Dopo un inverno faticoso, l'amico Lindemann[78] ed io volemmo concederci lo svago di una gita, durante la settimana di Pentecoste, nel selvaggio ed ancora così poco noto Abruzzo.

Avevamo intenzione di vedere Rieti, Aquila e il Gran Sasso d'Italia, scendere dai monti di Popoli al lago Fucino, visitarvi le opere di prosciugamento del Torlonia, festeggiare la gloriosa resurrezione dell'Impero tedesco sul campo di battaglia dell'ultimo Hohenstaufen, e poi tornare a Roma per Tagliacozzo sulla via Valeria. Tutta questa regione, indescrivibile paradiso, la visitammo nella fioritura d'un limpido maggio. Voglio adesso parlarne un poco, almeno dell'ultima tappa da Popoli a Tagliacozzo, perchè parlare dell'interessantissima Aquila mi porterebbe via troppo tempo.

Per godere appieno del paesaggio bellissimo della terra d'Abruzzo, che dovevamo attraversare, salimmo la vigilia del giorno della nostra partenza da Aquila, verso sera, sulla fortezza di questa città. Essa appartiene all'epoca di Carlo V; una possente aquila imperiale bicipite, di pietra, ed una lunga iscrizione latina, ricordante la costruzione di questo castello per opera del vicerè don Pedro di Toledo, marchese di Villafranca, stanno ancora sul ben conservato portale di marmo, di bella architettura cinquecentesca. Questo castello situato in piano, circondato da una fossa profonda, rammenta quello simile che si trova a Milano. Esso non ha più alcuna importanza strategica;[79] serve solo come caserma e dovemmo abboccarci con l'ufficiale di picchetto, per ottenere di essere ammessi a visitarlo. Quando rispondemmo alla sua domanda, relativa alla nostra nazionalità, che uno di noi era tedesco del sud e l'altro tedesco del nord, alleati d'Italia, quell'ufficiale dall'aria annoiata e dalle forme erculee, si rischiarò in volto, ci salutò, togliendosi il berretto, e ci invitò ad entrare. Come si cambiano i tempi! Anche solo pochi anni fa il nome della nostra patria avrebbe ottenuto l'effetto opposto!

Dai merli del castello contemplammo quel superbo panorama degli Abruzzi, dove le catene dei picchi nevosi si spiegano solenni e severe. Aquila è situata sui contrafforti del Gran Sasso, da Aquila vediamo questo re degli Appennini immediatamente sulla nostra sinistra. Nella trasparenza dell'aria vespertina esso appare così vicino che si distinguono benissimo gli anfratti, gli spigoli, i rilievi della sua piramide; eppure ci vogliono due lunghi giorni di viaggio per giungervi! Pochi hanno asceso questa montagna, ed essa è quasi mitica e sconosciuta, come tutta la regione limitrofa.[80] E' un nodo montuoso di figura allungata, di forme gigantesche e massiccie, almeno per quel che si può giudicare vedendolo da Aquila. Dal centro di questa massa montuosa si alza ora una specie di cono o di gobba, coperto di neve; questo è il Gran Sasso, il punto più alto d'Italia: 9000 piedi di altezza.[81] Alla destra di Aquila si stende un'altra regione montuosa, senza picchi nevosi, la cui porzione anteriore è però limitata dai nebbiosi e qua e là nevosi monti sopra Sulmona, ammantati dalla porpora del tramonto e sormontati dalla maestosa e scintillante Maiella. Dall'altro lato, verso Rieti, la nevosa Leonessa,[82] monte bellissimo che si vede da Roma. Esso perde appena in giugno la sua veste di neve, quando sul Pincio fioriscono i granati. Da Rieti noi l'avevamo costeggiata andando verso Aquila. Così costeggiammo il Gran Sasso per raggiungere Popoli.

Questa regione abruzzese non ha ancora ferrovie. Si comincia ora a tracciarne, essendo esse necessarie, anche per ragioni strategiche. Si sta costruendo una linea sul Pescara fino al mare Adriatico, dove si riallaccia alla linea di Ancona, ed è qui il punto centrale di scalo dei prodotti degli Abruzzi. Questa linea dovrà toccare Sulmona, Popoli, Aquila, Rieti e Terni e con una diramazione abbracciare la Marsica, il lago Fucino e Sora, mentre si ricongiungerebbe per Roccasecca alla linea Napoli-Roma.

Ora si viaggia in piccole vetture di posta molto primitive, che non differiscono in nulla da quelle in uso nella Sabina e nella campagna romana. La strada è bellissima: passa per monti e valli, in regioni pittoresche con lo sfondo del Gran Sasso, fra castelli e rocche in rovina, come Poggio Picenze, Barisciano, Castel Nuovo, Ritegna (?) Navelli, tutti sull'Aterno rumoroso. Fra Collepietro e Popoli varcammo un alto passo, dal quale si gode una magnifica veduta sulla lussureggiante vallata di Sulmona, che è come un enorme giardino racchiuso in un cerchio di nevose montagne. Una volta esse racchiudevano un lago, come quello Velino presso Rieti. In tempi preistorici tutte queste valli abruzzesi erano laghi; ora non rimane che il lago Fucino, ed anche questo sarà presto prosciugato. In basso si scorge Popoli, su una roccia rossastra; su di esso le torri gialle e le rovine della rocca dei Cantelmi, e dietro Sulmona, patria d'Ovidio, ai piedi della Maiella che sembra serrare la valle. La strada che conduce a Popoli scende a zig-zag con gomiti così bruschi e curve così forti, che rammenta la strada del Gottardo o altri passi delle Alpi.

Nulla di più ridente di questa piccola antica città con i suoi frutteti e le sue vigne assolate; il fiume Aterno prende da questo punto il nome di Pescara. Chi non conosce questo nome famoso nella storia di Carlo V? Appena entrati in città, trovammo la popolazione in gran movimento, essa aveva aspetto contadinesco; una strana comitiva di uomini ci venne incontro suonando una fanfara; era preceduta da giovanotti che su di un'alta pertica portavano una caldaia di rame ed altri lucenti utensili da cucina, tutti adorni di bandierine, fiori e corone. Era un corteo nuziale, e, secondo l'uso del luogo, la dote della sposa era portata in processione per viaggio. Popoli è una città di coltivatori e di vignaioli. I vini degli Abruzzi, o almeno quelli che si fanno là ed a Sulmona, sono celebrati in tutta la regione, e sarebbero esportati di più, se fossero migliori le strade. Ci è stato detto che a Popoli si compra un litro di ottimo vino per l'inverosimile prezzo di un soldo, e si piantano dei maglioli per nulla inferiori a quelli di Borgogna.

Popoli, rappresentando il punto di congiunzione delle strade commerciali di Aquila, Pescara e Sora-Avezzano, è già oggi uno dei luoghi più popolosi e frequentati degli Abruzzi. Vi notammo infatti un'animazione che ricordava Napoli e le città meridionali.

Salimmo sull'antica rocca, donde si gode un incomparabile panorama. I Cantelmi, stirpe provenzale, la eressero; essi eran venuti a Napoli con Carlo I d'Angiò, resero grandi servigi a questo conquistatore nella lotta con Manfredi e Corradino, e, arricchiti di molti feudi nel regno di Napoli, divennero una delle più potenti famiglie feudali. I Cantelmi possedettero anche per molto tempo la bella Sora sul Liri. In nessun altro luogo d'Italia il feudalismo ha fiorito come nel Napoletano. I Normanni, gli Hohenstaufen, gli Angiò, gli Aragona; poi gli Spagnoli, dopo Carlo V, crearono infiniti feudi, cosicchè in quella regione si può dire non esista paese cui non sia annesso un titolo di conte o di marchese. Nessuna regione, anche, cambiò tanto spesso di signoria per l'eterna lotta delle dinastie e delle nobiltà. Se non erro, l'attuale duca di Popoli seguì l'ex-re di Napoli, Francesco, nel suo esilio sul remoto e gelido lago di Starnberg. Il lago di Starnberg è uno dei luoghi più pittoreschi e suggestivi che conti la Germania, sulla sua tranquilla riva ospitale, coronata di boschi e di casolari, ben vi possono i fuggiaschi affaticati della vita e della storia, riposare nel silenzio e nell'ombra. Ma ci vuole un'anima tedesca per godere la bionda bellezza di quella natura e non sentirsi intirizzire; potrebbe un luogo come quello consolare un esule che ha negli occhi e nel cuore il sole di Napoli?