Nel sistema medioevale Chiesa ed Impero non formavano che un solo organismo; l'Imperatore era difensore di quella, doveva vegliare sulla sua unità ed inseparabilità, e soprattutto dar opera ad estirpar l'eresie. Ma ora principi protestanti sedevano in Parlamento presso i cattolici; ora l'Imperatore era eletto da voti di cattolici e da voti di eretici, contemporaneamente. La corona rimaneva elettiva: perchè non avrebbe potuto un principe protestante essere eletto all'Impero? Ma questo segreto disegno dei protestanti non fu mai colorito. La dignità imperiale rimase, di fatto, agli Asburgo, per via ereditaria, e per la tradizione e per la grande potenza privata di quella dinastia. L'Austria frattanto dominava dunque in Germania, e l'Imperatore mirava solo a scopi che concernevano l'Austria stessa, il che non mancò di suscitare nelle grandi case tedesche un vivo malcontento. Già al tempo della pace di Vestfalia il famoso giurista Chemnitz (Hippolytus a lapide) mirava a strappare la corona agli Asburgo, sostenendo che il loro dispotismo imperiale, il loro egoismo di schiatta erano le sole cause della decadenza della nazione tedesca. «Extirpatio domus austriacae» è il profondo grido che i protestanti gettarono poco prima del 1648. Essi volevano che tutto ciò che sapeva di romano, fosse estirpato dalla Germania, che doveva crescere da sè per propria virtù e potenza, e attaccarono naturalmente anche l'idea imperiale latina che ancora trovava un'espressione nella casa di Asburgo, così strettamente legata a Roma. Così colla pace di Vestfalia essi ottennero, la Francia si affrettò ad assentire, che i principi territoriali della Germania fossero dichiarati sovrani.

Quel trattato dichiarava finito l'antico Impero, ed infatti esso non era più che un'alleanza fra molti stati indipendenti retti da piccoli sovrani assoluti, il cui capo titolare rimaneva l'Imperatore, i cui antichi diritti sulla aristocrazia del Parlamento (Reichstag) non erano più che un'ombra. La sua potenza non gli derivava dall'essere Imperatore, ma dal popolo delle terre appartenenti alla corona degli Asburgo, a mantenere ed ingrandire le quali, assiduamente mirava.

L'Impero non più romano ma tedesco condusse dopo la pace di Vestfalia un'esistenza che offre la visione storica più deplorevole. Gli stati vicini erano venuti intaccando le sue terre di confine; la Francia era giunta, a forza di astuzia e di abili manovre, fino al Reno; la Svezia e la Danimarca avevan conquistato le Provincie del Nord; la Polonia si stendeva fino all'Oder; le terre numerose degli Asburgo formavano, nel sud-est, uno Stato a sè che tentava di assorbire a poco a poco la Baviera. Il resto della Germania era un caos di staterelli sminuzzati, di signorie territoriali, di principati retti a sistema assoluto, nei quali il sentimento nazionale era caduto più in basso che nella vicina e meno divisa penisola italica. L'Impero stesso era incurabile; le riforme fatte da un grande imperatore, quale fu Giuseppe II, dovettero naufragare.

Per la rigenerazione nazionale e politica della Germania, caduta in così tristi condizioni, doveva nel nord presentarsi un aiuto insperato. La storia della formazione e dello sviluppo della monarchia prussiana è l'unica bella pagina nella storia della lunga decadenza dell'Impero. In seno a questo nobile germe giaceva nascosto l'avvenire della patria. Lo stato prussiano divenne la rocca del protestantismo nel continente europeo, e suo ufficio fu quello di difendere la Germania contro le ingerenze di Roma, contro la Francia, le popolazioni slave che minacciavano ad Oriente, e contro la Scandinavia che minacciava al Nord. Questo ufficio fu coscienziosamente eseguito.

L'erezione della Prussia a regno nel 1701 segna un'epoca nuova nella storia tedesca. Da quel punto questo piccolo stato vide nettamente tracciata dinanzi a sè la strada che doveva seguire. Necessariamente esso aspirò ad una supremazia sulla parte settentrionale della Germania, e si trovò rivale della casa d'Austria per l'egemonia tedesca. L'esistenza della monarchia prussiana era evidentemente e fatalmente pericolosa per l'Impero: si determinò un dualismo di natura politica e religiosa che già la Riforma aveva prodotto, e che ebbe per effetto particolare la formazione della monarchia prussiana. La lotta della dinastia degli Hohenzollern contro la dinastia degli Asburgo, del regno tedesco contro l'Austria e l'Impero, fu il punto centrale della storia della Germania, le cui vicende ormai dipenderanno dalle vicende di quella lotta. Federico il Grande, vincendo Imperatore ed Impero, consolidò validamente la sua monarchia; questa, come già quella degli Asburgo, ma in minori proporzioni, ripeteva le sue origini da una piccola dinastia mezzoslava; ma seppe tedeschizzarsi, questa piccola monarchia egoistica, ciò che non riescì mai alla dinastia degli Asburgo con tutte le sue terre ereditarie, e divenire un'immagine, un modello, un microcosmo della Germania, assorbendo a poco a poco antiche famiglie tedesche, annettendosi questa e quella provincia dell'Impero, e tollerando entro di sè, l'una vicino all'altra, tre confessioni che godevano tutte di un eguale diritto di cittadinanza. Il sorgere e lo svilupparsi della Prussia, questo nuovo germoglio fiorito dal tronco di un vecchio ed illustre albero rinnovellato, l'Impero, è una mirabile evoluzione, una fatale trasformazione dell'Impero stesso. Quando essa sarà compiuta, la Prussia passerà, tramonterà anch'essa, cioè ascenderà gloriosamente nella nuova giovane Germania. Lo spirito della nazionalità tedesca, con le sue speranze nel futuro, con la sua attività letteraria e scientifica, si rivolse, fin dal tempo di Federico il Grande, alla Prussia come al cuore della patria, benchè essa, come già l'Austria degli Asburgo, sembrasse seguire egoistici disegni d'ingrandimento, senza preoccuparsi troppo dello sviluppo nazionale. Ma le guerre d'indipendenza delinearono nettamente la missione della Prussia. Queste guerre salvarono la nazionalità germanica: l'Impero non c'entrava più, era da un pezzo tramontato; esse spezzarono il nuovo dominio romano universale che si era alzato sulle sue rovine.

L'idea universale dell'Impero, combattuta dalla Riforma, dalla separazione della Germania da Roma, dal trattato di Vestfalia e dal sistema politico che ne derivò, era risorta con forza mirabile dalla Rivoluzione francese e formò il nuovo Cesarismo napoleonico. Il geniale conquistatore, di razza latina, riportò sul suo trono il principio della monarchia mondiale, mentre egli, come tutti i suoi predecessori, si dichiarava successore di Carlo Magno. Con abile mossa storica, egli si impadronì di un antico e tradizionale principio, e con esso animò, infuse uno spirito al suo Impero improvvisato, che, altrimenti, sarebbe stato una riunione ingente di paesi conquistati, che anche un Attila o un Gengiskan avrebbe potuto raccogliere. Secondo la sua gigantesca fantasia, egli somiglia per essa come per molti altri tratti a Cola di Rienzo, ma in grandi proporzioni, la dominazione romana doveva rinnovarsi e passare dalla nazione tedesca, nella quale si era a lungo indugiata, a quella francese. Questa era detta una Translatio o Restitutio Imperii ad Francos. Il ristabilimento della Chiesa cattolica, che la Rivoluzione aveva abbattuto, sta in stretta relazione con questo disegno napoleonico. Con la Chiesa egli strinse il Concordato. Egli si rivolse al Pontefice per essere da lui solennemente unto ed incoronato, come a lui si era un tempo rivolto il re franco Pipino, per ottenere da lui, in nome della Chiesa, il riconoscimento e la convalidazione della sua usurpazione.

Così si trovava ora di nuovo in Europa un Imperatore coronato dal Pontefice vicario di Dio, il quale, di fronte all'Italia e a Roma, prendeva l'attitudine che avevano avuto gli antichi Imperatori germanici. Egli s'incoronò con la corona di ferro dei Longobardi. Chiamò suo figlio re di Roma, e, come doveva logicamente accadere in questo rinnovamento dell'idea imperiale, entrò poi in lotta col Pontefice, come i suoi predecessori, e gli contese, come essi, lo stato, il dominium temporale. Anzi egli giustificò il fatto di togliere al Papa le sue terre con l'espressiva dichiarazione che egli intendeva revocare tutti i privilegi che gl'Imperatori suoi predecessori avevano concesso al Papa. Cola di Rienzo aveva un tempo emesso un editto simile, quando aveva proclamate nulle le donazioni fatte dagl'Imperatori tutti, fin dal tempo di Costantino, che ritornavano di diritto al popolo e al Senato romano.

Bryce osserva che l'Impero tedesco ed il suo Imperatore si trovarono di fronte all'usurpatore Napoleone nella stessa situazione, in cui si trovò l'Impero bizantino, quando Carlo Magno usurpò la corona di Costantino. Ma Vienna o Regensburg fece meno opposizione al conquistatore ed alle sue pretese di dominio mondiale, di quello che non aveva un giorno fatto Bisanzio. Quando, alla formazione della Confederazione del Reno, gli Stati tedeschi del Sud si staccarono dall'Impero, e riconobbero Napoleone quale loro protettore, l'Imperatore Francesco II depose per sempre la corona di Costantino, di Carlo Magno, di Carlo Quinto; rimase Imperatore dei suoi dominî ereditarî di Austria. Non si nota qui una singolare coincidenza di forme storiche rinnovate? Non si poteva considerare quella famosa Austria, il baluardo dell'Europa contro i Turchi, come una specie di nuovo Impero romano d'Oriente? E non subì essa la stessa sorte dell'Impero bizantino, che si andò lentamente esaurendo?

Quando apparve l'atto d'abdicazione dell'Imperatore tedesco del 6 agosto 1806, esso non produsse, osserva con stupore il Bryce, nel mondo che lo udì, un'impressione molto maggiore di quella che aveva prodotto, al tempo del conquistatore Odoacre, la caduta dell'antico Impero romano. Nondimeno ogni patriota ed ogni uomo di pensiero doveva essere profondamente commosso dalla considerazione che in quel momento la più antica istituzione dell'Occidente toccò il suo estremo tramonto. Quell'impero infatti datava da Giulio Cesare! Aveva avuto, come nessuna altra istituzione all'infuori della Chiesa, 1800 anni di esistenza! La dignità imperiale era rimasta per un millennio, salvo interruzioni momentanee, in seno alla nazione tedesca. Le più grandi memorie della storia dell'Occidente erano ad esso indissolubilmente legate; i caratteri, le vicende, le forme varie dei popoli erano inseparabili dalle vicende, dalle forme, dal carattere di esso. L'idea più nobile ed alta, quella della solidale unione dell'umanità intera, scopo verso il quale questa deve assiduamente dirigersi, aveva costituito il principio fondamentale e particolare di questo Impero. Ora, venendo esso ad estinguersi, non doveva essere una mancanza sensibile nell'organismo europeo?

Occupato da lunghi anni dalla trattazione di questo tema, che è uno dei fondamentali per chi studii la storia della città di Roma nel medio evo, ho accolto con vera soddisfazione il bellissimo libro del signor Bryce e ne ho fatto tesoro, e quest'opera è invero ben degna di ogni considerazione per l'oculatezza e per la chiarezza della visione che l'autore ha saputo risuscitarci dinanzi, dell'idea imperiale nella storia. Egli mi aveva già in Roma partecipato le sue idee, oggetto per me di vera ammirazione. Nemmeno un tedesco potrebbe aver trattato quel soggetto con maggior perspicacia e profondità. Il suo libro si aggiunge alla lunga serie di trattati di scienza politica sul principio imperiale, serie che comincia col Libellus de Imperatoria Potestate del IX secolo e che continua fino ai dì nostri. Gli studiosi conoscono a questo proposito la collezione di Schardius e Goldast.