Ravenna non possiede nessun'altra chiesa che possa eguagliare la nobile opulenza e le felici proporzioni di Sant'Apollinare. Ha però ancora un certo numero di vecchie e notevoli basiliche, che mi limiterò ad indicare. Teodorico vi aveva fatto costruire parecchie chiese ariane, come quella dello Spirito Santo, ancora esistente, e di Santa Maria in Cosmedino: non mi ci fermerò, come non intendo fermarmi a parlare di altri monumenti più antichi, dell'epoca di Galla Placidia, come San Giovanni Evangelista, Sant'Agata e San Francesco. Solo la cattedrale della città meriterebbe uno studio profondo, perchè fu la sede dei patriarchi, un tempo così potente, ma ricostruita intieramente nel XVIII secolo. Questa cattedrale era la più antica delle chiese di Ravenna, di poco posteriore alle chiese romane di San Pietro e San Paolo e di San Giovanni in Laterano, risalendo all'arcivescovo Urso, da cui gli venne il nome di Basilica Ursiana. In origine era una basilica a cinque navate riposanti su cinquantasei colonne. Ne' suoi muri si trovavano rappresentate in gran numero scene della storia di Ravenna. Tutto ciò ora è scomparso, e qualunque sia l'interesse di alcune parti del nuovo fabbricato, niente di esso attrae in modo speciale la nostra attenzione.

Gli archivi del palazzo arcivescovile costituiscono oggi il suo tesoro più prezioso. La collezione delle pergamene, composta di quasi 25,000 documenti, quella dei papiri, che risale sino al secolo V, poteva essere considerata come una miniera inesauribile di documenti prima che parte di queste due collezioni fosse trasportata al Vaticano, parte distrutta e dispersa.

A poca distanza dal Duomo si trova ancora il vecchio battistero di San Giovanni in Fonte, esso pure attribuito all'arcivescovo Urso. Questa curiosa costruzione ottagonale si compone di due file di arcate romane sovrapposte, d'aspetto antichissimo, ed è sormontata da una cupola interamente ricoperta di mosaici, rappresentanti il battesimo di Cristo e i dodici apostoli.

Fuori della città si possono ammirare due vecchie basiliche: Santa Maria in Porto e Sant'Apollinare in Classe. Quest'ultima è, senza dubbio, la più bella chiesa di Ravenna. Visitiamola. Come è noto, una volta il mare si avanzava sino a poca distanza dalla città e, in grazia di questa vicinanza e dei corsi d'acqua e delle lagune, Ravenna godeva una sicurezza e un'importanza commerciale pari a quelle che più tardi dovevano fare la fortuna di Venezia. E come Venezia, Ravenna, di cui la fondazione risale a tempi favolosi, era originariamente in parte costruita su delle isole.

L'imperatore Augusto, conquistato da questa posizione topografica eccezionale, aveva deciso di riparare a Ravenna la flotta dell'Adriatico; di là l'origine del sobborgo di Cesare e di Classe, di cui il secondo prese il nome dalla stazione navale stessa. Per lunghi anni Ravenna serbò il monopolio del commercio nell'Oriente; poi, l'interramento del suo porto e circostanze politiche, finirono per produrre la sua decadenza, tutta a profitto di Venezia.

Da allora l'Adriatico si è ritirato a sette miglia dalla città, in guisa che non lo si scorge più da nessuna parte. Solo il vento umido, che giunge dal largo e passa al disopra delle foreste della costa, rivela la vicinanza del mare. Il punto stesso del vecchio porto non può più essere determinato con esattezza. Il nome d'una chiesa presso le mura della città, Santa Maria in Porto, e anche la piazza di Sant'Apollinare in Classe, sono le sole a indicare la regione, dove si trovavano un tempo i bacini e gli arsenali.

Per arrivare alla basilica di Classe bisogna percorrere circa tre miglia, in direzione nord-est. Da prima si traversa il Ponte Nuovo, al disopra del fiume Ronco; poi si scorge, a due miglia di distanza, in una solitudine completa, l'antica chiesa con a lato il campanile rotondo e cupo. Tutto all'intorno si stende una vasta pianura paludosa, d'aspetto severo e malinconico, rotta qua e là da risaie. Dalla parte del mare si scorge, come una cintura di un verde scuro, la celebre e immensa Pineta. Verso ovest s'innalzano all'orizzonte, lontano, le cime azzurognole degli Appennini.

Sant'Apollinare fu costruita nel 535 da Giuliano Argentario, al quale si attribuisce la maggior parte delle basiliche di Ravenna di quell'epoca. Nel 549, la chiesa fu consacrata dal patriarca Massimiano, il quale terminò anche San Vitale. Del portico quadrato che la circondava, non rimane più che la parte anteriore, la quale forma ora il vestibolo; questo, in tutte le vecchie chiese di Ravenna, è specificato col nome di Ardica (derivato da Narte). L'interno della basilica è magnifico; le sue proporzioni sono maestose e semplici. Ventiquattro superbe colonne di marmo greco, non tolte a templi antichi, ma scolpite espressamente per questo monumento e ornate di capitelli simili, separano le navate. Secondo l'uso primitivo, il tetto a travicelli non ha ornamenti. Lo spirito dei tempi antichi spazia su tutto il monumento, e questa impressione è vieppiù rafforzata dallo spettacolo di una lunga schiera di sarcofaghi nelle pareti delle navate laterali. Non ho visto in nessun'altra città, tranne ad Arles, una così grande quantità di sarcofaghi innalzati isolatamente nell'interno delle chiese. La vista di quelli di Sant'Apollinare ha immediatamente risvegliato in me il ricordo della famosa strada coperta di tombe della vecchia città provenzale.

Le urne funerarie di Ravenna si distinguono in maniera tutta speciale dai sarcofaghi romani dell'epoca cristiana. Roma ne possiede un gran numero, molto interessanti, in parte del secondo periodo del medio evo; se ne trovano nelle Grotte del Vaticano, nel museo di San Giovanni in Laterano e qua e là nelle chiese. Numerose tombe dei primi tempi del cristianesimo sono anche ornate da soggetti religiosi, scolpiti in rilievo. Le urne funerarie di Ravenna, invece, appartengono all'epoca gotica bizantina e anche all'epoca barbara, e quasi sempre sono dei sarcofaghi molto massicci, fatti di marmo greco, d'un bianco giallastro, senza ornamenti, tranne i simboli cristiani e una semplice iscrizione. A parer mio, nessuno di essi è improntato all'antichità pagana, come a Roma in alcune tombe papali. A Ravenna sono state tutte eseguite per lo scopo a cui erano destinate. Le loro forme, grandiose e originali, producono una profonda impressione; si direbbe che tali sarcofaghi, dalle volte sollevate e massiccie, abbiano servito di sepoltura a eroi goti, piuttosto che a patriarchi.

Sembra che l'arte della scultura fosse già spenta a Ravenna, avanti i tempi di Galla Placidia, poichè non la si ritrova viva che nei suoi rapporti diretti con l'architettura. L'arte di riprodurre figure si concentrò interamente nel lavoro del mosaico, e vi produsse, in quei tempi semi-barbari, una ricca e preziosa fioritura. Conforme all'uso cristiano, quei sarcofaghi venivano posti un tempo sotto il portico esterno della chiesa. Essi racchiudono i corpi dei patriarchi della città, dal V all'VIII secolo. A somiglianza di quanto si è fatto nella chiesa di San Paolo fuori le mura, a Roma, si sono ornati i muri delle navate di una fila di ritratti, rappresentanti la lunga serie degli arcivescovi di Ravenna; ma questa decorazione è di recente data. Come la lista dei Papi comincia da San Pietro, quella dei metropolitani di Ravenna si apre col missionario Apollinare, fondatore dell'arcivescovato. Il patrono e capo gerarchico di Ravenna era stato, secondo la tradizione romana, istituito vescovo da San Pietro, a Roma; era, dunque, discepolo del principe degli apostoli. Tuttavia, si rivendicò molto tempo per lui, contro San Pietro, la supremazia sul mondo cristiano; o, per essere più precisi, i vescovi di Ravenna suoi successori rifiutarono per vari secoli il primato di Roma. Le ricchezze temporali del seggio di Sant'Apollinare erano, d'altronde, considerevoli, poichè gli arcivescovi possedevano immobili lontani, perfino in Sicilia e in Oriente. Dopo la caduta del regno longobardo, come ho già ricordato, si eressero un momento a padroni dell'Esarcato, contro le pretese dei Papi.