Le rive melanconiche del Ronco conservano ancora il ricordo di un altro avvenimento storico, quello che ha segnato la giornata dell'11 aprile 1512, uno dei più terribili scontri che abbia insanguinato il suolo italico, una lotta così eroica che Teodorico e Odoacre stessi ebbero ad ammirare il valore dei combattenti. E' là che gli eserciti alleati degli Spagnoli e del bellicoso Papa Giulio II, correndo in soccorso del generale Marco Antonio Colonna, rinchiuso in Ravenna, furono assaliti dalle truppe di Luigi XII, re di Francia, comandate dal giovane Gastone di Foix. I Francesi riportarono la vittoria; ma la pagarono con la vita del loro illustre ed eroico generale.
I più celebri capitani dell'epoca, quelli che dovevano illustrarsi nel gran secolo di Carlo V, spagnoli, francesi, italiani, tedeschi, il fior fiore dell'aristocrazia, tutti presero parte alla battaglia. Un grande poeta, l'Ariosto, si trovava nel campo del duca di Ferrara, e colui che più tardi doveva essere papa Leone X, allora legato, fu fatto prigioniero.
Se Gastone di Foix avesse sopravvissuto alla sua vittoria, nulla gli avrebbe impedito d'impadronirsi di Roma e di Papa Giulio II. Ma la buona sorte che si è sovente attaccata alla Santa Sede, apportò un buon cambiamento; i Francesi vincitori furono bentosto vinti e costretti a lasciare l'Italia.
La colonna commemorativa che si vede ancora oggi sul campo di battaglia, sulla riva del Ronco, fu eretta nel 1557, per cura del governatore pontificio della Romagna, Donato Cesi, che divenne più tardi cardinale. Delle iscrizioni incise su medaglioni di arte molto mediocre ricordano il grande avvenimento.
Non ho, disgraziatamente, potuto visitare la celebre foresta di pini, conosciuta sotto il nome di Pineta. La foresta sembra risalire ad una lontana antichità. Si dice che già al tempo dei Romani se ne traessero i materiali per la gettata del porto. L'esercito goto vi accampò, quando Teodorico assediò Odoacre in Ravenna. La maggior parte si compone di boscaglie di piante diverse, in mezzo alle quali si innalzano gli alti fusti dei pini. I frutti di questi alberi racchiudono delle nocciuole, a forma di mandorle, di cui Ravenna fa un commercio molto esteso. Si calcola a diecimila il numero delle staia di tale frutto, che ogni anno vengono spedite fuori. Gli abitanti di Ravenna mi hanno fatto delle descrizioni incantevoli dell'interno selvaggio e deserto della loro Pineta, delle macchie nelle quali i cacciatori inseguono il cinghiale, e delle regioni in cui la foresta si avanza sino alla costa e viene a morire in riva a golfi pittoreschi, bagnati dal mare. Il bosco si estende lungo l'Adriatico per una lunghezza di ventiquattro miglia, dalla città di Cervia sino alla foce del Po, chiamata Spina o Spinetrium. Misura tre miglia nella sua maggior larghezza.
Noi abbiamo studiato i monumenti di Ravenna, seguendo il succedere dei tempi piuttosto che l'ordine topografico, e non ci siamo occupati che di qualcuno di essi, di quelli che caratterizzavano meglio la loro epoca. Abbiamo rilevato che la grande epoca guelfa non si ritrova quasi in nessun palazzo, in nessuna chiesa. Ma in mancanza di questi monumenti, gli abitanti di Ravenna mostrano con orgoglio, in un vicolo secondario, una piccola cappella funeraria, che essi non cambierebbero con la più bella cattedrale del mondo. Là è sotterrato, a lato di Galla Placidia e di Teodorico, il più gran genio dell'Italia, eroe e vittima della lotta dei Guelfi e dei Ghibellini, a cui ha innalzato un monumento imperituro.
Quand'anche Ravenna non avesse altra attrattiva che la tomba di Dante, e altra gloria che quella di aver offerto l'ultimo asilo al Poeta, ciò basterebbe a preservare eternamente il suo nome dall'oblio.
Fu nel 1320 che Dante, senza patria e nella più estrema povertà, si recò da Verona a Ravenna. In quei tempi, racconta il Boccaccio, un nobile signore, Guido da Polenta, era padrone di Ravenna, città antica e celebre della Romagna. Egli era molto erudito nelle scienze liberali, onorava grandemente gli uomini di valore e specialmente quelli che la loro alta istruzione poneva al disopra degli altri. Quando seppe che Dante, di cui la riputazione era da lunga data giunta sino a lui, si trovava in Romagna, nella miseria e nello scoraggiamento, decise, senza esserne stato da lui sollecitato, di offrirgli un asilo e di trarlo dalla sua situazione disperata. Sotto la benevola protezione di questo nobile signore, Dante abitò Ravenna per qualche tempo, quando aveva perduto ogni speranza di ritornare a Firenze.
Là egli formò un certo numero di allievi, nell'arte della poesia, sopratutto usando la lingua volgare, che, primo fra gl'Italiani, come afferma lo stesso Boccaccio, ha saputo elevare all'altezza che il greco Omero il latino Virgilio avevano conquistato per la loro lingua materna.
La famiglia Polenta era divenuta nel 1275 padrona della città, dominata per lo innanzi dai duchi dell'antichissima famiglia dei Traversari: Guido da Polenta era nipote della bella Francesca, che fu maritata a Giovanni Malatesta da Verrucchio, podestà di Rimini, e del quale il poema di Dante ha immortalato il ricordo. Il signore di Ravenna non prese in mala parte i versi, ove l'ombra di Francesca da Rimini appare tra le ombre votate alla dannazione eterna.