Il 19 settembre i Tedeschi stringevano intorno a Parigi, metropoli del mondo, il loro anello di ferro; lo stesso giorno trentamila Italiani erano alle porte di Roma, metropoli del mondo. Il 20 settembre, alle cinque del mattino, fu tirato il primo colpo contro le mura di Porta Pia. La lotta con le truppe pontificie fu semplice e breve. In Vaticano il Papa sedeva fra i cardinali e i diplomatici delle potenze straniere, che aveva mandato a chiamare. Si udirono i colpi di cannone dell'attacco. Il cardinale Antonelli riceveva e inviava dispacci. Venne l'ultimo, annunziante che tutto era finito.

Gli Italiani entrarono in Roma attraverso la breccia presso Porta Pia, il 20 settembre alle 11 antimeridiane, fra l'indescrivibile giubilo della popolazione, mentre, come per incanto, tutta la città si copriva di tricolori.

Il millenario Potere temporale dei Papi finì quasi inosservato. Questo che sarebbe stato in altro tempo un avvenimento mondiale di straordinaria importanza, si compì come un aneddoto sullo sfondo della grande guerra franco-tedesca. Questo tramonto tacito e inosservato della più antica e venerabile potenza d'Europa è profondamente tragico. Non fu il silenzio del mondo una condanna per lo Stato pontificio? Forse molte voci si sarebbero ancora levate in Europa, in suo favore, se il Concilio non avesse d'un colpo ridotto ai minimi termini la considerazione per il Papato. La caduta della sua potenza temporale fu la legittima conseguenza della più mostruosa richiesta che mai sia stata fatta all'umana ragione.

Il plebiscito dei Romani decise, il 2 ottobre, l'annessione di Roma all'Italia. Alla fine dell'anno venne il Re a visitare per la prima volta la città così crudelmente danneggiata dall'inondazione del Tevere, pretesto ben accetto per quella penosa visita. I Romani lo festeggiarono giubilanti. Vi rimase poche ore, e scrisse al Papa una lettera. Nel palazzo del Quirinale—il palazzo pontificio dal quale Pio IX ventiquattro anni prima era stato acclamato dal popolo Sole della nuova Italia, salendo al trono—Vittorio Emanuele firmava il suo primo decreto in Roma, prendendo atto del plebiscito. Era l'ultimo giorno dell'anno 1870. Con esso si chiuse una grande epoca nella storia della città e del papato.

Un tragico destino ricadde sul debole Papa, che aveva esperimentato tanti cambiamenti di fortuna e tante vicissitudini come pochi pontefici prima di lui. Prigioniero volontario, egli geme nel cupo Vaticano, negletto ora nella sua Roma, della quale era stato l'idolo. Che piccola cosa è ogni umana grandezza!

Una misteriosa sorte fece occupare a Pio IX la sua sede per un tempo più lungo di tutti i suoi predecessori, per quanto grande sia stata la loro importanza nel mondo! Il probabile ultimo Papa sovrano temporale ha anche governato Roma più di ogni altro!

Questi sono solo dati di fatto. Noi stiamo dinanzi alle porte serrate di un misterioso avvenire. La quadratura del circolo romano non è stata ancora trovata; il processo morale non è ancora risolto. Solo questo si può dire con sicurezza, che l'umanità, nel memorabile 1870, si è definitivamente liberata da un antico ordine di cose.


Poeti romani contemporanei.
(1858).