L'antichità, come il medioevo, è pieno in Roma di motivi eroici e tragici, ed un poeta cittadino non avrebbe che a servirsene con abilità per suscitare immancabilmente dell'entusiasmo. Spesso, mentre assistevo nel Mausoleo di Augusto (oggi teatro Corea) ai salti dei pagliacci, nelle loro curiose pantomime, o, per rara fortuna, vedevo rappresentare, nella traduzione del Maffei, la Maria Stuarda di Schiller, pensavo: quale impressione produrrebbe, in questo luogo, una tragedia romana su Bruto o Virginia! Come dovrebbe trascinare all'entusiasmo i Romani una tragedia su Cola di Rienzo, proprio qui, nel Mausoleo di Augusto, dove il corpo di quel tribuno fu un giorno bruciato!

I Romani lasciarono elaborare prima a Shakespeare, a Corneille, a Racine, a Voltaire, poi ad Alfieri, questa materia di teatro romano; e sul teatro romano quelle opere non si vedono nemmeno, e fra i busti di uomini illustri che adornano il Pincio, manca quello di Alfieri! Esso vi fu, per un momento; poi ne venne improvvisamente asportato dalla polizia—fatto questo a cui ho assistito io stesso e che riferisco qui, per risparmiarmi una chiacchierata più lunga, tendente a dimostrare l'impossibilità di un dramma nazionale romano di genere storico.

Se, oltre a parecchie altre ragioni di indole politica e fisiologica, che impediscono lo sviluppo del sentimento poetico in Roma, si pensa alla stagnante cultura letteraria, alla mancanza di giornalismo e di critica, alla decadenza del mercato librario,—che di poco si solleva soltanto negli affari degli antiquarî,—se si pensa a tutte queste condizioni di fatto, ci sembrerà tanto più interessante e degna di studio ogni attività poetica di questo popolo.

Il gusto per la poesia non è mai tramontato fra i Romani, che, come tutti gl'Italiani, amano i versi; il popolo di tutte le classi sociali spande a piene mani sonetti e canzoni, non appena un'occasione si presenta. C'è uno sposalizio? Sonetti. Nasce un bambino? Sonetti. Si laurea uno studente? Sonetti. Si veste una monaca? Sonetti. Viene sepolto un morto? Sonetti. Si festeggia un Santo? I sonetti piovono. Un monsignore è fatto vescovo? egli cammina su un tappeto di sonetti con le sue calze paonazze! Questi parti poetici d'occasione si raccoglievano un tempo nelle Accademie, nelle quali gl'ingegni erano legalizzati e ricevevano il bollo della scuola poetica tradizionale. Il furor academicus, una vera peste nel secolo XVII non soltanto in Italia, ma anche fuori, è ora del tutto sopito, e se a Roma ci sono ancora degli Arcadi, dei Quiriti, dei Tiberini, e anche degli accademici della S. Concezione, non si deve ricercare in essi un intendimento letterario. L'Arcadia, fondata alla fine del secolo XVII da Crescimbeni e da Gravina, il maestro e protettore del Metastasio, ha una fama mondiale. Il suo nome e il suo simbolo, una zampogna, bene delimitano gl'innocui campi, in cui cercava asilo la poesia dei Romani, e si conviene anche bene alla storia della città, il cui Foro, antico dominatore del mondo, si mutò in un Campo Vaccino, la cui campagna si coprì d'innumerevoli greggi, come per un immenso idillio, e il cui popolo, finalmente, si cambiò, da schiera di dominatori, in una mandra di pie pecore, che il Papa, buon pastore, guidava a pascere fra le ruine. Ai tempi di Göethe, che i pastori accolsero nel loro coro con grandi feste, l'Arcadia godeva ancora una certa fama; oggi, fortunatamente, è passata fra le curiosità, sebbene di tanto in tanto la sua zampogna torni a farsi sentire. La massa di poesie che vengono composte in quelle riunioni, può solo avere riscontro nella loro completa insulsaggine: leggendole, sembra di udire d'un tratto un coro multiforme di belati e di pigolii.

Per quanto anche oggi non vi sia in Roma ingegno poetico che, secondo l'antico costume, non si rinchiuda in questa o quella Accademia, dove gli si offre l'occasione di farsi udire a recitare i propri versi in una grande sala, pure queste Accademie sono grandemente decadute ed hanno perso la loro autorità. Una nuova generazione tende, anche in Roma, ad una forma e ad un significato più personale.

Cresciuta fra i moti dei passati decennî, che scossero i Romani dal loro sonno letargico, essa incarna le speranze dell'oggi e tenta anche in Roma, in condizioni così sfavorevoli, un rinnovamento della poesia, rinnovamento che sarà solo possibile, quando l'ingegno poetico, invece di portare l'antica livrea dei sonettisti, si vestirà d'una forma nuova, priva di artificî e palpitante di vita.

La nota fondamentale di questa giovane scuola romana è sopratutto la nota lirica della poesia del sentimento. La Musa realistica e politica tace in Roma, sebbene gli ultimi avvenimenti tanto argomento le abbian fornito; e questo non è da deplorarsi, perchè impedisce i giudizî immaturi e le frasi banali e comuni. A Roma, non è possibile una voce originale e profonda come quella del fiorentino Giuseppe Giusti. Qua non prevale che la lirica filosofica, ch'è in gran parte un riflesso della poesia del Leopardi, e l'eco del dolore universale dell'Inghilterra e della Germania.

L'influenza del Leopardi sui giovani poeti d'oggidì—essi delirano ancora per lui—è grandissima, ma forse non troppo sana. La sua forma classica e pura, la sua bella lingua possono prendersi a modello di perfetto stile, ma la fantasia poco può attingere ad un poeta che compone liriche senza immagini e senza metafore, ma solo con pensieri; la mente non può troppo esaltarsi al disperato nichilismo di una nobile anima, corrosa dal dubbio e dallo sconforto. La poesia di questo elevato e solitario spirito è formata dal grido straziante non solo della sua patria, ma dell'umanità intera, la quale piange sul destino particolare e, possiamo dire, eccezionale di un solo uomo: il poeta. Il suo modo di considerar l'esistenza è la scuola peggiore che si possa offrire ad un essere che nell'esistenza debba lottare.

Nei poeti italiani formati alla scuola di Byron, di Shelley, di Lenau, manca, per la particolare indole dell'anima meridionale, un sentimento che faccia equilibrio e contrappeso a quell'ironia, a quell'humor che son loro particolari, sentimento che, in ultima analisi, solleva l'uomo del Nord al disopra del suo dolore. L'indole meridionale ha dei contorni straordinariamente netti, e non sa produrre quell'accordo fra i sentimenti e le tendenze estreme ed opposte, che l'anima nordica perfettamente raggiunge colla sua sentimentalità, usando questa parola nel suo senso migliore.

E' anche un fatto che desta meraviglia, vedere nella poesia romana dei nostri giorni introdursi un elemento tedesco.