Che meraviglioso specchio dev'essere stato il lago nella sua integrità! Ancora esso appare così incantevole nello splendore della sera, che si può pensare, guardandolo, alle ninfe e alle galatee nuotanti nei suoi flutti. Le ninfe presto moriranno come i poveri pesci e cederanno il posto al fieno e alle biade. Le fronti celesti dei monti che si sono specchiate finora in quest'onda favolosa, presto dovranno prendere congedo dal loro amico, il Dio Fucino. Presso Trasacco veleggiano ancora delle oscure barche e lì vicino s'innalzano al cielo bianche nubi di vapore che vengono dalle macchine che aspirano l'anima al povero lago. Torlonia, il grande seccatore della natura, è sordo all'appello delle ninfe; egli non teme neppure la vendetta dei pesci che potrebbero tormentare i suoi sogni. Egli non crede più alla mitologia d'Ovidio; ha denari e può sfidare gli dei, che dichiareranno fallimento. Potesse egli almeno risollevare dal lago le città che vi sono sprofondate, Marruvium e Pinna! Una leggenda narra ch'esse vi sono sepolte.
Prendemmo di buon mattino una carrozza per andare a visitare il campo di battaglia di Corradino e la vicina Tagliacozzo. Era un'incantevole mattinata primaverile, il monte Velino coi suoi campi di neve, tutti i solenni monti d'intorno, lo specchio azzurro del lago, le castella merlate sui verdi colli, risplendevano in un'atmosfera limpidissima: tutto aveva un aspetto fantastico di linee e di forme nella placida tranquillità della natura. Colle parole non si può esprimere ciò che io sentivo. Neppure nei sogni più belli potrebbe una fantasia di poeta, fosse anche Dante od Omero, immaginare uno scenario di così eterea bellezza, come questo che fu teatro della cupa tragedia di Corradino. Solo un campo di battaglia conosco, che gli si possa paragonare, sebbene di genere differente: è quello dove cadde, presso il Vesuvio l'eroe goto Teia.
Tutta questa scena ha per centro il Velino; esso ha la natura distesa reverente ai suoi piedi, come un tappeto; il lago, le rive ridenti, i campi palentini bagnati dal Salto. Dal monte maestoso si staccano delle alture, sulle quali sorgono le antiche rocche dei Marsi, rovinate e corrose dall'edera, intere cittadelle medioevali con chiese, conventi e castelli. A destra si erge, come un'isola verde, e un tempo emergeva dalle onde del Fucino un colle roccioso, sul quale si trova la favolosa Alba Marsorum, o Fucentia, con resti di mura ciclopiche e antichi templi. In essa condusse melanconica esistenza Perseo, re della Macedonia, cui toccò la sorte di Corradino! In questa lontana Alba egli si sarà trovato come in un luogo incantato; e invero quale più straordinaria prigione per un re? Al di sotto, Androsano; più là, su un dolce pendio verdeggiante, Magliano, e sopra, addossati a gigantesche rupi oscure, Massa, [87] Corona e Rosciolo. L'Imele, detto anche Salto,[88] si getta nel fiume Velino, che a sua volta si getta nella Nera e questa nel Tevere. Esso si svolge in curve fra questi monti, lungo una valle, nel lato opposto della quale si trova l'ultima montagna Fontecellese. Sul pendio di questa sta Tagliacozzo, ma ancora non si può vedere.
Con una risoluzione disperata rinunziammo ad Alba, e ci dirigemmo sulla pianura palentina. Traversammo prima il villaggio di Cappelle, coronato di giardini. Qui già cominciano i campi palentini che si estendono fin sotto Scurcola e Tagliacozzo. A destra la pianura è chiusa dal monte S. Nicola, sul quale si trova Scurcola coronata dalle alture di Magliano e di Alba. Di fronte ad Alba si alza il colle S. Felice, dove, secondo la tradizione, il vecchio Erardo di Valery aveva nascosto nei cespugli quella retroguardia che decise le sorti della battaglia. Anche oggi quel luogo si chiama Le difense.[89] Nello sfondo si scorge il monte S. Antonio (?) coperto di neve, gli alti monti di Capistrello e Corcumello, e molte altre punte gigantesche. L'altipiano fra la Scurcola e S. Felice si chiama la Palenda, il vero centro del Campo palentino solcato dal Salto. Carlo d'Angiò era venuto da Aquila attraverso il passo del Monte Velino, e aveva preso posizione sulla destra del Salto sotto Alba. Corradino era venuto da Tagliacozzo per la via Valeria, e si era posto sulla sinistra del Salto, sulla Villa Pontium, sotto la Scurcola. Per una notte mantennero i due avversari queste posizioni, finchè il Senatore di Roma, Don Arrigo di Castiglia, passò il Salto e impegnò la lotta.
La battaglia è chiamata con varî nomi dai cronisti del tempo, di Tagliacozzo, di Alba, di Campo Palentino, della Scurcola.
Anche Dante dice:
e là da Tagliacozzo
Dove senz'arme vinse il vecchio Alardo;
Questo prova soltanto che Tagliacozzo al tempo di Dante era il luogo più importante dei dintorni, mentre Scurcola era un piccolo castello dipendente da Alba, e del quale appena si conosceva il nome. Indubbiamente la battaglia dovrebbe prender nome dalla Scurcola, perchè il Campo Palentino, che Carlo in alcuni documenti indica come luogo dello scontro, si trova esattamente sopra Scurcola. Il feroce vincitore a ricordo della battaglia costruì lì stesso il convento di S. Maria della Vittoria, immediatamente presso il ponte sul Salto e presso la Villa o Castrum Pontium, dove Corradino tenne il suo ultimo quartier generale.
Ecco il fiume ed il ponte! Dei pioppi fiancheggiano il fiume, dove stanno a lavoro alcune donne con dei bambini. Due passi ancora, e siamo di fronte a neri avanzi di mura e di pilastri, ultimi resti dell'abbazia di S. Maria della Vittoria. Carlo d'Angiò più volte visitò questo convento, per inebriarsi al ricordo della battaglia. Un paio dei documenti che lo riguardano son datati di là. Non si sa in qual tempo l'abbazia decadde e andò a rovina.