AVIGNONE.
(1860).


AVIGNONE.
(1860).

Esiste un prestigio incancellabile in questo nome di Provenza, e questa contrada, irradiata dal più bel sole, rinomata per il suo bel canto, ricca di vigneti e di olivi, irrigata da un grande fiume, animata da mille ricordi dei tempi antichi, esercita tuttora un vero fascino sopra gli abitanti dei paesi settentrionali. Il riflesso romantico delle canzoni dei trovatori sta su di essa come la gloria di un tramonto sanguigno; imperocchè quell'epoca della poesia del medio evo è tragicamente collegata allo sterminio degli Albigesi, di quegli eretici coraggiosi, di quegli eroi del pensiero, che insanguinarono la poesia provenzale, la libertà delle repubbliche cittadine della Francia meridionale, la civiltà sociale di quelle contrade. Fu quello uno dei punti culminanti della storia del medio evo; i contrasti di tale epoca, sempre forti e pronunciati, lo furono maggiormente ancora colà ed in quel periodo di tempo di libertà e dispotismo, di amore poetico, voluttà, ed inquisizione, di fiori, feste e roghi fumanti di Giraldo di Borneil e di Pietro di Castelnau; di Bertran del Bornio e di S. Domenico. Si aggiunga l'attrattiva di una lingua melodiosa, nobile, la quale a poco a poco venne scomparendo del tutto, della lingua più antica fra le lingue romane, nella quale si scrisse e si poetò prima che l'italiano s'innalzasse a lingua letteraria; della lingua d'Oc o di Occitania, dalla quale ebbero origine quasi per contatto geografico le tre lingue principali di razza latina, l'italiana, la spagnuola e la francese.

Non havvi per avventura in tutta la Francia una provincia, nella quale si vada con eguale commozione. Se non che il treno corre troppo rapido, e quella contrada curiosa, le sue roccie rossicce, i suoi castelli diroccati, le sue città cupe e malinconiche, le sponde ridenti de' suoi fiumi, i suoi aranceti, i suoi vigneti passano non meno rapidamente davanti al viaggiatore che i ricordi storici evocati dall'aspetto di quelle regioni, Bosone di Arles, Raimondo di Tolosa, Simone ed Amaury di Monfort, i conti di Beana e di Oranges, Innocenzo III, Carlo d'Angiò, Ludovico VIII, S. Domenico, i trovatori, i santi, gli eroi, i sette Papi d'Avignone.

La Provenza, del resto, ha tutt'altro che l'aspetto di un paradiso; in molti punti la si potrebbe paragonare ai deserti dell'Arabia. Le contrade sono sassose, arse dal sole, spesso di aspetto selvaggio, bizzarro, malinconico, cupamente severo. Allorquando vidi quest'arida regione, compresi come avesse potuto esser teatro di guerre fanatiche e religiose; come su questa terra bruciata dal sole dovesse crescere una razza di uomini appassionata, come quivi, del pari che nelle Calabrie, dovessero regnare le passioni più svariate, ascetismo, entusiasmo, arditezza di concetti filosofici, amore di libertà.

Vive ancora qui la maledizione delle terribili crociate contro gli Albigesi, gli Ugonotti, delle guerre delle Cevenne, delle conversioni tentate da Ludovico XIV per mezzo dei suoi dragoni. Quasi si direbbe che le città deserte, i castelli che sorgono in rovina in cima alle rupi, sembrino parlare tuttora di quei tempi, come dei saturnali sanguinosi dell'ultima rivoluzione; e non fanno per certo lamentare la caduta della tirannia feudale. Se non che, non sono soltanto i castelli rovinati, che portano questa impronta severa e malinconica; la posseggono pure i villaggi, le città fabbricate con una roccia di colore giallo-rossiccio, che si direbbe infuocata, al mirarla fra le fronde magre dei gelsi e degli olivi. Neppure nei monti più selvaggi dello Stato Pontificio, nei monti Volsci, nella Sabina, neppure nella Corsica, ho veduto villaggi egualmente malinconici. Sono per lo più fabbricati alla rinfusa, senza ordine; le case costrutte di piccoli e rozzi sassi, coi tetti acuminati, sono piccole, a forma quasi di capanne; qua e là si scorge una finestra senza impannata, chiusa unicamente da imposte di legno; qualche volta l'intera parete ha soltanto una finestra e una piccola porta. Le strade sono piccole, strette, oscure, tortuose; meritano a mala pena quel nome, perchè, o disseminate qua e là senza ordine di sorta, od ammonticchiate le une sopra le altre, non si prestano alla formazione di strade regolari, e sembra piuttosto di trovarsi nei giri tortuosi del letto di un torrente, che in vie aperte alla comunicazione scambievole degli uomini.