Nella conclusione della sua opera, Bryce così parla, a glorificazione dell'Impero, e nelle sue parole pulsa ancora il pensiero di Dante e di Petrarca:

«L'opera dell'Impero medioevale fu benefica, ma a proprio danno; esso nutrì, apparentemente combattè, le nazioni che erano destinate a prendere poi il posto occupato da lui; esso pose un freno alle barbare popolazioni del Nord, e le ridusse ad una forma di civiltà; favorì e conservò le arti e la letteratura dell'antichità. In tempi di violenza e di dominazione, esso impose ai suoi sudditi il dovere di un'ubbidienza razionale verso una autorità, il cui motto era: Pace e religione. In un tempo, in cui più si inasprivano gli odii di nazionalità, esso tenne alto il principio di una confederazione dei popoli europei, nuocendo così a sè stesso, poichè aveva bisogno di un potere dispotico centrale. Non basta: esso insegnò agli uomini il retto uso dell'indipendenza nazionale, insegnò loro ad innalzarsi ad un concetto di attività e di libertà spontanee, concetto che è sopra, ma non contro, la legge, e per giungere al quale l'indipendenza nazionale, se bene intesa, non è essa stessa che un mezzo». «Da Augusto a Carlo V il mondo civile intero credette alla sua necessità come fondamento di un eterno ordinamento del mondo, e i teologi cristiani, non meno chiaramente dei poeti pagani affermarono che la caduta dell'Impero doveva essere anche la rovina del mondo. Pure ora l'Impero è caduto, ed il mondo sussiste, e si accorge appena del mutamento. Ma che cos'è questo che abbiamo detto in confronto a tutto ciò che si potrebbe dire su questo profondo e vastissimo argomento? Ciò che qui sarebbe necessario, e che praticamente è impossibile, si è considerare l'Impero come un tutto, come una sola istituzione, nella quale ha avuto il suo centro la storia di diciotto secoli, e la cui forma esteriore è rimasta immutata, mentre è cambiato il suo spirito e la sua essenza. Chi, del resto, sarebbe capace di rappresentare esattamente il papato? Coloro che non vedono in esso che un gigantesco albero Upa, pieno di fronde e di eresia, sono tanto lungi dall'aver penetrato il mistero della sua esistenza, quanto i politicanti convenzionali, che con frasi rotonde spiegano il suo sviluppo, lo analizzano come un'opera dell'arte meccanica, misurano le sue energie e danno uno sguardo sommario e semplicista ai suoi effetti, così ai buoni come ai cattivi. Egualmente il sacro romano Impero è superiore ad ogni descrizione o spiegazione. Sapremo ben poco di lui quando avremo conosciuto le idee che nutriva Giulio Cesare, allorchè gettò le sue basi, sulle quali Augusto seppe costruire, o quelle di Carlo Magno che ne ricostruì l'edificio, o quelle di Barbarossa e del nipote di lui, quando si diedero a frenarne la precipitosa ruina. Le genti future ne sapranno poco di più, quando considereranno il medio evo ad una maggiore distanza di noi, che viviamo ancora in un periodo di reazione contro ogni forma medioevale. Essi vedranno e concepiranno nuove forme della vita politica, la cui natura noi potremmo appena intuire. Ma quando essi vedranno più vasto orizzonte, non vedranno perciò più profondamente; al contrario la loro vista sarà superficiale e leggera. L'Impero, che noi scorgiamo ancora come una gigantesca figura all'orizzonte del passato, si sommergerà sempre più nell'ombra ai loro occhi, quanto più essi seguiranno la strada dell'avvenire. Nondimeno, come potrà esso mai perdere la sua importanza nella storia del mondo? In lui infatti si è concentrata la vita dei secoli passati, tutta intera; da lui è fiorita tutta la vita del mondo moderno».

Tornerò a questo punto, andando verso la conclusione, all'anno 1806, nel quale si spense definitivamente l'Impero, nella forma tedesca degli Asburgo. La vita europea si svolse allora per sedici importantissimi anni in mezzo a lotte di supremazia e di sviluppo, che diedero origine, sulle rovine dell'Impero, a forme sociali di tale natura, che sembrarono avere distrutto fino ai suoi ultimi resti il medio evo per compiere un nuovo assetto politico. Si spense dunque così del tutto quel principio dello spirito occidentale, dal quale erano germogliati, e nel quale avevano trovato la loro espressione, l'Impero e la Chiesa? Oppure, quale aspetto visibile e riconoscibile hanno questi assunto?

Osserviamo che l'idea imperiale non tramontò nel 1806, poichè Napoleone se ne impadronì e la trapiantò dalla Germania, sua sede ormai legittima, in Francia, fondando una nuova monarchia universale. Era suo disegno di dare a questa, come autocrate, i cui vassalli fossero i re dell'Occidente, eguali leggi ed eguale indirizzo verso una forma generale di civiltà. Come un antico imperatore egli si spinse nell'Oriente barbarico per allargare i confini dell'Impero, ed avrebbe trasportato fino a Bisanzio le aquile imperiali, come aveva fatto a Roma, se la natura stessa delle cose lo avesse consentito. La sua storia meravigliosa, se considerata esteriormente e da un solo punto di vista, sembra risuscitare il gigantesco sogno mondiale di Roma, ed il vecchio principio dell'Occidente, dal quale l'Europa potrà liberarsi solo, quando avrà raggiunto una forma superiore di libertà e di civiltà. Il grande sogno si dileguò per incanto al soffio possente del libero vento che, dal tempo della riforma tedesca, conduce invincibilmente l'Europa alla libertà e combatte e ricaccia indietro lo spirito medioevale della reazione. La riforma ha sciolto dai vincoli il pensiero individuale; la rivoluzione francese ha fatto libera e cosciente l'attività e l'energia della nazione. Ambedue hanno cooperato a illuminare i popoli, a farli liberi, forti e clementi, tali infine che non possono più tollerare alcun dispotismo militare. La caduta di Napoleone dimostrò chiaramente l'impossibilità di un grande potere centrale. Il mondo diverrebbe più facilmente tutto repubblicano o cosacco!—era questo un motto famoso del grande uomo.

Quando il cesarismo napoleonico precipitò, era giunto il momento di condurre a termine una riforma politica per mezzo di un concilio di popoli. Le circostanze si presentavano simili a quelle del tempo, in cui l'Europa vide il papato minacciar rovina, e tenne a Costanza un concilio. Come allora inutilmente si tenevano i concilii, così ora inutilmente si bandiscono i congressi. Il Congresso di Vienna ebbe tanto buon successo nel dare un nuovo assetto politico all'Europa, quanto il Concilio di Costanza nel portare riforme sostanziali nella Chiesa. Così accadde che la storia degli ultimi cinquant'anni non contiene propriamente altro che la reazione dei popoli contro gli accordi presi al Congresso di Vienna e la distruzione dell'artificiale edificio che questi avevano edificato. L'Impero dunque non fu ristabilito, ma rimase il concetto—non di una potenza centrale europea, ma di una autorità internazionale, atta a tenere uniti ed alleati i popoli colla pace e nella religione;—questo concetto, che esprimeva un bisogno serio e reale, che tornava a farsi sentire, fu tradotto in atto nell'alleanza delle potenze. Il Sacro Romano Impero si cambiava nella Santa Alleanza, la quale, per quanto nociva allo sviluppo politico degli Stati, aveva originariamente per base un principio di universale umanità.

Allora, guidata dalla Santa Alleanza e dai suoi Congressi, comincia la vergognosa reazione contro le libertà che con tanta fatica erano state conquistate. Questa reazione non riuscì: i popoli dicevano sempre più chiaramente le loro ragioni e le loro aspirazioni verso un lontano ideale di autonomia politica e d'indipendenza.

La scossa napoleonica aveva destato i popoli dalla loro apatia, e, sotto la sua impressione, le nazioni si eran levate, coscienti, alle guerre della liberazione. Egualmente Napoleone, abbandonando ormai il vecchio sistema dello stato medioevale, aveva attraversato l'Europa, spargendo su tutti i popoli il fecondo seme democratico della rivoluzione francese. Questo seme non andò perduto, e le vibrazioni della rivoluzione continuavano, allargandosi in cerchi sempre più ampi e sonori. Riforma e principii del 1789, erano virtù nascoste e latenti in quel seme. La teoria dell'equilibrio artificiale delle potenze, che doveva assicurare la pace all'Europa, cadde completamente, avendo la base in un'innaturale costrizione e in un mutilamento teorico delle nazioni, tale che le riducesse alle volute proporzioni rispettive! La partizione della Polonia era l'ultima grande preoccupazione della politica del Gabinetto europeo. La lotta del nazionalismo contro le tendenze della politica ai nostri giorni è stata ben combattuta, e talora vittoriosamente. Ristabilire la nazionalità voleva dire rispettare, anzi difendere la sua unità e la sua indivisibilità.

In questo movimento di tutta l'Europa due nazioni hanno acquistato di fresco un'importanza decisiva: l'Italia e la Germania, queste due antiche sorelle nemiche, che un ideale d'universale dominio aveva per mille anni tenuto in contesa perenne. L'una era stata sede della Chiesa e del pontefice; l'altra dell'Impero e dell'imperatore. Esse si erano divisi fra loro questi due poli del mondo politico. Esse avevano fatalmente subìto la medesima sorte di universale grandezza e di debolezza nazionale, l'una per causa dell'Impero, l'altra per causa del Papato. Nell'una s'insinuava tenacemente la Chiesa come una potenza straniera (romana); nell'altra egualmente l'Impero come una potenza straniera (tedesca). Ed anche quando l'Impero fu tramontato, e precipitò la grande monarchia francese, le medioevali relazioni fra le due regioni continuarono, poichè l'Austria rimase in possesso della Venezia e della Lombardia, mentre cercava di mantenere la supremazia sulla Germania intera. Così continuava una fittizia autorità dell'Impero, mentre l'Austria acquistava, coi secondogeniti della Casa regnante, una grande potenza nel centro d'Italia. Manteneva intanto, con le strette relazioni colla Chiesa, quell'ufficio di protettrice della Santa Sede, che già fu suo nel medio evo, e non perdeva la sua influenza sulla Chiesa stessa. Recentemente stringeva con Roma il famoso concordato.

In ambedue queste regioni, l'Italia e la Germania, la lotta per la nazionalità offre aspetti analoghi. Il Piemonte e la Prussia, divenuti regni sul principio del secolo XVIII, si rassomigliano per la loro situazione nordica, per le loro tendenze nazionali ed anche per la tenace fermezza dei loro sforzi, che presero le mosse da così modesti principî. Così anche offrono fra loro dei punti di contatto i loro due uomini di Stato dei tempi recenti; soltanto le proporzioni e le energie furono differenti. Scopo della nazione italiana erano l'indipendenza e l'unità, e il Piemonte si mise alla testa della popolazione tutta per raggiungerle. Le nemiche erano l'Austria, col suo resto di potenza imperiale, il paese straniero ed oppressore, e la Chiesa, che nel 1815 aveva riottenuto il suo stato politico, l'alleata naturale dell'idea imperiale, la nemica naturale dell'unità d'Italia, come di tutta la civiltà moderna. La vittoria fu ottenuta straordinariamente presto per il concorde sforzo nazionale, l'aiuto della Francia, le condizioni della Prussia che lottava per lo stesso fine, e l'opinione pubblica europea che voleva alfine libera l'Italia.

Il governo di Napoleone III, senza la volontà del quale l'Italia non sarebbe mai stata libera, rappresenterà una pagina molto importante nella storia del nostro secolo, giacchè in esso si trovarono riunite le idee tutte del tempo e le tendenze politiche, e in esso agirono forze e correnti contraddittorie in modo assai caratteristico; l'imperatore stesso poi aveva dato il primo impulso, con e senza la sua volontà, a quel tentativo di riforma politica che aveva naufragato al Congresso di Vienna. Era suo il programma delle Convenzioni del 1815: una vera rivoluzione nella diplomazia europea! Egli si fece così l'alleato dei popoli che lottavano per la nazionalità, e restaurò quell'Impero francese di suo zio che aveva soggiogato le nazioni. Ciò faceva il suo governo incerto in tutte le direzioni; egli spezzò la Santa Alleanza e la lega delle potenze. Si alleò egli stesso coll'Inghilterra, e ciò gli assicurò il trono, quel trono che l'Inghilterra stessa, d'accordo colle terre del continente, aveva rovesciato quando vi sedeva sopra suo zio. Questi artificî diplomatici però non avrebbero fatto di Napoleone l'uomo dell'epoca, se egli stesso non si fosse impadronito, per svolgerle, delle tendenze della sua nazione durante quel periodo, come già nel 1848 aveva trovato la sua strada appunto al primo scoppiare di quelle tendenze. L'aiuto che egli offrì all'Italia, ormai matura per la liberazione, gli valse una riputazione ed una preminenza in Europa. Egli era salito al trono in mezzo agli assalti che Oudinot aveva dato alle mura di Roma, e portato e sostenuto dal clero cattolico. Egli si assicurò Roma, e con essa avocò a sè la più grande questione del secolo, quella dell'esistenza della Chiesa medioevale come potenza politica; era il suo turno oramai, dopochè l'Impero che l'aveva fondata e sorretta aveva toccato la sua fine. Napoleone divenne il protettore e l'avvocato della Chiesa e occupò quel posto di giudice ed arbitro internazionale, che prima di lui solo gl'imperatori tedeschi avevano propriamente occupato. Effettivamente ricomparve per un momento nella storia l'idea dell'Impero nella potenza temuta di Napoleone III. E' stato detto che egli avrebbe potuto, imperatore, raggruppare le nazioni latine sotto la sua egemonia, ma l'indomabile spirito nazionale lo incamminò su altra strada. In quest'uomo tutto fu dubbioso, equivoco; la sua spada, a due tagli, ferì anche lui stesso. La bomba di Orsini affrettò nel suo stato la reazione. Napoleone, protettore di Roma, doveva anche divenire protettore della nazione italiana che tendeva all'acquisto e di Venezia e di Roma. Lo spirito nazionale d'Italia lo soverchiò e gli strappò successivamente le varie parti del suo primitivo programma. Il progetto di una confederazione guelfa, della quale doveva far parte l'Austria, ormai ridotta in tristi condizioni, e della quale il Papa doveva prendere la direzione, venne meno dinanzi alla lotta che l'Italia intraprese per raggiungere l'unità, nella quale essa si rinchiuse come per un processo di cristallizzazione. Le provincie della Chiesa furono acquistate da lei col consenso di Napoleone: la convenzione di settembre limitava ancor più la potenza del Pontefice, e della posizione politica della Chiesa faceva una pura questione territoriale italiana. Seguì poi la emancipazione della nazione italiana, appena formata, dalla Francia per mezzo dell'alleanza colla Germania, il grande risultato della quale fu duplice: la rovina dell'Austria e l'acquisto della Venezia. Napoleone, usando per l'ultima volta della sua autorità di arbitro internazionale, consegnò questa all'Italia. Il ritiro dei francesi da Roma nel dicembre 1866 annunziò definitivamente che Napoleone rinunziava alla sua preminenza imperiale e lasciava pienamente libera l'Italia una.