, per un plebiscito anzi, essere fatto Imperatore e risiedere in Roma. Tutte le città furono dichiarate libere e fu accordato loro il diritto di cittadinanza romana, a titolo originario della loro libertà; tutti furono invitati a radunarsi, per mezzo dei loro delegati, in Roma loro madre, ed a formare una confederazione italiana, dalla quale fossero esclusi gli stranieri. Il motto moderno l'Italia farà da sè, e l'idea della indipendenza nazionale italiana e della sua unità furono in sostanza già nel pensiero di Cola chiari e precisi, e ciò assicura al geniale sognatore uno dei primi posti fra i patrioti d'Italia. Il grande disegno trovò ostacolo nella fugacità del genio politico di Cola, nella gelosia delle città e dei tiranni della penisola, nell'avversione della Chiesa, ed anche perchè era vana e irrealizzabile l'idea di una restaurazione dell'antica repubblica romana. Con Cola il dogma politico di Roma tramontò, ma la rinascita del mondo antico si effettuò sotto forme ideali e letterarie. Vicino a Cola dobbiamo porre il Petrarca, il grande apostolo del Rinascimento, in cui si formò allora quell'ambiente particolare, sul quale poterono dissolversi e perdersi i partiti dei Guelfi e dei Ghibellini ed anche l'idea dell'Impero.
Il disegno di portare in Italia la dignità imperiale fallì così completamente, ed essa rimase alla corona tedesca. Anzi, caso strano, più d'una volta essa fu rivestita dal ramo slavo del Lussemburgo, poichè i successori di Arrigo VII furono i re di Boemia. Con Carlo IV, nipote di Arrigo, l'Impero toccò l'infimo grado della sua potenza: secondo il Villani, questo re si recò alla sua incoronazione come un mercante si reca alla messa. Secondo le istruzioni del pontefice egli si trattenne in Roma le ore strettamente necessarie per compiere la cerimonia dell'incoronazione. Abbandonò Roma e l'Italia in mezzo alle ingiurie e alle beffe, ma con la borsa piena, il più deplorevole Messia che mai apparisse in Italia, dove era stato chiamato dalle vane e idealistiche speranze nutrite dal Petrarca; come un tempo suo nonno da quelle di Dante! Il viaggio di Carlo a Roma finì di distruggere l'ideale dei ghibellini che fin allora avevano voluto vedere nell'Imperatore il salvatore d'Italia.
Nondimeno, l'idea imperiale continuò a vivere, e il potere imperiale fu ancora teoricamente riguardato come il più alto e più atto a reggere il mondo; così l'Impero ebbe un vivace risveglio al principio del secolo xv con Sigismondo, re dei Romani, ultimo discendente di Arrigo VII. La causa di questo risveglio teorico, ma che pure ebbe anche pratici risultati, deve ricercarsi nello stato di profonda decadenza nel quale era precipitata la Chiesa, la quale chiese di nuovo aiuto al potere imperiale per tentare una via di rinnovamento e di salvezza. Il ritorno del papato da Avignone a Roma fu seguìto dalla rovina della Chiesa, la più spaventevole che mai si sia data.
La sconfinata corruzione della Chiesa minacciava di farle seguire la sorte dell'Impero, e di scinderla in più Chiese regionali; e per la durata di due pontificati sembrò imminente una separazione di essa in una metà germanica ed una romana. Stava in giuoco il concetto fondamentale della sua universalità: allora accadde che d'un tratto l'idea dell'Impero acquistò una forza internazionale nuova. La dottrina di Dante e degli imperialisti del tempo di Ludovico il Bàvaro riprese vigore e fu seguita anche in Francia, dove il principio monarchico si era molto sviluppato dopo la lotta fra Bonifacio VIII e Filippo il Bello.
Tutti i popoli dell'Occidente guardavano ora all'Imperatore come al capo della universale Repubblica e al legittimo giudice della Chiesa, il quale doveva chiamarla dinanzi al suo tribunale supremo per sentenziar sui corrotti pontefici. Gerson e Pietro d'Ailly presero il posto occupato un tempo, ma in un cerchio ben più ristretto, da Marsilio da Padova e dai suoi compagni di lotta. Il Concilio si erigeva sul pontefice: Sigismondo lo convocò, come re dei Romani, a Costanza. Questo grande Concilio, che, per l'autorità dell'Imperatore, depose papi e fece scegliere da un Conclave di deputati nazionali il nuovo Papa, segnò un'epoca nella storia del mondo. L'idea dell'Impero apparve allora per l'ultima volta come un principio internazionale di ordine e di pace, che portava con sè il ricordo di un glorioso passato. Ma con esso si chiudeva la storia dell'Impero, poichè esso più non riposava sopra un potere effettivo, ma sopra un dogma ideale.