Noi viviamo in tempi, nei quali la dea Fortuna gira assai velocemente la sua ruota; quando s'ebbe mai più di ora materia per dissertare sul vecchio tema de exilio e de varietate fortunae? Gli antichi Romani, da Scipione, esempio dell'esule sereno e rassegnato, molto si distinsero nell'arte di sopportare degnamente l'esilio. Si dice che la religione cristiana e la diffusa cultura abbiano ai nostri tempi reso i dolori più tollerabili che nell'antichità, nella quale il più forte di tutti i sentimenti era l'amor di patria; questa è, e rimarrà, una bella frase. Queste considerazioni feci anch'io guardando la rocca dei Cantelmi, che mi faceva ricordare Starnberg e Chiselhurst. Nello sfondo del nostro viaggio, nube lampeggiante, stava la lotta spaventosa di Parigi colla Comune. Appena giunti in paese, chiedemmo dei giornali, per conoscere le ultime notizie. Ci dissero che in Popoli c'è un Casino, o meglio una Casina, come chiamano negli Abruzzi e nella Marsica qualche cosa di molto simile a quello che si chiama Museum nelle città della Germania meridionale. La sera ci condussero in un caffè, e da questo, salite parecchie scale, ci trovammo nelle due stanze dove la Casina di Popoli aveva fissato la sua segreta sede. Alcuni signori giocavano al biliardo alla luce crepuscolare di fumose lampade; noi fummo gentilmente introdotti nel gabinetto di lettura, dove trovammo giornali italiani, ma non molto recenti, che aveva portato la posta di Aquila e di Pescara.

Per il giorno seguente noleggiammo una vettura per recarci al lago Fucino per il selvaggio monte di Raiano, viaggio di un giorno intero.

Una volta vi era servizio di posta con Avezzano; ora non più, non so per quale ragione, forse perchè si sta costruendo la nuova strada di Aquila attraverso la montagna. L'antica strada è bellissima e praticabile. Traversammo il Pescara, vivace corso d'acqua montanino, ricco di trote, largo qui come il Liri a Ceprano. Attraverso questa regione incantevole giungemmo a Pentima, poi sull'altipiano dell'antico Corfinium dei Peligni.

La bellezza della valle da Sulmona a Popoli, colla catena del Gran Sasso e le altre montagne intorno, è tale che non può esprimersi con parole. Io non vidi mai un paesaggio così superbamente stilizzato, come questo di Corfinio, da non paragonarsi nemmeno colle famose località siciliane. E' una veduta di alpi e di nevi nella smeraldina limpidezza della luce del sud. Anche sotto questo cielo i monti hanno nevi eterne, ma queste non hanno la grandiosità sinistra dell'elemento; sembrano essere state posate sugli spigoli scintillanti da uno spirito di bellezza, per aumentare lo splendore di queste montagne. Sotto l'azzurro del cielo lo scintillìo delle nevi ha un risalto speciale, magico. Teatro più bello dell'altipiano di Corfinio questa scena sublime non potrebbe avere, e si potrebbero passare delle ore e dei giorni interi assorti nella sua contemplazione, dimenticando il piccolo mondo degli uomini.

In mezzo a questa natura grandiosa, quasi eroica, in quest'aria fresca e serena, potrebbe sorgere una forte città dalla popolazione sana ed esemplare. Vedemmo molti resti di antiche mura, ed una chiesa non vecchissima, ma d'una considerevole antichità, unico particolare del quadro che ricordasse il presente ed il tempo. Essa è di travertino giallastro e brillante. Si chiama San Pelino, e da essa prende il nome l'altipiano. Deve essere stata eretta verso il 1400, ma, a giudicare dalle iscrizioni, prima di essa vi doveva già essere in questo luogo un'altra chiesa, eretta sulle rovine d'un tempio pagano. Il materiale di costruzione è stato preso da Corfinium, come sì rileva dai frammenti d'iscrizione che si trovano sulla parete esterna.

Presso uno di questi frammenti trovai questo scritto medioevale, coi caratteri del tempo dei Cosmati, e anche coi nomi e le parole usate dai Cosmati stessi nelle loro iscrizioni: VGO. HOC. F. OPVS. ARNVLFVS. EP. PLEBI. DI.—ciò che non mancò di meravigliarmi molto. Ancor oggi sul tabernacolo di S. Paolo a Roma si legge: Hoc opus fecit Arnolfus cum socio suo Petro.

Come è incomparabilmente grande qui la natura, ugualmente grandi sono le vestigia della storia di Roma. Corfinium fu per lunga serie d'anni il centro della più violenta rivoluzione d'Italia, la terribile sollevazione degli alleati contro i privilegi della sovranità assoluta di Roma. In questa città gli eroici Marsi, i Sanniti ed altre popolazioni strinsero alleanza, si dichiararono indipendenti da Roma, crearono, sotto Quinto Silio, consoli e Senato, e chiamarono Corfinium, Italica. In terribili guerre la Comune delle popolazioni italiane lottò per la cittadinanza romana; seguirono altre guerre sociali, e la grande guerra servile: le figure di Mario e Silla, Ottavio, Cinna, Sulpicio e Rufo, nonchè Pompeo e Cesare, si presentano agli occhi del viaggiatore che segue col pensiero questa catena galvanica di lotte gigantesche dell'aristocrazia colla democrazia, del diritto popolare col privilegio, che conduce all'apparizione del Cristianesimo e del suo ideale democratico. Ed essa non finisce qui: la lotta è eterna come il principio che la provocò.

Mentre noi qui, sulla luminosa pianura di Corfinium, riandiamo col pensiero quelle rivoluzioni e guerre civili per la conquista dei diritti da parte dei Comuni d'Italia, i comunardi di Parigi chiamano alla riscossa le città di Francia contro il principio di stato della centralizzazione; essi abbattono i monumenti imperiali e regali, e spargono su di essi infiammato petrolio, facendo di Parigi un rogo. Se mai la ragione e il diritto furono fondamento di una guerra civile, ciò accadde nel caso della guerra marsica.

Un granellino di ragione Bismarck lo trovò anche nel pandemonio della Comune di Parigi. Negli eccessi della recente rivoluzione parigina riconosciamo in parte il fanatismo della furia partigiana latina, ed anche un po' della grandiosità dell'anima romana. I posteri potranno forse meglio di noi sceverare il torto dalla ragione in questo periodo storico, e giudicare in modo più mite quello scoppio d'un malore sociale. La recente storia di Francia offre infatti una forte analogia con quella dell'antica Roma.

Già da ottanta anni quella regione è agitata da rivoluzioni che la fanno oscillare fra la repubblica e l'impero. Il cesarismo romano ha trovato raramente buon terreno per svilupparsi in Italia, sua terra d'origine, ma è esulato in Francia.