Nel 974, Crescenzio de Teodora si impadronisce del potere a Roma, e più tardi suo figlio Giovanni Crescenzio è a capo del partito nazionale romano. La sua storia forma un noto episodio del regno di Ottone III. I cronisti chiamano questo Crescenzio Nomentano. La sua famiglia che risiedeva quasi tutta nella Sabina e presso Farfa in particolare, si doveva quindi trovare in possesso di quel luogo, e Giovanni Crescenzio o era nato ei pure nei possedimenti de' suoi padri, o Nomentum era toccata particolarmente a lui per eredità. Proprio in quell'epoca sembra che venisse soppresso tale vescovado; e siccome si sa che l'ultimo vescovo fu un tal Giovanni, si può supporre che, essendo questo nome abituale nella famiglia dei Crescenzi, anche l'ultimo vescovo di Nomentum fosse un membro di quella famiglia. In quel tempo vi erano già dei conti ereditarî nel territorio pontificio. Perciò già nel 980 Giovanni Crescenzio poteva essere conte di Nomentum e avervi posseduto la sua fortezza, nello stesso luogo dove poi sorse il castello degli Orsini, che ancora vi sorge.
Nel 985, Crescenzio prese il titolo di patrizio romano e governò la città di Roma come suo capo temporale, durante la minorità di Ottone III. La sua potenza venne meno, quando Ottone, nel 996, venne a Roma per ricevere la corona imperiale dalle mani di Gregorio V, il primo Papa tedesco che egli stesso aveva innalzato a quella dignità. Crescenzio, condannato a morte come ribelle, prestò giuramento di fedeltà al giovane imperatore, e fu graziato. Ma Ottone se ne era appena andato, che l'astuto romano infranse il giuramento, cacciò il Papa tedesco e s'impadronì dei diritti imperiali. In questa usurpazione lo appoggiarono i suoi parenti di Sabina, il conte Benedetto e i suoi figli Giovanni e Crescenzio. L'usurpatore trovò una misera fine, quando Ottone III ebbe ricondotto in Roma il Papa con buon nerbo di soldatesche. Crescenzio si difese eroicamente in Castel Sant'Angelo, finchè si dovette arrendere. Fu decapitato, il suo corpo fu gettato dai merli di Castel Sant'Angelo e poi appiccato a una forca su Monte Mario. Per dei secoli Castel Sant'Angelo si chiamò la torre di Crescenzio.
Dopo la morte di Ottone III, i Romani crearono patrizio romano suo figlio Giovanni, potere che egli tenne fino al 1012, anno in cui morì. D'allora in poi, la famiglia dei Crescenzi si continuò in Sabina e a Roma, ma senza assurgere più a grande importanza. Il potere patrizio passò invece, dopo il 1012, ai conti di Tuscolo, i quali seppero farsi arbitri del potere temporale del Pontefice e della stessa Santa Sede.
Così nella storia dello Stato pontificio Nomentum è classica per essere stata sede di una antichissima stirpe ribelle al potere dei Papi. Era ciò noto all'ultimo discendente dei Crescenzi, che il 3 novembre 1867 lottò con i pontificii e cadde sul colle di Mentana, in difesa della Santa Sede?
Dopo il periodo dei Crescenzi, si parla raramente di Nomentum nei documenti della storia di Roma; esso è chiamato Castrum Nomentane, donde il nome Mentana o La Mentana. Già il mutamento di civitas in castrum, per designarlo, come si legge nelle bolle papali del secolo XIII, dice che quella città era decaduta tanto da non esser più che uno smantellato villaggio. Essa appartenne ai monaci di San Paolo, che la tramandarono nel secolo XII alla potente casa dei Capocci, finchè Nicolò III, della casa Orsini, diede Mentana al suo nipote Orso. Gli Orsini nel secolo XIII s'impossessarono di molte località sabine. Essi possedettero anche il vicino Monterotondo, Monte Gentile e Nerola. Costruirono a Nomentum il castello, l'attuale fortezza, verosimilmente sulle fondamenta dell'antica rocca, e vi rimasero più di tre secoli; poi, nell'anno 1595, la vendettero ad un nipote di Sisto V, Michele Peretti, principe di Venafro. Più tardi, divenne proprietà dei Borghese che la posseggono ancora.
XII.
Da Mentana si giunge in meno di mezz'ora per una strada assai buona fra cespugli e vigneti a Monterotondo. Il grande castello baronale, una volta degli Orsini ed ora appartenente al Principe di Piombino, è un edifizio imponente e bello, con una torre grandiosa, e sorge, in cima al paese che quasi nasconde. Era pieno di soldati francesi. Nel cortile giacevano più di mille fucili garibaldini, accatastati in disordine; cattive armi a percussore, forse della Guardia Nazionale, mucchi di baionette, guaine di sciabole, bacchette si vedevano sparse sul terreno. Erano state raccolte a Monterotondo e sulle strade vicine.
Fui condotto nella casa dove Garibaldi aveva abitato; questa si trovava nella piazza inferiore, non lungi dal Duomo. Qui egli aveva due camerette al piano superiore. Sul suo letto, coperto con una coperta gialla, era appesa una sacra immagine e un vasetto di cristallo coll'acqua benedetta, del quale egli si serviva tanto come dello specchio che stava nel canterano. Ora questa stanza è abitata da un capitano francese.
Vedemmo anche il Duomo, Santa Maddalena, dove si erano acquartierati i volontarii. Sugli altari si vedevano ancora ornamenti di chiesa infranti, vesti ecclesiastiche in brandelli, crocifissi e ceri spezzati. Nella sacrestia tutto era sossopra: gli armadi sforzati, i messali e i registri lacerati e sparsi a terra. Una donna che ci condusse là dentro, additò, con segni di spavento, il Tabernacolo dell'altare maggiore, dal quale era sparito il calice. Ci fu parlato di altre profanazioni, che non crediamo opportuno riferire; qualche cosa di simile al Sacco di Roma del Borbone. Furon veduti due volontarî far la guardia sulla porta, avendo uno una mitra in testa, l'altro un pastorale in mano. Questi volontarî seppellivano i loro morti alla rinfusa, nelle chiese stesse; gli ufficiali li calavano nelle tombe, avvolti in paramenti di broccato e d'oro.
A Monte Rotondo era più visibile che a Mentana il pauroso eccitamento dei paesi devastati dalla guerra; questa infatti ha solo 500 abitanti appena; quello 1300. Il popolo non era favorevole ai garibaldini: «L'invasione ci ha rovinato», ci assicurava un impiegato al Municipio, facendo grandi gesti e parlando con forza di tutte le imposte in denaro, foraggio, cavalli, esatte da Garibaldi, imposte che talora alcuni suoi indegni sottoposti prendevano senz'altro per sè.