Se, di tanto in tanto, Castagnola tenta il canto politico, Giambattista Maccari esprime più spesso e più chiaramente il suo pensiero. La Musa politica trova in Roma, più d'una volta all'anno, occasione di farsi udire: cioè, quando si festeggia il favoloso Natale di Roma, per l'anniversario della morte del Tasso, e per la distribuzione dei premi nelle Accademie delle arti rappresentative. Non v'è poeta in Roma, che in tali circostanze non mandi arditamente un saluto alla patria, e una volta, a proposito d'una poesia di questo genere sulla fondazione di Roma, si proibì la vendita dei versi del Torlonia, ne' quali la politica non entrava affatto. Anche Maccari, dunque, ha scritto versi per queste occasioni. Le sue stanze Nel Natale di Roma sono piene di forza. Egli si rivolge ai Romani: O cittadini, che avete lasciato dietro di voi gloriose e sublimi ruine, ascoltate ora il mio lamento, sgorgato da sincero dolore, al vedervi indossare solo vesti pompose con altero cipiglio, mentre bandite da voi il sapere che disprezzate come cosa vana.

E alle donne romane dice: O donne che solo vi date a coloro che son ricchi di terre e di vasellami preziosi, e pensate solo a preparare vani tesori ai vostri figli: badate bene! L'ignoranza li avvolge e li sòffoca: quale sarà il loro avvenire?

Energici anche e commoventi sono i sonetti del Maccari, composti in occasione della distribuzione dei premi agli artisti. «Italia, i tuoi orgogliosi monumenti non son più che mute e inutili pietre: riànimati di nuovo spirito, e non prestare ascolto allo stolto che ti consola col ricordo del tuo grande passato»!

Che vi giova, degeneri nipoti,
L'andar superbi della gloria avita,
Se fatti siete a tutto il mondo ignoti!

Voci solitarie e virilmente nobili in mezzo alle rovine di Roma! Ne ringrazino di cuore il poeta gli Epigoni romani!

Maccari si volge al presente, e dalle rovine e dai palazzi passa alle capanne del povero. Già in Castagnola troviamo stornelli popolari, ma in Maccari essi sono più numerosi. Egli scrisse delle ballate che ci descrivono la vita nella campagna romana, come la Venditrice di fragole, che discende dai monti alla città, con la sua cesta elegante e colma di frutti. Il ritornello di questa ballata è il seguente:

È venuta in città la montanina,
Chi vuol comprar la fragoletta alpina?

Altri soggetti della poesia del Maccari sono la «Pastorella», la «Boscaiuola», che porta sul capo, fino alla città, il peso delle legna raccolte sui monti, il «Mietitore», e la «Cicoriara»; questi ultimi due sono soggetto d'idillii, dei quali il secondo è specialmente bello ed aggraziato. Queste cicoriare, raccolta la loro insalata nei campi, vengono a venderla a Roma, vestite di un abito campestre caratteristico, al Pantheon o a Piazza Navona. In queste descrizioni Maccari mostra un temperamento poetico felicissimo, e si sente che la sua Musa ha respirato le aure fresche dei campi! E proprio nella realtà e nella natura deve ricercare la sua rigenerazione la poesia italiana: questo dovrebbero intendere i poeti di Roma. Sotto questo aspetto debbo salutare con gioia una piccola raccolta di canti popolari che la Strenna Romana pubblica col titolo: Saggio di canti popolari di Roma, Sabina, Marittima e Campagna. Gli editori debbono molto all'opera del signor Visconti che nel 1830, per la prima volta, diede mano ad una raccolta di questo genere (Saggio di canti popolari della provincia di Marittima e Campagna). La raccolta attuale è piccola, ma preziosa. Essa comprende ritornelli di fiori della Campagna romana, quartine sabine, e finalmente delle stanze di dieci versi della Marittima e della Campagna latina.

I ritornelli sono bei fiori di campo, freschi e odorosi, cresciuti in piano o in monte. Non c'è forse fiore che il popolo qui non abbia messo a simbolo di qualche cosa. L'uomo dei campi applica volentieri ad un fiore una sentenza o un pensiero, racchiusi in un ritornello, sia per una rosa, o per un narciso, o una margherita, o per una viola. Ogni fiore gl'ispira una piccola poesia, espressa in tre versi pieni di sogno. Questo linguaggio dei fiori si perpetua per tradizione da una generazione ad un'altra, modificandosi e arricchendosi di tempo in tempo. Tutta l'Italia ha questo gusto gentile; i ritornelli errano per i campi con i lavoranti e talora si cantano gli stessi nella Maremma, in Corsica, nella Campagna di Roma. Ma la vera patria di questi ritornelli sembra esser la Toscana, il giardino d'Italia, la regione più felice forse e più geniale di tutto il paese. Questi ritornelli sono costruiti assai semplicemente. Il primo verso, brevissimo di solito, contiene il nome di un fiore; gli altri due, endecasillabi, esprimono il pensiero, in modo che l'ultimo verso rimi col nome del fiore, e quello di mezzo finisca di solito, con un'assonanza:

Io benedico della rosa il fiore;
Quest'è la sorte delle cose care;
S'acquista in pianto e si lascia 'n dolore.