«Ma appena quello si sarà effettuato, tutta la cittadinanza dovrà, con la calma e la dignità proprie all'esercizio d'un inalienabile diritto, ristabilire il proprio municipio ed il proprio sistema amministrativo, allo scopo di difendersi, di mantener l'ordine per mezzo della milizia cittadina, e di annunziare al mondo la propria volontà. Il popolo romano, tornato padrone di se stesso, deve provvedere ai suoi destini per il bene proprio e della Patria ed esercitare il diritto che fu la massima politica della sua condotta e il sistema del suo Senato; diritto che ogni civile popolo europeo ha ormai ottenuto, e il nome del quale fu preso dai Romani medesimi: il Plebiscito! Il popolo romano si rivolgerà poi al Re d'Italia e gli dirà: Sire, venite a noi, a esaudire i voti dei nostri padri; venite a coronarvi coll'alloro che Dante, Machiavelli, Gioberti vi hanno promesso, e che voi avete ben meritato per il valore del vostro esercito, per il valore vostro e per il sangue di tanti martiri. Venite a coronare gli sforzi di tanti secoli, a realizzare il sogno di tante generazioni, ed a coronarvi sul Campidoglio con quella corona ferrea che avete conquistato sul Po. Noi Romani ci sentiremo felici, se saremo da oggi innanzi chiamati a difendere, insieme con tutti gli altri popoli d'Italia, questa corona, simbolo della libertà civile nell'indipendenza nazionale.

«D'altro canto, il popolo romano si deve rivolgere al Vaticano, e così parlare al Pontefice: Santo Padre, la rivoluzione italiana ha compiuto il suo corso e raggiunto il suo scopo. Ora essa si trova di fronte alla veneranda Basilica degli Apostoli, e vuole che voi sappiate che essa non vuol saccheggiarla, ne scuotere le fondamenta della Religione di Cristo, che è la religione di tutta Italia, e della quale voi siete il Primate, ma che anzi ha in animo di rendere a voi quella libertà che invano siete andato chiedendo a monarchi che unicamente sulla spada fondavano il loro diritto. Sotto l'egida delle leggi, all'ombra di una bandiera su cui sta scritto: Libertà della Chiesa e dello Stato, Voi potrete liberamente esercitare il vostro ufficio santo, non più circondato da armi straniere, ma difeso e sostenuto dalla reverenza e dall'omaggio di noi che, se non più Vostri sudditi, resteremo Vostri figli fedeli».

Questo scritto portava la data: Roma, il giorno dei morti; era firmato: Stefano Porcari, e, come luogo di stampa: Romae, ex aedibus Maximis 1866. Produsse una grande impressione; tutti i giornali ne parlarono, ed ebbe diffusione fino a Parigi.

Poco dopo apparve la circolare di Ricasoli del 15 novembre a tutti i Prefetti d'Italia; in essa il Gabinetto di Firenze dichiarava che avrebbe scrupolosamente rispettato la Convenzione di settembre; che il Potere temporale del Pontefice era divenuto una strana anomalia in mezzo alla civiltà del secolo presente, e che doveva essere trattato come ogni altra potenza secolare: il Papa solo, cioè, in Roma; che poi egli regolasse a suo piacimento i suoi rapporti col popolo romano, e questo i suoi rapporti con lui. In sostanza, la circolare diceva quel che aveva detto lo scritto del Porcari.

Parve ai papalini di vedere nelle parole di Ricasoli una provocazione. Essi consigliarono sempre più vivamente il Papa a partir per l'esilio. Secondo loro, egli doveva abbandonare Roma, andare a risiedere a Civitavecchia, circondato dalle sue truppe, ed aspettare là, seguendo l'esempio dei pontefici del Medio Evo che per lungo tempo si erano rifugiati in Viterbo o in altre città della provincia,—che un mutamento d'indirizzo, o una rivoluzione nella politica, lo richiamasse a Roma. Nel porto di Civitavecchia—gli dicevano i consiglieri gesuiti—si sarebbero radunate allora le flotte delle Potenze per difenderlo. In fatto accadde che in novembre si ancorarono in quel porto alcune navi da guerra francesi, spagnuole ed austriache. Così sembrava si volesse fare di Civitavecchia l'ultima tolemaide del Papato. Ma Pio IX tremava al pensiero di abbandonar Roma di nuovo. Doveva questo vecchio, giunto presso il termine dei suoi giorni, sfidare un'altra volta le amarezze dell'esilio e della fuga? Toccava all'imperatore Napoleone che aveva mandato a Firenze il generale Fleury di confermare il Papa nella sua convinzione di dover restare in Vaticano; là egli era debole; in esilio avrebbe potuto esser forte, ma si esponeva a un grave pericolo: la Francia cattolica si sarebbe certamente commossa, e con essa l'Episcopato tutto, compatta falange per la difesa del Papato minacciato. Si sparse anche la notizia che l'imperatrice Eugenia sarebbe venuta in Roma. Ma siccome questa principessa non poteva, come già Matilde di Canossa, porsi sulla breccia che il generale francese Montebello era sul punto di abbandonare, essa non sarebbe venuta che quale inviata del suo sposo (si diceva) per persuadere il Papa ad accettare l'articolo d'accordo che era stato formulato a Firenze, ed a rimanere, comunque, in Roma.

II.

Le truppe francesi erano a poco a poco ritirate dalle loro guarnigioni nella Provincia; esse venivano a Roma, per andare di qui ad imbarcarsi a Civitavecchia. Correva anche la voce, che il 4 dicembre il Papa stesso sarebbe partito per quella città, per visitare i nuovi lavori del porto e per risolversi circa una sua possibile residenza là, difeso dalle sue truppe. Molti dicevano che aveva intenzione d'imbarcarsi.

Si diffuse un foglio volante: Fra Giusto ai Romani. In esso si diceva che Roma era stata destinata dalla Provvidenza a fondere ed accordare la nuova civiltà coll'antica, la libertà colla fede, e ad emancipare l'umanità con un'opera di rigenerazione sociale e religiosa avente lo stesso carattere di eternità che avevano avuto il Diritto Romano e il Vangelo. La libertà romana, spoglia del materialismo pagano, e santificata dall'emancipazione cristiana, formerebbe la base dell'autorità ecclesiastica, cosicchè questa, liberata dalle forme materiali del principato, si svilupperebbe in tutta la purezza della sua nuova essenza spirituale. In calma dignitosa i Romani avrebbero ricevuto Vittorio Emanuele, il quale soltanto fra le mura di Roma poteva compiere l'opera sua liberatrice d'Italia. Questo idealista romano ammoniva i suoi concittadini a tenersi lontani da tutti i partiti estremi. E così terminava:

«La minaccia della fuga, che dei malvagi hanno voluto far pronunziare al Papa, non risponde alla bontà del suo cuore ed al sacro dovere del suo ufficio apostolico. Cristo l'ha solennemente dichiarato: la fuga si addice al capo di truppe mercenarie, non al pastore che deve aver cura del suo gregge. Pio IX è troppo profondamente conscio dei propri doveri per fuggir loro vilmente, o per permettere che le vie di questa sacra città siano macchiate col sangue dei suoi figli, sotto gli occhi del vicario di un Dio di pace e d'amore. Ma se la malizia dei suoi consiglieri dovesse strapparlo da Roma, se la ferocia dei suoi generali e dei suoi mercenarî dovesse spargere il sangue dei Romani, allora Dio, il mondo, giudici di questa viltà e di questo delirio, non farebbero che affrettare il pieno trionfo della causa italiana, giustificando ogni difesa legittima e necessaria».

I Francesi cominciavano a partire da Roma. Il 6 dicembre il generale Montebello insieme coi suoi ufficiali venne a prendere congedo in Vaticano. La scena fu solenne. Il Papa appariva grave e dolce di aspetto. Il discorso del generale, o, meglio, del suo Imperatore, e la risposta del Papa hanno un valore storico, perchè rispecchiano nettamente la situazione[1].