Mentre i Napoletani si dedicano con grande amore allo studio della filosofia tedesca di Kant, di Hegel, di Schelling, lo studio della poesia tedesca si è largamente diffuso nell'Italia del nord e centrale, ed ha preso un vero impulso. Le belle traduzioni del Maffei hanno introdotto Schiller, non solo sulle scene, ma nelle famiglie, ed i migliori lirici moderni, Heine, Lenau, Uhland, non sono ignoti in Roma. Molti degli attuali poeti romani parlano o capiscono il tedesco e leggono nell'originale i nostri poeti. Ciò che di essi specialmente li attrae, è il loro carattere grave, così diverso dalla poesia dei sonetti d'occasioni e dei concettini e degli artificii; è la musicale vivacità del sentimento, il caldo palpito lirico, la pittura felice dei varî momenti, la ricchezza degli stati psicologici descritti nelle loro sfumature più intime, e, finalmente, il culto panteistico della natura. Quest'ultimo esercita sugli Italiani uno speciale fascino: essi lo sentono in modo diverso e speciale. La forma della poesia italiana, bella, chiara, netta e plastica come la lingua stessa, subordina a sè il contenuto, mentre da noi il sentimento trabocca oltre le linee della forma. L'armonia è l'essenza di quella; la melodia di questa nostra poesia, che è la più ricca del mondo in canzoni. «Il desiderio, mi diceva un poeta romano, ecco ciò che caratterizza i Tedeschi nella loro poesia; questo sentimento rinnoverebbe la nostra poesia, se potesse esservi trasfuso».

Don Giovanni Torlonia indirizza, in una delle sue poesie, questi versi alla signora romana Teresa Gnoli:

E delle idee germaniche
Seguendo il volo libero, sublime,
Prendi soggetto alle tue nuove rime.

Don Giovanni è uno dei pochi aristocratici romani che coltivano le scienze per naturale bisogno. Ve ne sono però alcuni in Roma veramente côlti e pieni di attività, come Don Michelangelo Caetani duca di Sermoneta, della stirpe famosa di Bonifacio VIII, e come Don Baldassarre Buoncompagni, così versato nelle scienze matematiche. Sapendo quanto la società romana sia poco favorevole ambiente per questi studî, nella lode verso questi uomini si deve aggiungere la riconoscenza della loro patria. Torlonia, uomo di molta coltura, si adopera con zelo a riportare in onore, in Roma, le belle lettere, da lungo tempo neglette. Ci vuole in Roma, e specialmente nell'aristocrazia, del coraggio per portare il titolo di poeta. Son passati i tempi di Vittoria Colonna e di Leone X, e le società arcadiche hanno fatto quel che era in loro potere per togliere alla poesia ed ai poeti la stima della società. «E' un poeta», dicono anche oggi i Romani, per designare un uomo che non esercita nè l'avvocatura, nè un'altra professione, e che passa i suoi giorni vagabondando e pigliando mosche per offrirle poi in vendita.

Don Giovanni è insieme mecenate e poeta, ed esser mecenate nella Roma d'oggi è grandemente più utile che esser poeta. La giovane scuola dei poeti romani, confortata ed aiutata da lui, gli si raggruppa intorno come libera accademia per reciproco incoraggiamento ed emulazione.—Nomino solo gli ingegni più originali, personali e indipendenti: Fabio Nannarelli, Ignazio Ciampi, Paolo Emilio Castagnola, Giambattista Maccari, e la poetessa Gnoli. Questa scuola ha fondato un organo proprio, sotto gli auspici di Torlonia, che promette di aver una parte non indifferente nella letteratura di Roma. Si chiama «La Strenna Romana». Si chiama Strenna in Italia quel che noi chiamiamo Musenalmanach. Questa Strenna uscì la prima volta, a cura del Torlonia e del Castagnola, il primo dell'anno del 1858. Conteneva poesie e prose varie; fra l'altro riproduceva un frammento della Cronaca di Viterbo di Nicola della Tuccia, fatta stampare dal Ciampi. Questa miscela di poesie liriche e di scritti storici non è da lodarsi, ed io esprimo ai miei amici di Roma il desiderio di veder presto la parte poetica separata e pubblicata in volume a sè. Questa promiscuità si spiega, del resto, con la mancanza di giornali e riflette l'indole delle antiche accademie romane, dove i discorsi scientifici si alternavano con le conversazioni letterarie.

Sintomo caratteristico delle condizioni letterarie di Roma è il fatto che la Strenna Romana non viene pubblicata a Roma, ma a Firenze, presso il Le Monnier;—a questa famosa casa editrice fiorentina ricorrono tutti i poeti romani.

Comincio dalle poesie di Don Giovanni Torlonia (Poesie, Firenze, 1856), un libercolo di 66 pagine, il più piccolo fra tutti quelli di cui parleremo. Lingua bella e pura, sentimento lirico e musicale, tendenza alla natura idillica: queste sono le sue caratteristiche. La Musa del Torlonia s'ispira alla lirica tedesca; una gran parte delle sue canzoni sono o variazioni di testi tedeschi, o imitazioni di poesie tedesche. Egli avrebbe tradotto felicemente Heine e Lenau, se l'audacia della metafora tedesca potesse esser resa dalla austera e rigida lingua italiana. Ciò è assai difficile, e mi ricordo di un tentativo fatto da un poeta italiano e da me per tradurre in italiano delle canzoni di Lenau. Quello che era naturale e semplice nel libero stile tedesco, diveniva gonfio e artificioso, quando lo si portava in questa lingua. Lenau, per esempio, dice: la primavera lancia le lodole, i suoi razzi di canto, nell'aria, e questo bell'ardimento non urta per nulla la nostra immaginazione di tedeschi: ma come frenerebbe il riso un uditorio d'Italiani che udisse recitare nella sua lingua questa frase poetica?[9]

Torlonia ha tradotto, tra l'altro, Espero, del Vergangenheit di Lenau.

—Oh quanto melanconico
E' d'Espero il fulgor,
Quando scintilla languido
Tra il giorno che si muor!
—Le nuvolette, simili
A impalliditi fior,
Sembra che un serto intreccino
Al giorno che si muor.
—Del cuore umano i gemiti
Ma le sue gioie ancor,
Al muto avello scendono
Col giorno che si muor.

I versi del Torlonia sono felici, ma non rendono pienamente il pensiero, benchè questi versi di Lenau fossero tra i più atti a lasciarsi tradurre in italiano. Ma questa traduzione può servire di esempio della grazia e facilità, con cui Don Giovanni maneggia il verso. Egli ha fatto anche una buona imitazione della Pittrice di fiori di Lenau, della canzone Io amo un fiore di Heine; e del Fiorellino miracoloso di Goëthe. Sembra che i suoi studi di botanica fatti nell'Agro Romano gli abbiano dato una predilezione per la poesia dei fiori, e di lui troviamo anche nella Strenna parecchie buone canzoni sui fiori dell'Agro Romano. Questo genere di poesia ha per gl'Italiani un carattere popolare, per i molti ritornelli di fiori che essi posseggono, i quali sono cantati specialmente dal popolo. Torlonia ha anche una buona imitazione del Poeta e la Natura di Geibel, ed una bella poesia: Racconto, per il quale ha preso il soggetto da una ballata inglese.