Mentana appare dietro questa boscaglia; prima la Vigna Santucci colle sue mura bianche, dove si combattè così aspramente; poi una cappella sulla strada, ancora piena di paglia, sulla quale più di un ferito trovò la morte. Il palazzo baronale degli Orsini sorge nello sfondo, simile ad una fortezza, con torri e merli, sul pendìo verde d'un colle, solitario e fiero come un ricovero di briganti; il paese è ancora nascosto da piccole alture. In basso la valle è fosca, circondata da colli sparsi qua e là di olivi e vigneti; ma tutto ha un aspetto selvaggio, sinistro ma, pittoresco.

Una strada conduce su per uno sperone di rupi giallastre. Ora si vede il paese, una fila di case senza interesse, simile ai castelli dei monti Sabini, che spirano tanta miseria e desolazione; si direbbero dipendenze del castello feudale, che una volta il signore vi ha annesso per comodo proprio, e dato ai suoi vassalli per abitazione. Dinanzi al palazzo sta la chiesa gentilizia. Essa era aperta e già riconsacrata e molti feriti vi erano morti; fra gli altri, un belga che era venuto a Roma e si era arruolato fra gli zuavi pochi giorni prima la battaglia. Una palla gli aveva spaccato il cranio; diciassette ferite gli avevano trapassato il corpo. Su un pezzo di carta, trovato presso di lui, stava scritto: le comte d'Erb, fils du duque d'Erb.

Dalla porta della Chiesa si accede al piazzale di fronte al castello, dove si vede una colonna senza capitello, intorno alla quale giacciono delle bisaccie militari. Qua e là, rovine marmoree dell'antico Nomentum. Sulla parete esterna della chiesa una statua mutilata che il popolo chiama San Giorgio. Il castello era pieno di soldati francesi, i quali si esercitavano coi loro fucili ad ago, che vantavano tanto, affermando che senza di quelli i Pontificii non avrebbero mai preso Mentana.

Entrammo nel castello che rivela parecchie epoche architettoniche. La parte più antica, formata dalle torri rotonde, mostra la maniera di costruzione del secolo XIII, che a Roma chiamano saraceno; cioè, queste torri son fatte di frammenti di peperino e di altri varî materiali di riempimento, fra cui pezzi di marmo. La parte anteriore del castello è invece assai più recente, ed ha finestre in stile rinascimento. I merli sono mezzo rovinati, alcuni furono fracassati dalle palle di cannone. In complesso, l'edificio appare come un castello baronale del medio evo, di prim'ordine. Sul portale stan le armi di Sisto V, o meglio di suo nipote Michele Peretti, al quale gli Orsini avevano venduto Mentana. Sulla porta giacevano ancora resti di fucili garibaldini, che gli assediati avevano spezzati, secondo l'uso guerresco, prima di capitolare.

Nell'interno, scale in rovina e stanze colle pareti squarciate dalle bombe. Nel cortile del castello le guardie francesi offrivano un pittoresco colpo d'occhio; stavano preparando il pranzo, tutte affaccendate intorno ad un fuoco che attizzavano con le bacchette dei fucili garibaldini. Ci furono portate delle palle di fucile, che avremmo facilmente potuto raccogliere per terra, di forma conica, di armi rigate o di chassepot; raramente se ne trovavano di quelle solite rotonde dei fucili garibaldini. Noi visitammo il piccolo solitario paese. I suoi abitanti erano rimasti per 15 ore nascosti nelle cantine, in preda allo spavento, mentre le palle rimbalzavano come grandine sui tetti. Vi fu un'eccezione; in una casa, una bomba aveva squarciato la parete di una stanza: ebbene, vi furono trovati donne e bambini tranquillamente seduti, come se nulla fosse accaduto. Ci fu detto che i garibaldini avevano occupato il borgo per otto giorni. Una donna ci raccontò che fra di essi vi erano dei signori simpatici, che pagavano quello che chiedevano, e aggiunse che un capitano aveva pagato un pollo 25 soldi, del che era rimasta molto soddisfatta. Altri non avevano potuto pagare nulla davvero, perchè non possedevano un soldo in tasca.

Noi riandammo col pensiero le vicende storiche di questo paesetto Sabino, che era pur ora tornato ad avere una parte nella storia non indipendente da quella che un tempo vi aveva avuta; ricordammo che già una volta i Franchi vi erano venuti per salvare un papa minacciato ed il suo potere temporale; che questo salvatore era stato Carlomagno. La località stessa dava agio di ricostruirne la storia.

Nell'antichità si era chiamata Nomentum. Da questo ebbe nome la strada, Nomentana, la quale però non apparteneva alle grandi strade romane, perchè presso Ereto, sotto Nomentum, si congiungeva alla Via Salara, presso l'attuale Monterotondo.

Più antica di Roma medesima, contemporanea di Fidene e di Crustumeria, i Romani la ritenevano come una delle colonie del re Latino Silvio di Albalonga, il quale certo conquistò quella regione sabina. Prese parte all'alleanza dei Latini contro Roma, in favore dei Tarquinii scacciati. Dopo la battaglia al lago Regillo, che stabilì l'egemonia della Repubblica Romana sul Lazio, Nomentum divenne un municipio romano. Questa città Sabina era però troppo piccola per potere avere una parte importante nella storia di Roma. È noto che Ovidio, Seneca e Marziale avevano possessi nel suo territorio. L'aria vi era salubre, il vino buono, e nelle vicinanze si trovavano sorgenti termali.

Nell'epoca cristiana dell'Impero germanico, Nomentum divenne presto un vescovado; lì presso, erano gli altri vescovadi di Fidene, oggi Castel Giubileo, Cures, e Forum Novum, che sussiste ancora. La serie dei vescovi nomentani va dal 415 al 964, nel quale anno si sospese la nomina dei vescovi, il che prova che la città era del tutto decaduta. Essa si era conservata, del resto, per ignote ragioni, più a lungo delle altre antiche città delle immediate vicinanze di Roma, le quali, al tempo delle invasioni barbariche, scomparvero. Eretum Crostumeria, Fidene, Gabii, Ficulea, Antemna sono sparite senza lasciar traccie. Anche l'antica famosa Cures, patria di Numa, decadde al tempo dei Longobardi, e vive ancora solo nel nome di Correse.

Nomentana esisteva ancora nell'anno 800 col suo nome antico, sebbene già fosse radicalmente cambiata; il 23 novembre di quell'anno Carlomagno, ch'era diretto a Roma per farsi incoronare in San Pietro, vi si fermò. La sua dimora in quel luogo, nello stesso mese di novembre, nel quale 1067 anni dopo delle bande di volontarii italiani tentavano di abbattere il dominio pontificio, che Carlomagno aveva fondato, ci sembra un fatto abbastanza strano e notevole.