Poeti romani contemporanei.
(1858).
Si direbbe che le Muse, da Raffaello così bene rappresentate in una delle stanze del Vaticano in compagnia dei più grandi poeti, abbiano sempre a malincuore scelto Roma a loro dimora e solo di passaggio. Si capisce, del resto, che una città come l'antica Roma non potesse essere molto conveniente albergo alla poesia: il sentimento poetico non poteva ben fiorire nel frastuono di quel mondo; ma vi poteva invece la satira essere in grande onore, poichè il suo elemento è il brutto e il ridicolo.
Difatti, per tacere degli antichi, la Roma cristiana quali notevoli poeti ha prodotto? Questo domandavo io un giorno ad un poeta romano, mio amico; e, dopo aver ricordato Vittoria Colonna e Metastasio, egli mi fece conoscere altre produzioni poetiche della città, a me del tutto sconosciute. Giusto de' Conti, al principio del secolo XV scrisse un canzoniere: La Bella Mano; al principio del secolo XVIII troviamo un'epopea popolare: Meo Patacca; e in tempi più recenti, l'improvvisatore Gianni che celebrò le guerre di Napoleone; Marsuzi, autore delle tragedie Caracalla e Alfredo il Grande, e finalmente Luigi Bondi, traduttore delle Georgiche di Virgilio.
La poesia ama la vita mossa ed intensa; e da molti secoli Roma non è terreno per lei. Gli strepiti delle fazioni piacciono più alle Muse del clangore cupo delle campane e del mormorio delle litanie nelle processioni; il narcotico odore dell'incenso, che riempie interamente la città di Roma, non è un ispiratore efficace di poesia. La profonda severità delle ruine dell'antichità offre oggetto di meditazione al filosofo ed allo storico, ma i fiori della poesia appassiscono all'ombra melanconica di tante tombe. A Roma le pietre son più possenti degli uomini; il passato è gigantesco; il presente è piccolo invece, e il futuro coperto di un impenetrabile velo.
Una sera, mentre erravo per il Trastevere, sentii una ragazza che, sola, seduta sulla scala di una casa deserta, cantava, seria e pensosa:
«O Roma antica, Roma illustre, non sei più!»
Queste dolorose parole sulla bocca di una fanciulla mi parvero piene di significato. Non poteva dunque sorgere fra le rovine di Roma un genio lirico, vivace ed ingenuo? Sarebbe stato forse soffocato dalla storica malinconia delle rovine? Può darsi; ma anche una Musa così ammantata di tristezza avrebbe potuto essere bella e sublime, non come quella gonfia e rettorica delle notti romane del Verri, ma come quella di lord Byron nel Childe Harold, nelle sue apostrofi di artista nordico e di uomo libero.
Siamo però giusti verso i Romani; essi non poterono mai cantare e celebrare le loro ruine, perchè non fu mai loro permesso di rimpiangerle e di giudicare il presente dagli avanzi del passato. Essi, insomma, non poterono utilizzare il loro abito poetico.