In questo luogo il fiume Pescara si perde sotterra; si passa quindi una valle, dopo Goriano Sicoli, e più là fra umide e cupe montagne si apre un passo,chiamato Forca,[83] come molti son chiamati in Svizzera.
Vi giungemmo a mezzogiorno. Si poteva essere a 4000 piedi sul mare, ma l'aria vi era tepida e dolce; delle allodole cantavano e degli usignoli svolazzarono da un cespuglio.
A Forca ci imbattemmo cogli ultimi viandanti, cavalieri o pedoni; poi non si incontrarono più che greggi di pecore inerpicantesi sui dirupi. Ai lati strade mulattiere conducono ad Alba[84] e ad Avezzano, e sono antichissime; nel medioevo servivano da strade militari. Così procedemmo per ore sulla roccia brulla, di color bruno. Degli amici di Roma avevano trovato rischiosa la nostra gita in questa solitaria contrada che, dopo le Calabrie, è la più frequentata dai briganti.
Fino al 1860 ne era abbondantemente infestata, ed ancora se ne incontrano nei dintorni di Sulmona. Il vetturale non si stancava di narrarci, durante il viaggio, queste storie di briganti; una l'ho ancora in mente. Sette fratelli, di forza erculea, divennero un bel giorno banditi e, venuti in queste montagne, si diedero a rubare, ad uccidere, a sequestrare persone, a far bottino, di notte, di centinaia di pecore. Cinque di essi morirono, due scomparvero. Alcuni cittadini di Aquila che qualche anno dopo portarono al mercato di Trieste seta grezza da vendere, riconobbero i due malandrini in due mercanti che avevano stabilito in quella città un fiorente commercio. Il governo austriaco li consegnò a quello italiano, e quei banditi sono ora, rinchiusi nelle prigioni di Aquila, dove attendono la loro condanna a morte.
Ancora un'altura, e dinanzi agli occhi si stende una profonda depressione larga più miglia, superbamente circondata da altissimi monti, oscurati ora dall'avvicinarsi del temporale. A destra si erge una catena, la cui più alta vetta, una doppia piramide colossale, è ancora coperta di neve. È il monte Velino, che divide il territorio d'Aquila da quello di Alba; alla sua base giace il campo di battaglia di Corradino, e più sotto il lago Fucino. A questo punto fui deluso nella mia aspettativa. Mi aspettavo uno specchio d'acqua scintillante ed azzurro, e vidi un lago oscuro per l'ombra del cielo e dei monti, di un grigio-plumbeo confuso. Mi parve un morente che prendesse congedo dalla dolce vita, e la sua vista mi depresse e mi mise di cattivo umore.
Ma quando ci fummo avvicinati, a circa un'ora di distanza, esso cominciò a sorriderci azzurro, e mostrò di avere ancora un bacino abbastanza considerevole, grande all'incirca come il lago di Bracciano. Pure non potrà aver più di 21 miglia di perimetro. Quando era ancora intatto ne aveva 35. Più di 15 miglia mi parve dover essersi ristretto! Scendemmo alla località più vicina alla riva del lago, ad un castello detto Cerchio, che ora si trova a 4 miglia dalle acque. Ci riposammo in una solitaria taverna, e proseguimmo per Avezzano.
Vedemmo per via uomini occupati a costruire strade, ponti, tagliare pietre; tutta una vita febbrile di lavoro, prodotta dalle opere di prosciugamento. Ai lati della strada si ergevano ridenti alture coperte di orti e di vigne, che un tempo erano state in riva al lago. Sopra un notevole villaggio, detto Celano, si vede un grande castello con mura merlate; Celano fu un tempo con Alba e Tagliacozzo una delle capitali della Marsica nel medioevo.
L'antica Marsica, detta anche, per la strada consolare, provincia Valeria, poi Abruzzo, giungeva fino al lago Fucino. Ma nè nell'antichità, nè nel medioevo i suoi confini sono nettamente assegnabili. La sua sorte durante il medioevo o è immersa nell'oscurità, o è inestricabile confusione. Al principio del secolo VII Valeria è detta la capitale episcopale della Marsica, luogo d'origine del pontefice Bonifacio IV (608-615). Se questa città sia scomparsa, se sia stata l'antico Marruvium, e se sia mai esistita una Civitas Marsicana, è incerto. Quando i Longobardi s'impossessarono delle antiche città romane, la regione Marsica intorno al lago manteneva il suo antico nome, ed era un castaldato. Il Castaldius Marsorum è nominato spesso nei documenti del secolo VIII, come anche le città di Celano, Transaqua,[85] Atrano, Alba, ed altre. Forse esso aveva la sua sede a Celano. Quando i duchi longobardi di Spoleto soggiacquero ai Franchi, il castaldato divenne una contea. I conti della Marsica datano, sembra, dall'imperatore Ludovico II. Stirpi franche soppiantarono le longobarde. Nel secolo XI la casa dei conti Trasimondo, Berardo e Oderisio divenne assai ragguardevole; essa affermava di discendere dai Carolingi. I conti di Celano erano ancora potenti al tempo dell'imperatore Federigo II, dal quale si staccarono per volgersi al papa. Cogli Angiò altri rapporti si stabiliscono; le condizioni mutano, e i romani Orsini entrano nella regione del lago Fucino; alla fine del secolo XIII Carlo II di Napoli l'investe delle contee di Tagliacozzo e di Alba. Contro di loro lottano più tardi i Colonna, per il possesso della Marsica, quando Martino V diede Alba e Celano ai suoi fratelli. I Colonna si chiamarono dal 1432 duchi della Marsica, e vi possedevano allora ben 44 località, fra cui Alba, Avezzano, Celano e Transaqua. Nel 1463 perdettero Celano che passò ad Antonio Piccolomini, nipote di Pio II. Mantennero Tagliacozzo e Alba. Avezzano divenne proprietà degli Orsini, ma per poco tempo; i Colonna cacciarono dalla Marsica la famiglia rivale.
Noi non avevamo tempo di visitare l'interessante Celano, e ci limitammo ad Avezzano. Questa cittadina giace in piano, in un ridente e lussureggiante paesaggio, a tre quarti d'ora dal lago. Ha ancora antichi edifici di stile gotico-romanico, e la bella rocca degli Orsini.
Il famoso Gentile Virginio la eresse nel 1490, essa ricorda il castello di Bracciano, eretto da Napoleone, padre di Virginio.