In questa poesia romana noi troviamo anche i fiori del nostro romanticismo tedesco. Sembra che la tramontana abbia trasportato il loro seme dai verdi colli della Svevia alle oscure rovine del Campidoglio e del palazzo dei Cesari. Questi rapporti di Roma colla lirica tedesca, meno importanti di quelli coll'Impero tedesco, sono abbastanza interessanti. Come Torlonia già disse, dei germogli della letteratura poetica tedesca possono essere atti a rianimare tutta la lirica italiana. E' vero che un albero d'oleandro darà solo fiori d'oleandro, e un tiglio, fiori di tiglio, ed inutilmente si tenterebbe di innestar l'uno sull'altro; è anche vero che il genio italiano è fondamentalmente diverso da quello tedesco, e tale deve quindi essere la sua lirica, che rispecchia l'anima del popolo; ma Don Giovanni intende soltanto che la Germania potrebbe rendere all'Italia un servizio di cultura letteraria, considerando specialmente il ravvicinamento che si va operando, più o meno profondo, fra i due popoli.

Fabio Nannarelli (Poesie, Le Monnier, 1853 e 1856) è un poeta di ingegno non comune, cui arride certo un bell'avvenire; ha uno spirito nobile, appassionato del vero, che egli cerca nella poesia e nella vita, senza traccia di leggerezza e di frivolezza, come del resto tutta la giovane scuola poetica romana. Nannarelli conosce la letteratura tedesca, è un ammiratore di Schiller e di Lenau, sui quali ha scritto una monografia; ha in sè profondi elementi tedeschi, e la sua Musa ha un carattere strettamente germanico. La sua nota fondamentale è melanconica, grave e appassionata. V'è nella sua poesia un alito di morte, che sembra esser venuto a lui dalla Piramide di Caio Cestio, alla cui ombra dormon le ombre di Jung e di Schelley, grandi genî poetici riflessivi, così insoliti nella terra di Roma. L'insufficienza di una esistenza male ordinata, che i Romani sentono ogni giorno di più, più di un inglese o di un tedesco, spinge Nannarelli a cercare la solitudine e a sentire il culto del dolore, che in lui non è del tutto scevro di sentimentalismo. Sentendo l'abisso che separa l'aspirazione dalla realtà, egli si rivolge alla natura, come un tedesco, alla natura consolatrice e risanatrice, per la quale egli si sforza di giungere ad una contemplazione filosofica della universale armonia. Il motto di Tiedge:

Cerca la Speranza, la Fede e la Pace,
e cadi piangendo fra le braccia della Natura,

che egli ha messo ad epigrafe di una sua poesia, come altre volte dei brani di Schiller e dell'Amleto di Shakespeare,—indica esattamente l'indirizzo del suo pensiero poetico, il quale va errando in un mondo incorporeo di sogni, che toglie al dolore la sua umanità e lo relega nel regno nebuloso delle ombre. Questo è chiaramente espresso nella poesia: Una voce ed il Poeta. La voce esclama:—A che pensi così profondamente, o poeta? Coronati, orsù, la fronte col serto dell'amore!—Il Poeta:—L'amore more era un sogno, esso è appassito come le rose. La voce:—Rivolgiti allora verso la Natura!—Poeta:—Non ne viene che suono di sospiri.—La voce:—Rivolgiti alla Scienza, o Poeta:—L'anima trema dinanzi alla luce della verità, e non può afferrarla.—Voce:—Che ti resta allora?—Poeta:—La gioia delle lacrime e la pace nel mistero della tomba.—A questo conduce la Scepsi; la natura, nelle cui braccia il poeta cerca un conforto, diviene per lui un fantasma sospiroso, che gli fa desiderare vagamente la morte. La sentimentalità di un Jacopo Ortis è fino ad un certo punto perdonabile, perchè essa consciamente riposa sul dolore per una infelicità nazionale, ed esprime un forte sentimento patriottico; ma l'annientamento di se stesso e la negazione di ogni sano operare, non sono tollerabili, se ondeggiano vaghi come semplice materia di lirica.

Il culto romantico del dolore sembra serpeggiare come una malattia attraverso le letterature; pure, non frequentemente lo ritroviamo fra i Romani. E se ne guardino essi; altrimenti ci potrebbe ancora avvenire di vedere lo spirito di Werther che erra pel Colosseo, al lume di luna, con la guida del Förster sotto il braccio. Tra il Dolore e il Mistero della tomba sta sempre, anche per un romano dei dì nostri, il sapere e il lavoro. Travailler sans raisonner—dice il filosofo Martino al gran filosofo Pangloss, c'est le seul moyen de rendre la vie supportable; e se i Romani si lasciano sedurre da un sentimentalismo che non riguarda la loro nazionalità, possiamo ricordar loro giustamente: Cela est bien dit, Romains, mais il faut cultiver votre jardin.

Il poeta, frattanto, per la forza della sua natura, si solleva felicemente, al disopra di questi periodi di esaurimento nervoso, nel lucente regno del Bello, ed intona il suo dolore terreno alle eterne leggi dell'Universo. La sua poesia più bella, che Terenzio Mamiani non avrebbe sdegnato di sottoscrivere, è Vignanello.

Egli si trova nelle incantevoli campagne di Viterbo, presso il monte Cimino e, nella contemplazione della grande fiorente natura, trae dalla sua lira note pure e sonore. La prima parte di questa lunga poesia, Venere e Sirio, è una felice variazione sui temi filosofici e naturali: mentre egli, ammirando, contempla quelle due vividissime stelle, imagina che la prima gli dica: Ama! e la seconda: Pensa! Così esprime le due forze che riempiono e reggono il mondo morale, e per mezzo delle quali l'intelletto e la materia armonicamente si estrinsecano.

Buona e benefica è questa malinconia panteistica, che sgorga da un sentimento di pace rassegnata, e da un'anima che si è confusa e versata nella grande divinità della natura, dove più aperto rivelasi l'eterno amor.

Ogni volta che il poeta abbandona il vago e l'incerto per cantare la realtà, egli è felice. Felice è l'elegia A un bambino, composta contemplando un bambino che giuoca; e assai bello e profondamente umano è il sospiro: il sentiero della vita è dapprima sparso di rose, poi di rose e di spine; infine, di sole spine! Un'altra poesia non meno felice è: La viola dell'addio, il lamento d'una fanciulla sulla violetta che le donò l'innamorato prima di partir per la guerra. La sua purezza e il suo carattere intimo ricordano Chamisso.

Nannarelli tentò anche un poema, in versi sciolti, che risale alla sua giovinezza: Guglielmo. Egli vi narra la storia d'un amore infelice, che egli afferma aver tolta fedelmente dal vero. Guglielmo, costretto per ragioni politiche a cercare un asilo nel laboratorio d'uno scultore in bronzo, s'innamora della figlia dell'artista; ne fa in bronzo una bella imagine; lo troviamo, anzi, intento a questo lavoro ch'è riuscito assai bene. L'autore non mantiene poi la promessa fatta in questo buon principio, poichè l'azione non si svolge convenientemente, nè giunge ad una logica conclusione. Che un giovine ami, senza esser corrisposto, una ragazza, può essere una infelicità per lui, ma non è ancora una tragedia. Se egli si toglie la vita, noi possiamo solo compatire la sua debolezza, finchè questa catastrofe non è fondata su un intreccio tragico, netto e ben costruito. Ma se egli, acceso di furore, si pugnala nella sala dove la sua amata sta per andare a nozze, e dinanzi agli astanti, e dinanzi a lei stessa atterrita, dovremo confessare che egli non amava veramente la fanciulla, nè era degno di essere amato da lei. Di questi esempi di passione violenta ma selvaggia se ne danno nella vita, ma rimangono fuori del dominio della poesia. Sebbene non manchi di qualche pregio, questo tentativo ci mostra che il nostro autore non ha doti di tragedia o di poeta epico; ha invece, e ad un alto grado, quelle del lirico: slancio fantastico, immaginazione, calore di sentimento, forza riflessiva ed un'anima nutrita di studio e di meditazione, che non si appaga di frasi sonanti. Questo bell'ingegno potrà essere un vero ornamento di Roma, se saprà guardarsi dai traviamenti, e volgersi risolutamente alla vera fonte della poesia, lungi dalle nebbie dell'astrazione incorporea, al sentimento ed alla vita.