Un poeta più sereno, di tinta romantica, è Ignazio Ciampi. Gli riesce felicemente la canzone melodica e facile, come la sua Fata Morgana. Ciampi ha una fantasia fervida, una lingua gradevole, imagini leggiadre e piacevoli. Un'edizione accresciuta delle sue poesie conterrà prossimamente molte buone cose; quella che ho sotto gli occhi non contiene che una piccola parte della sua produzione lirica, fra cui—notevole particolare—delle imitazioni dal russo. La lingua russa, assolutamente barbara per un romano, non è conosciuta affatto in Roma, e Ciampi si è fatto tradurre in prosa italiana da un amico le canzoni di Puschkin, per mostrare ai suoi compatriotti come anche sotto una pelle d'orso può battere un cuore poetico. Anche questo fatto—che sarebbe sembrato inaudito in Roma fino a pochi anni fa—è un indizio del diffondersi di tutte le letterature europee. Roma è, durante l'inverno, un albergo di tutte le nazioni; i forestieri vi portano tutte le lingue e v'introducono tutte le letterature; nessuna meraviglia, dunque, se a Roma si comincia a notare l'influenza di ciò che non è nazionale. Ciò potrà allargarne l'orizzonte; però non tutte le nazioni possono avere un'influenza utile e benefica e non ve n'è nessuna che sia più della russa estranea all'indole italiana. I tentativi di Ciampi son dunque da considerarsi soltanto come una curiosità letteraria; ed egli sarebbe più benemerito della sua patria, se presentasse, in veste italiana, i poeti stranieri che hanno più stretta relazione con l'Italia, o che hanno un valore classico assoluto. Egli, del resto, maneggia assai bene l'ottava, e potrebbe perciò felicemente tradurre il Childe Harold.

Ciampi ha più volte mostrato la sua abilità nelle romanze in stanze. Scrisse due novelle in versi: Serena e Stella, la prima in tre, la seconda in cinque canti. Quella è una leggenda toscana, questa una saga normanna; ambedue son di genere assolutamente romantico, con storie d'amore, avventure e scene fantastiche. Lo stile è facile e scorrevole: le descrizioni, specialmente in Stella, sono calde e vivaci. Ma il nostro tempo ha perduto il gusto per questo genere fantastico e cavalleresco; ora si vuole la realtà e la profonda psicologia dei caratteri. Gl'Italiani, del resto, han poca attitudine per le romanze e le ballate, e non ammirano troppo nemmeno il veneziano Carrer. Ciampi ha preso un genere incerto e che partecipa di due nature, mentre avrebbe dovuto volgersi deliberatamente alla novellistica in prosa, descrivendo, per esempio, la vita romana; così avrebbe sfruttato un genere del tutto trascurato in Italia.

Teresa Gnoli, romana, le cui poesie adornano l'Almanacco Poetico, possiede un vero talento poetico, un profondo e pensoso sentimento che si esprime in belle forme. La sua Musa è patriottica e fra gli uomini porta, in nome delle donne della sua terra, il suo contributo alla civiltà nazionale. La letteratura femminile è copiosa e assai importante in Inghilterra, in Germania, in Francia, in America, ma in Italia è ancora limitatissima. Lo spirito mascolino sembra, in Europa, disposto a lasciare il campo alla donna, per quel che riguarda la produzione poetica, e di dividerlo con essa nel romanzo; per ora nulla di tutto questo si nota in Italia. Per quanto strano ciò possa sembrare, è pur vero che in nessun altro paese le donne sono, come qui, amanti della quiete familiare e nemiche della fama e della pubblicità. Il loro sistema d'educazione è ancora in gran parte quello del chiostro, ed esse hanno idee limitatissime sulla società e sullo Stato.

Nel medio evo romantico e violento vi furono figure femminili che i poeti d'Italia chiamavano loro muse ed ispiratrici, per il culto poetico della donna, che già vediamo in Dante e Petrarca; essi immaginavano che la loro donna fosse il sole mistico che accendeva la fiamma del loro ingegno. Più tardi le donne stesse cominciarono a far versi, e proprio in Roma sorse la poetessa più celebre, e, forse, lo ingegno poetico romano più vivace di ogni tempo. Recentemente avemmo in Roma donne improvvisatrici, ma l'arte non avea nulla che fare con esse.

Non sarebbe possibile paragonare le poesie della nuova poetessa romana con i canti di Vittoria Colonna, tanto più perchè la giovane signora Gnoli non ha voluto seguire nessun modello, ma aprirsi una via personale e quella percorrere senza esitazioni. Ed è riuscita. Spesso ella si rivolge al passato, ed una delle sue poesie migliori è appunto: l'Incontro di Beatrice e di Laura in Paradiso, dove felicemente evoca le due ombre, che amorevolmente si intrattengono, anime sorelle, e si dileguano poi come due stelle

Nova tracciando via
Di luce e d'armonia.

Bella ed efficace è pure una poesia sulle catacombe di Roma, su questo strano dominio delle ombre e del passato, figlio della Storia e della Morte. Le descrizioni dell'Inferno di Dante non fanno più spaventosa impressione di questi lunghi corridoi oscuri sparsi di ossa, di nicchie vuote, di sarcofaghi, di rozze imagini bizantine e d'iscrizioni oscure e sinistre; anche qui Dante avrebbe avuto bisogno di una guida come Virgilio. Ora, il Virgilio di questo mondo sotterraneo è il De Rossi, l'epigrafista dottissimo; e, rileggendo i versi della Gnoli, io ricordo con piacere l'escursione che nelle catacombe feci con la poetessa, l'improvvisatrice napoletana Giannina Milli ed il De Rossi che ci guidava. Hierusalem civitas et ornamentum martyrum Domini è il motto della poesia, tolto da un'iscrizione del III secolo.

La Gnoli fa seguire immediatamente alla Notte delle catacombe, l'Inno di Omero al Sole, e ci libera dal brivido delle catacombe con la contemplazione della Fonte di ogni luce e di ogni intelletto. In questi canti parla una spirito religioso; e sembra davvero che la Gnoli eccella specialmente nella grande lirica contemplativa. Ella tentò, con minor fortuna, il dramma lirico con Torquato Tasso a Sorrento. Ma questo genere melodrammatico non era più tollerato; il Pastor Fido e l'Aminta non ci fanno anch'essi più veruna impressione. Il melodramma può ancora avere un valore ed un contenuto artistico, quando è trattato con abilità drammatica misurata e delicatezza lirica altissima, come l'Eco e Narciso di Calderon; ma se eccettuiamo il coro d'introduzione del Tasso in Sorrento, che è assai buono, il resto si riduce ad un giuoco puerile, e la figura del grande poeta, che si è travestito da pastore e vive in mezzo ai pastori, i quali non lo capiscono nè lo rispettano, ci sembra non essere più che una marionetta, e tutto il componimento fornisce una nuova prova del sentimento incompleto e vano di quest'arte di maniera.

Paolo Emilio Castagnola e Giambattista Maccari son due poeti ch'han Muse sorelle. Troviamo anche in essi l'inevitabile querela delle miserie presenti; la sconsolata tristezza del Leopardi, per la quale tutto fuorchè il duolo è vano, ha sfiorato anch'essi, ma appena, come un sentore di muschio che si è insinuato nelle vesti di due uomini sani passati per la casa di un morto. Fondamentalmente, essi hanno due fresche e vive nature, e, invece del loro dolore, canterebbero volentieri la grande sventura della loro patria, se non temessero l'esilio. Ambedue hanno un senso giusto ed esatto della realtà e della storia.

Castagnola ha cantato in una romanza, Emellina, la tragica fine di Corradino, il tradimento di Astura e la sua morte. Emellina è il nome di una fanciulla, figlia di Frangipane, la quale, vissuta in un castello solitario fra il cielo, il mare e le selve, s'innamora di Corradino, al primo apparir di costui, e invano tenta di salvarlo. Il soggetto è buono, ma non sempre son buoni i versi. L'ottava non è trattata abbastanza nobilmente, e oscilla fra lo stile elevato e il tono popolare della cronaca; i caratteri sono indefiniti e romantici. Pregevole però, per bellezza lirica, è il canto d'addio di Emellina che flebilmente lamenta la sua sorte dall'alto della sinistra torre.