Generalmente, sorge sopra ogni villaggio un castello rovinato, quasi marchio in fronte al sanguinoso medio evo. Pochi sono gli indizi, le traccie di arti belle; le chiese stesse sono più che modeste, e di architettura tutta primitiva. La vita che si vive in quei paesi pare estranea alla civiltà, porta in generale l'impronta della selvatichezza e della miseria. Difatti, per qual motivo i contadini abbastanza agiati di oggidì, i quali non hanno a temere più nè gli arbitrî nè i soprusi dei baroni, nè le scorrerie dei soldati di ventura, nè le sorprese dei satelliti dell'inquisizione, continuerebbero a rintanarsi in quelle meschine catapecchie, tristi avanzi del medio evo? L'abitudine è certamente, se non sempre dolce, pure abbastanza tenace, e gli abitanti del mezzogiorno sono più ostinati degli altri nei loro usi, nei loro costumi, particolarmente nelle regioni aride e montuose, di per sè ribelli al progresso agrario, e l'inerzia ed il sudiciume sono purtroppo qualità caratteristiche delle contrade.
Parlo dei piccoli villaggi della Provenza, non delle grandi città avvezze alla civiltà, alla vita sociale, le quali però sono esse pure di aspetto malinconico, decaduto e sudicie esse pure. Così è Donzères, così Mondragone col suo nero castello, così la Palud Mornas con le sue memorie sanguinose, Piolenc (nomi strani, bizzarri, sonori) così pure Orange, che richiama tutto ad un tratto al ricordo della storia della Borgogna, dei Paesi Bassi, dell'Inghilterra ed anche della Prussia; sede una volta dei principi, da cui derivò la casa di Orange, ma pur sempre città piccola, d'aspetto cupo, notevole per alcune antichità romane e medioevali.
Nelle campagne regna un profondo silenzio; si vedono appena qua e là alcuni contadini intenti a lavorare la terra, e, nonostante la vicinanza di due grandi città commerciali, quali sono Lione e Marsiglia, non vi si scorge quasi indizio di attività industriale e commerciale. Anche le stazioni della strada ferrata sono in generale vuote di passeggieri; ad ogni stazione però stanno aspettando preti col loro breviario, monache coi loro rosari e con le loro grandi croci. In una parola, questa contrada non è contrada francese; queste popolazioni dalla faccia abbronzata dal sole, dai capelli neri, non sono francesi; sono preti romani, o popolo misto di liguri, celti, borgognoni, visigoti, romani ed anche di greci massilioti, i quali tutti popolarono queste regioni con le loro colonie.
Le sponde qua e là altissime del Rodano, con le loro tinte calde, l'aspetto affascinante di esse in molte parti, come all'incantevole Roche de Glun, eccitano la fantasia, e quanto più uno si inoltra nel sud, tanto più il paese gli appare bello e originale.
Presso Mornas vidi i primi olivi, ma sembravano ancora delle piante esotiche. Di limoni e di aranci non ne vidi, ad onta della prossimità della città di Orange. Presso Sorga si varca il celebre torrente di questo nome, il quale scende dai monti romantici di Valchiusa, dove Petrarca cantò la bella Laura. Sorge in vicinanza Avignone, sul possente Rodano, e di là signoreggia tutta la contrada il palazzo dei Papi, uno dei più cospicui monumenti che ci siano rimasti del medio evo, gigantesco, di aspetto cupo; esso richiama alla memoria in certo modo quelli d'Egitto.
Avignone non è nè grande nè bella città, però varia di aspetto ed originale. Ai tempi dei Papi contava ottantamila abitanti; oggidì sono ridotti a trentasettemila quelli del decaduto capoluogo del dipartimento di Valchiusa. Al pari di tante città d'Italia, dalle quali si ritirò la vita storica, non è più che un monumento senz'anima. L'aria vi è, per così dire, impregnata di leggende, di storia, ma non già, come quasi ovunque in Italia, di belle e poetiche tradizioni; qui tutto è severo. Vi abbondano il fanatismo, la prepotenza baronale, l'assolutismo clericale; mancano la vita civile, il soffio della democrazia, i contrasti armonici della vita attiva e del genio della civiltà. L'ombra del suo medioevale castello ciclopico si stende su tutta la città, e si direbbe la opprima, le impedisca di risorgere; guardando da quello Avignone, si pensa involontariamente ad un legittimista caduto in bassa fortuna, sul logoro abito di velluto del quale, si scorgano tuttora vestigia di ricami in oro.
Allorquando camminavo sul selciato, veramente cattivo, di queste strade oscure e contorte, mi pareva di trovarmi ancora in Anagni, dove pure più d'una volta tennero corte i Papi e dove sussistono tuttora le rovine del palazzo di Bonifacio VIII. Quella città è decaduta, deserta, polverosa, incresciosa, quanto lo è appunto Avignone. Fu in Anagni che Bonifacio VIII fu sorpreso e trattato nel modo più indegno da Guglielmo di Nogaret, inviato dal re di Francia Filippo il Bello. Pochi anni dopo lo stesso re Filippo portava il papato esautorato e ridotto a' suoi voleri, nella cattività francese, o, come fu detta, di Babilonia, fissandone la sede quivi in Avignone. E queste reminiscenze storiche, queste relazioni fra le due città, mi facevano pensare sempre più ad Anagni, della quale serbavo profondo ricordo.
Le mura stupende della città, opera dei Papi, con le loro torri quadrate, con i loro merli, con le loro porte; l'alta ed ampia rupe (Rocher des Doms) con la cattedrale e coll'immenso palazzo; la città di aspetto grigio, dalla quale sorgono alcune antiche torri, il Rodano che lambe le mura; gli avanzi pittoreschi del ponte di S. Benezet; il ponte sospeso che porta nell'isola sul Rodano; sull'altra sponda di questo, l'aspetto bizzarro di Villeneuve-les-Avignon con le sue torri, e col suo castello; tali sono i caratteri principali, che prima appaiono, di Avignone.
La posizione della città, senza essere straordinariamente bella, non manca però di un certo pregio; imperocchè il nobile fiume dà alla città stessa ed al suo territorio un carattere di grandezza e di maestà. L'orizzonte è vasto e bello, e mi sorprese, ad onta delle mie fresche reminiscenze d'Italia, quando dalla riva del Rodano salii la lunga ed ampia gradinata che porta sul Rocher des Doms. Si scorge una campagna di aspetto completamente meridionale, coltivata ad oliveti, e con piantagioni di gelsi, di robbia, di viti, attraversata dal Rodano, dalla Sorga, dalla Duranza, irrigata da numerosi canali, popolata da moltissimi villaggi. Un cielo limpido e sereno si stende su quella regione di colline. Sulla sponda destra del Rodano, arida e di tinta gialla come le roccie della Sicilia, si scorgono le rive di Villeneuve, il forte S. Andrea, Chateau-neuf-des Papes, i monti ricchi di oliveti di Valchiusa, più in là l'alto Bentoux, l'azzurro Luberon, le cime delle Alpi del Delfinato e della Provenza, e finalmente le montagne della Linguadoca. Tutti questi monti non hanno le belle forme dei monti italiani, campeggiano però in un'atmosfera e sotto un cielo meridionale, ed annunciano la vicinanza del bel paese. Allorquando i cardinali italiani e romani (che sempre ve ne furono alla corte dei Papi francesi) gettavano lo sguardo su questi campi di Provenza, potevano fino ad un certo punto trovarvi un ricordo delle bellezze d'Italia ed una reminiscenza del panorama grandioso di Roma. I cardinali poi, ed i Papi francesi che l'amore di patria legava a queste contrade, potevano rivolgere sovra esse con soddisfazione i loro sguardi e consigliare agl'Italiani di consolarsi col vino eccellente di Borgogna, e con le belle avignonesi, dagli occhioni neri, diletto, questo, che essi non disprezzarono mai.
La vegetazione sul Rocher des Domes è tutta quanta meridionale. Vi crescono e vi fioriscono, sulle terrazze, i leandri, l'alloro, gli alberi della vite, le ginestre ed i pini, e vi scorsi pure alcune piante di aloe, per quanto queste piante d'Italia fossero piccole, tisiche, come piante esotiche. Si capiva che il suolo non era quello ancora, in cui potessero prendere tutto il loro sviluppo. Nel pensare allo splendore della vegetazione d'Italia, mi pareva che i Papi avessero cercato di portare nella cattività di Babilonia la flora romana. Gli aranci ed i limoni non crescono in Avignone all'aperto, per quanto vi sia caldo il sole, e non vidi che meschini gli allori, i cipressi ed i pini, che crescono cotanto maestosi in Roma. Del resto, il suolo di Avignone è fertile, produce vino ed olio eccellenti, fichi, mandorle e robbia soprattutto, in grande quantità.