La piccola città è situata, alta e forte, sul dorso di un'altura, dalla quale si gode una veduta bellissima dei monti sabini, fino a Monte Gennaro. Si vede Tivoli, Sant'Angelo e Monticelli, molto vicini; più lontano, la bianca Palombara, Montelibretti ed anche Nerola, e in mezzo ai monti l'abbazia benedettina della Farfa, che in tempi remoti fu distrutta dai longobardi di Spoleto, e poi ricostruita grandiosamente. Verso nord, la campagna è dominata dal dentato Soratte, ai cui piedi il Tevere serpeggia, uscendo dall'Umbria, per continuare il tortuoso cammino fino a Roma, accompagnato sulle due rive da due strade romane, la Flaminia e la Salara. Di Roma, a così grande distanza, si vedono ancora, come linee appena percettibili, le torri di Santa Maria Maggiore e del Laterano; ma la cupola di S. Pietro domina intera e piena, la solenne campagna, come una sfera oscura. Quando i pellegrini che vengono dall'Oriente per questa strada, sono giunti in vista di questi grandiosi segnacoli della Chiesa, possono lietamente inginocchiarsi e venerare! Vi sono molti quadri che rappresentano scene di questo genere. Un artista di genio potrebbe oggi prendere a soggetto questo drammatico contrasto: dei volontarî garibaldini in camicia rossa che, dalle alture di Monte Rotondo, vedono per la prima volta la cupola di S. Pietro.

Essa dovette sembrare loro il simbolo della méta così appassionatamente inseguita, come già ai Goti di Alarico o alle soldatesche affamate del Borbone e di Frundsberg doveva sembrare la città di Roma, veduta in lontananza. Il loro capo avrà forse loro spesso additato quella cupola sublime; e ne avrà loro parlato con parole fiammeggianti di patriottismo—come ne aveva parlato a Ginevra, al Congresso per la Pace, dal quale Garibaldi—per una ironia della storia—quasi immediatamente passò sul campo di battaglia, a Mentana!

E' cosa piena d'interesse rappresentarsi i pensieri che dovevano agitare l'animo di quest'uomo straordinario nell'avvicinarsi a Roma, di quest'uomo così vario di destino e di fortuna, la cui vita fu una lotta per la libertà combattuta in due parti del mondo! uomo che certamente avrebbe avuto una parte più notevole nella storia, se la natura al suo disinteresse da antico romano, e alla sua incomparabile attività e vigoria di carattere, avesse accoppiato il genio di un uomo di Stato.

Nel rivedere Roma, Garibaldi avrà ricordato con stupore quel tempo, già passato alla storia, in cui egli aveva difeso contro i Francesi la metropoli del mondo intero. Volgendosi alla campagna di Tivoli, si sarà visto nel ricordo ritirarsi da Roma, con altre schiere di volontarî, un po' meglio armati e disciplinati delle attuali, verso gli Appennini. Era il 30 luglio 1849.

Sorrideva al suo spirito il pensiero di entrare ora in quella Roma che già aveva dovuto abbandonare, e che formava la brama più ardente della sua vita. Ma egli non entrò in Roma; non piantò sul Campidoglio, nè lo stendardo della Repubblica, nè il tricolore italiano. Battuto dalle truppe del Papa e di Napoleone a Mentana, lo vediamo di nuovo prigioniero di Stato a Varignano. Misero sotto processo lui che non poteva essere soggetto a giudizio, perchè troppi complici aveva, la serie dei quali cominciava a Palazzo Pitti.

Il mondo che onora il patriottismo e il carattere, aveva lasciato che Garibaldi, l'enfant gâté et l'enfant terrible d'Italia, si sbizzarrisse a suo piacere nelle sue campagne in nome dell'Ideale, senza che il loro insuccesso diminuisse la simpatia verso di lui. Ma tutto ha un limite, come quella massima di Machiavelli nel Principe: «E' il fine che si deve considerare, non i mezzi». L'audacia romantica di Garibaldi può certo esaltare la gioventù che ha letto Plutarco, ma essa stanca il maturo giudizio dell'uomo di Stato e del cittadino cosciente. Che un eroe nazionale, così festeggiato, carezzato, reclami perpetuamente il privilegio di essere nell'eccezione, fuori della compagine e delle leggi dello Stato, e di formare una potenza a sè, questo sarebbe un assurdo e una impossibilità in ogni ben ordinato Stato d'Europa.

La monarchia italiana e il pensiero dell'unità hanno superato la terribile crisi (che la Demagogia di Garibaldi aveva provocato) rapidamente e felicemente. Se il giorno di Mentana avesse avuto il merito di liberare l'Italia dall'anarchia di un potere rivoluzionario, che si contrapponeva al Governo, questo dovrebbe riguardarsi come un reale vantaggio. L'invasione dei volontarii ci ha insegnato anche altre cose; essa ha mostrato la debolezza e l'immoralità dell'Italia, e diminuite le simpatie che verso di essa nutriva l'Europa; ha mostrato che era impossibile che il Potere Temporale durasse a lungo nella forma assegnatale dalla convenzione di settembre, ed ha ricondotto in Italia un principio che l'Europa sperava per sempre allontanato da lei. Non parlo della miseria e della rovina, in cui la guerra dei volontarii ha gettato migliaia di persone, al di qua e al di là dei confini romani. Se questa guerra poi, come riteneva Garibaldi, si deve ritenere come una guerra nazionale dell'Italia, contro il Papato per il possesso di Roma, allora affermeremo che il suo esito ha mostrato che nel 1867 il Papato era, ancora, più forte dell'Italia, e che la questione romana non poteva essere risolta colla sola violenza. Questo problema che col trattato di settembre fu, per riguardo all'Italia, mantenuto nei confini di una questione di opportunità territoriale, sarà di nuovo sollevato e riportato nella sfera della diplomazia europea?

E qual problema insolubile! C'è nelle cose umane qualche cosa di impossibile a risolvere? Un astuto motteggiatore consolava un patriota, osservandogli che gli Italiani si risollevano come vincitori dopo le disfatte che sogliono fiaccare gli altri popoli. Anche non potendo dar ragione a questo bello spirito, non vediamo ragione alcuna per disperare che si trovi un giorno un modus vivendi che sappia accordare l'indipendenza spirituale del Papato con le esigenze della Nazione. Il giorno in cui si troverà questa quadratura del circolo, l'umanità potrà festeggiarlo solennemente, perchè segnerà l'inizio di una nuova êra di pace, êra a cui tutti i popoli d'Europa mirano fiduciosi.

XIII.

Son passati tre anni dacchè io scrissi le pagine precedenti. La quadratura del circolo romano non è stata trovata, ma il nodo gordiano è stato reciso della spada. Perciò la Campagna dei Volontarî intorno a Roma ha bisogno di un'appendice.