Ci affrettammo a salire alla Scurcola. Questo villaggio copre col suo labirinto di strettissime strade il dorso roccioso del monte, la cui pietra serve in parte di selciato alle vie. Sul punto più alto si trova la cattedrale, S. Maria, che sembra appoggiarsi alla torre rotonda dell'antica rocca, oggi in rovina. Gli Orsini la costruirono, secondo mi fu detto; poi appartenne ai Colonna che anche oggi portano il titolo di baroni della Scurcola. L'edera avvolge strettamente mura e portale, e nasconde lo stemma.

Tutto il paese è come il monumento dell'antica battaglia. Si leggono con strano stupore i nomi storici di queste sporche e strette viuzze: Via Carlo d'Angiò, Via Corradino, Via Ghibellina. Gli abitanti stessi sembrano viventi tradizioni di quell'avvenimento, che è la gloria e il vanto del luogo, e l'unica ragione di visitarlo. Come a Benevento non è spento il ricordo della battaglia di Manfredi, così qui il ricordo di quella di Corradino. Ogni scurcolano colto sembra conoscere fin nei più minuti particolari la storia della caduta di quel principe, e potrebbe servire di guida ad ogni straniero. Un cortese canonico ci condusse nella chiesa. Essa ha ancora un portale gotico del tempo degli Angiò, ma nell'interno è del tutto rinnovata; il sacerdote ci mostrò il tesoro più prezioso del suo luogo natio: un'immagine della Madonna che Carlo stesso fece eseguire per S. Maria della Vittoria; e ci fornì alcune indicazioni relative ad essa. L'immagine è di legno dorato, e rappresenta la Madonna seduta; essa ha fra le braccia il Bambino, che tiene in mano il globo del mondo. E' un lavoro che non ha nessun carattere barbarico, di un genere sorto prima in Italia che in Francia, come conferma la tradizione della Scurcola. Si trovò quell'immagine sotto le rovine di quel chiostro nel 1757, e fu trasportata nella chiesa del villaggio. In questa occasione si ebbe il barbaro gusto di coronare con due laminette d'oro le due teste delle immagini. Nella sacrestia se ne conserva anche la custodia in legno, fregiata dei gigli degli Angiò e ornata d'immagini ben conservate e di ottima esecuzione, rappresentanti la crocifissione di Cristo ed altre scene bibliche.

Scendendo dalla rocca e dalla chiesa girammo nella parte inferiore della cittadina, cercando se vi fosse nulla di notevole da scoprirsi. Una piccola piazza, detta Piazza del Municipio, attrasse la nostra attenzione, avendo veduto sullo stemma del municipio questa scritta: Domus Universitatis Scurculae. Nello stemma si distingueva un ponte con cinque gigli. Il sindaco del luogo, un distinto e solenne vecchio dalla lunga barba grigia, mi disse che quello stemma aveva origine dal Castrum S. Mariae in Pontibus, che una volta i Templari avevano posseduto presso il Ponte del Salto; questo dev'essere quel Castrum pontium dove risiedette Corradino.

Il sindaco ed altri signori si riempirono di ammirazione per le battaglie tedesche, che han fiaccato perfino la grande Francia, e riandammo insieme la storia del nostro grande Impero, la sua grandezza e la sua caduta al tempo degli Hohenstaufen, le sventure e le lotte della nostra patria che susseguirono: l'apparizione ai dì nostri di un Barbarossa, tarda ma feconda di un Messia; il rinnovamento dell'Impero degli Hohenstaufen negli Hohenzollern. Ciò che Arrigo IV aveva invano tentato, l'unificazione della Germania sotto una dinastia ereditaria, è stato raggiunto solo ora, dopo 600 anni. Gli Hohenstaufen caddero, perchè si allontanarono dal suolo nazionale e spostarono il centro di gravità dell'Impero nella straniera Italia, ancora chiusa all'ideale di una monarchia universale romana. Anche il nobile Arrigo VII scontò quel sogno cesareo con una morte subitanea in Italia. Quante rivoluzioni e quante lotte di pensiero politico e religioso, prima di veder vinto questo principio imperiale romano, prima che in vista di Parigi assediata, nel castello di Luigi XIV a Versailles, fosse alfine proclamato l'Impero nazionale tedesco! «Bisogna che il sangue sparso da Corradino sia presto o tardi vendicato», diceva, già ai tempi di Carlo V, Reissner il biografo di Frundsberg. Il sangue di Corradino è ora per sempre vendicato, ed anche i delitti degli Hohenstaufen in Italia (seppure, con le idee di quel tempo relative al diritto si può parlare di delitti) son tutti espiati. I grandi imperatori svevi stanno solennemente al culmine della nostra storia, e ne rimarranno le più eroiche figure, finchè duri la memoria tedesca.

Credo che a nessun tedesco prima che a noi due, in quel giorno, sia stato mai concesso di guardare il campo di battaglia di Corradino con occhio così orgoglioso e sereno. Con quali sentimenti il nobile Raumer considererebbe oggi queste pianure palentine, egli che le visitò e le studiò nel 1817, due anni dopo la caduta definitiva del primo Napoleone? Come lungi era allora da lui, che ci ha dato una storia nazionale degli Hohenstaufen, il pensiero che egli avrebbe assistito, in una tarda età da patriarca, alla caduta di un altro Napoleone e alla ricostituzione della Germania in Impero nazionale e prima potenza del mondo! Tanto scherno, tante oltraggiose ingiurie e tanto danno ebbe a patire la nostra patria dalla Francia fin dai tempi degli Angiò, per tanto tempo fummo deboli, esautorati, perchè divisi, che ora ci sarà alfine permesso di alzare orgogliosamente la testa. Dai campi palentini della Scurcola vada dunque un saluto di giubilo alla patria, al grande nuovo imperatore del ceppo degli Hohenzollern, al ristabilitore dell'Impero, e a tutti gli uomini che con la spada e con lo spirito han contribuito a renderci il nostro Impero tedesco. I loro nomi e le loro imprese passeranno di generazione in generazione divenendo forse mito, e come oggi dei tardi nepoti sui campi della Scurcola ripensano ai tempi eroici di quella battaglia, un giorno sui campi di Wörth, di Metz, Sedan e Parigi, altri riandranno con la mente ai tempi gloriosi in cui su quei campi si formò la libera ed una Germania.

Ecco Tagliacozzo! Ha un aspetto cupo, visto così in distanza, con la rocca dei Colonna in rovina, tutto raccolto sul dorso accidentato del monte rupestre! Ci aspettavamo una massiccia mole di pietra, quando passammo attraverso la grande Porta Marsicana, e invece trovammo con meraviglia una piazza gradevole, con una bella fonte, circondata da pittoreschi edifici con balconi e finestre gotiche, e palazzi del Rinascimento. Entrammo in un albergo le cui dimensioni di palazzo, come la grande e bella strada nella quale si trova, ci riempirono di stupore. Nei secoli xv e xvi debbono aver fiorito qui delle ricche famiglie all'ombra della signoria colonnese. Io avevo in questa città un amico che più volte a Roma mi aveva invitato a visitarlo, ma disgraziatamente non si trovava in città; trovai però sulla porta della farmacia suo nipote, un giovane che fece volentieri le parti dello zio. Dovemmo alla sua gentilezza, se visitammo tutto ciò che vi è di notevole in questo luogo. Nei documenti è chiamato Taliacotium, antica città degli Equi o Cicolani. Ma essendo stato tradotto Tagliacozzo in volgare, così vediamo nello stemma cittadino due cavalieri che tagliano una clamide. Vidi questo stemma al municipio, che si è annidato in un antico convento abbandonato.

Il signor B. ci condusse in molte vetuste chiese e finalmente al palazzo Colonna, un palazzo che ha apparenza di fortezza, la cui parte superiore è, per le finestre, di stile gotico del secolo xiv, e il portale invece appartiene al puro Rinascimento. Lo stemma d'Aragona dimostra che la costruzione del palazzo va attribuita ad un Orsini; infatti molti Orsini entrarono nella famiglia degli Aragona di Napoli. Questo castello fu forse costruito da Giordano Orsini; il nemico di Cesare Borgia, si chiamava de Aragonia, conte di Tagliacozzo. Fu nell'anno 1499 che il re Federigo di Napoli decretò che Tagliacozzo ed Alba dovessero appartenere ai Colonna, come anche la baronia di Carsòli.

Nell'interno di questo palazzo trovammo grandiose sale adorne di antichi ritratti di famiglia, i cui nomi nessuno più potrebbe dire. Alcune pie suore vi tengono ora una scuola per bambine. Noi ammirammo stupiti la giovinezza, la grazia e la bellezza di forme di due fra queste monache, che eran venute dal Piemonte. Esse ci fecero visitare compiacentemente tutto il palazzo, e anche la cappella notevole per antiche pitture. Questi dipinti, del secolo xv, sono però molto ritoccati; fra gli altri vi è una bella adorazione della Vergine e del Bambino. Anche la loggia del palazzo è degna di nota; queste logge, così belle e pittoresche, non mancano quasi mai nei palazzi baronali. Quella di Tagliacozzo mi ricordò esattamente l'altra del palazzo colonnese a Genazzano, nella quale son dipinte le città che i Colonna possedevano. La loggia di questo castello si apre sul monte Velino; poggia su colonne corinzie; ha sulle pareti affreschi della scuola toscana; immagini di imperatori romani e di generali; vi è anche il poeta Ovidio, in toga rossa come un cardinale.

Visitammo finalmente, per espresso desiderio delle suore, la loro scuola femminile che occupa una delle più grandi sale del castello. Là dovemmo, con cipiglio da ispettori, osservare dei quaderni che quelle bambine non si stancavano mai di presentarci ed anche assistere ad un esperimento di geografia.

Un antico castello baronale non potrebbe trovare oggi migliore uso che quello di albergare una scuola. In Italia mancano le scuole popolari ed esse sole potranno diradare la profonda ignoranza ed anche l'immoralità, nella quale giace ancora una parte di questo popolo.