Col secolo xv tutti i rapporti politici subiscono grandi variazioni: i popoli escono dalle forme cattoliche della Chiesa e dell'Impero, e assumono forma moderna. Il mondo europeo entra in una fase totalmente nuova del suo sviluppo, e nel secolo xvi esso offre l'aspetto di varii nuovi gruppi di stati uniti fra loro per mezzo di alleanze e di leghe determinate da bisogni dinastici o nazionali. Il grande rivolgimento di tutto l'Occidente, cominciato alla metà del secolo xv e continuato nel seguente, fu operato da molti e possenti fattori: invenzione della stampa, rinascimento della cultura e dell'arte classica, caduta sotto i Turchi dell'Impero bizantino, caduta del dominio arabo in Spagna, formazione della monarchia spagnola, scoperta dell'America, fondazione della potenza della dinastia degli Asburgo, sviluppo della monarchia francese, e finalmente la Riforma.
Dall'anno 1439 la Corona imperiale tornò agli Asburgo, e rimase in quella dinastia fino all'anno 1806 senza interruzione, se non di brevissima durata. Federico III fu anche l'ultimo re che fu incoronato a Roma, se eccettuiamo fra i successori Carlo V che fu sì incoronato dal Papa, ma a Bologna, nessun altro Imperatore fu unto e incoronato più dalle mani stesse del pontefice, ma i re tedeschi dopo la loro elezione si chiamarono, secondo gli articoli imperiali, imperatori eletti, e fu aggiunto: del Sacro Romano Impero della Nazione tedesca. Di fatto, si trattava veramente di un Impero tedesco. Si spezzò così ogni legame fra Roma e l'Italia, e l'Impero, e l'Imperatore tedesco non si recò più in quella regione che per trattare affari politici o dinastici che casualmente lo avessero richiesto.
La dinastia degli Asburgo, nella quale era di fatto divenuta ereditaria la carica imperiale, radunò sotto di sè, dal tempo di Massimiliano, uno straordinario dominio, dal Reno al Danubio inferiore, ed a questo fatto si deve la durata della dignità imperiale in quella casa e lo slancio che la storia della Germania ha avuto fino ai nostri giorni. Infatti l'Impero, avendo perduto le sue provincie primitive: l'Italia, la Borgogna, la Provenza, la Svizzera, cercò nel dominio degli Asburgo, nella parte orientale dell'Impero, il suo centro di gravità, là dove i popoli danubiani potevano formare una massa compatta contro l'irruzione di nuovi barbari, Turchi e Slavi, entro i confini. Bisognava poi pensare a stabilire un ostacolo ad occidente contro il pericoloso estendersi della monarchia francese. Ma tanto questi che quei confini furono debolmente muniti, e la caduta di Vienna sotto i Turchi fu solo impedita dall'aiuto della Polonia, mentre i confini occidentali furono ignominiosamente abbandonati. La dinastia degli Asburgo, preoccupata soltanto di sè e delle sue terre ereditarie, lasciò la Francia spingersi fino al Reno, mentre, per motivi concernenti la sua politica particolare, cambiava nel secolo xviii la Lorena, provincia imperiale, per la Toscana, che divenne così un possesso dei secondogeniti della casa di Asburgo.
La formazione di questa sovranità austriaca, che si andava aggravando sulla Germania propriamente detta, minacciava di ridurre il popolo tedesco ad un'appendice dell'Austria, come giustamente dice Bryce. Gli Asburgo salirono presto sotto Massimiliano e Carlo V ad una tale potenza, che essi furono di nuovo preoccupati delle antiche idee di dominio universale, ma con basi molto più reali e positive di un tempo. Massimiliano tentò seriamente di realizzare la grande idea di farsi pontefice, per riunire in sè i due poteri temporale e spirituale e riformare Chiesa ed Impero; suo nipote Carlo V, dopo avere ereditato l'Olanda, la Spagna intera, Napoli, e conquistato Milano, si vide arbitro di un grande Impero cesareo, quale nemmeno Carlomagno aveva posseduto con tanta estensione e potenza d'armati.
Carlo V, imperatore, avendo ricacciata nei suoi confini la Francia, eterna rivale della Germania, ingranditasi a spese dell'Impero, si ripresentò nella storia dell'Occidente un breve periodo simile a quello reso illustre da Carlo Magno; un periodo storico che poteva consentire la formazione di un dominio imperiale costretto nelle ferree leggi del Cesarismo, valido a rendere indipendenza e libertà ai possedimenti già sottratti all'Impero.
Per coronare l'edificio, Carlo V avrebbe potuto abbattere il Papato, e dar mano egli stesso alla desiderata riforma; così avrebbe riunito le due potenze della Chiesa e dell'Impero, e, nuovo Costantino, fondato una nuova Chiesa imperiale e nazionale.
Ma in questi giganteschi disegni non si teneva conto dello spirito germanico; la Riforma, questo grande fatto liberatore, diede nel momento opportuno un gran colpo al Cesaropapismo di quell'arbitro del mondo. Essa fu il risultato di un secolare processo svoltosi nella Chiesa e nell'Impero; suoi precursori furono tanto gli antichi Imperatori germanici che combatterono l'assolutismo e il potere temporale dei Papi, quanto gli eretici evangelici che avevano combattuto il dogma, la gerarchia e la supremazia spirituale esclusiva del pontefice. L'idea romana dell'accentramento fu soverchiata e soffocata dal principio della libertà del pensiero, e l'idea della comunità universale, rappresentata fin allora dalla Chiesa cattolica romana e dall'Impero a lei legato, si perdè nella luce della nuova libertà spirituale.
Gli effetti della rivoluzione degli stati dell'Occidente sarebbero stati incalcolabili, se Carlo V si fosse messo a capo del movimento della Riforma. Ma alcuni possedimenti del suo impero, come Napoli, Milano, e la Spagna bigotta, lo designavano nemico della Riforma, mentre questa stessa, per il suo principio di decentramento, era pericolosa nemica dell'idea imperiale e della sua inseparabile Chiesa imperiale. La Riforma colpì a morte l'idea imperiale; e fu monarchica, perchè aveva bisogno dell'appoggio dei principi per poter tener testa all'Imperatore ed al Papa. La vittoria del principe Maurizio di Sassonia pose termine a questo movimento, arrestando d'un colpo la potenza di Carlo. Il riconoscimento della confessione di Augusta fiaccò definitivamente il principio dell'Impero e della Chiesa imperiale.
Era necessaria un'aspra lotta di cento anni combattuta dalla Chiesa riformata per la propria esistenza contro la Chiesa cattolica romana, dalla quale si era scissa, perchè l'opera di Lutero e dei suoi seguaci acquistasse solida consistenza. Questa terribile lotta per l'esistenza fiaccò la Germania e la rese politicamente debole. La faticosa liberazione della nostra patria dalla Chiesa di Roma le costò in fatto uno sforzo immenso che l'esaurì più profondamente, che non avesse fatto l'antico legame con Roma e l'Italia che aveva per secoli asservito la nostra forza nazionale ad un dogma politico-religioso, in una terra straniera. Ma lievi furono i sacrificii fatti dalla Germania dal tempo delle guerre di religione fino alla pace di Vestfalia, poichè valsero a conquistare la libertà della fede e del pensiero, che è la base della moderna civiltà europea. Il grave pericolo che derivava dalle primitive tendenze monarchiche della Riforma, per cui si poteva ancora pensare a riunire il potere temporale e quello spirituale in un pontefice, principe protestante (secondo l'aforisma cujus regio ejus religio), fu allontanato e superato per lo spirito germanico d'individualità e per l'indipendenza territoriale dei principi tedeschi. Invece di una Chiesa generale riformata si ebbero tante singole Chiese, ma anche così frazionato, lo spirito della Riforma rimase abbastanza potente da tener testa alla grande nazione del cattolicismo, sia pure colla perdita di qualche provincia. Il principio della libertà di coscienza ha oggi generalmente trionfato; anche in Italia, nella immediata vicinanza del pontefice, esso è divenuto un diritto, oramai acquisito per sempre. E' il diritto universale di cittadinanza dello spirito occidentale: la vecchia Chiesa, legata all'Impero o allo Stato, scompare; essa ricade, libera anche essa, in seno alla società.
La Riforma aveva risollevato il diritto medioevale dell'Impero, ma il trattato di Vestfalia, riconoscendo l'eguaglianza delle due confessioni, nell'Impero, legittimava la separazione di esso da Roma.