Dante finì la sua vita a Ravenna sotto la protezione di Guido.

Il palazzo dei Polenta è scomparso senza lasciare la minima traccia, e della loro dominazione non resta altro monumento materiale che la tomba del poeta. A parte questo ricordo, niente risveglia più il loro nome, se non una lapide incastrata nel muro della chiesa di S. Francesco; essa rappresenta un uomo vestito di una tonaca dei frati minori e porta questa iscrizione: «Hic jacet Magnificus Dominus Hostasius de Polenta qui ante diem felix obiens occubuit MCCCLXXXVI die XIV Mensis Martii. Cujus anima requiescat in pace.»

Le lotte combattutesi nell'anima ardente di Dante, le passioni che animano così violentemente la sua opera e che gli hanno impresso il segno di una tale incomparabile personalità, tutte queste agitazioni si erano ben calmate, quando il gran poeta venne a terminare i suoi giorni a Ravenna. La fine della sua vita fu consacrata alle pie ed alte meditazioni, alla Vita contemplativa.

Ivi egli compose i suoi salmi della penitenza e il suo Credo. Sembrava si fosse trasformato in penitente come aveva fatto l'imperatore Ottone III che, dopo aver visto crollare il suo potere su Roma, aveva rivestito il saio e si era rinchiuso per pregare nella cella di Sant'Apollinare. Quando sentì avvicinare la sua fine (si spense il 14 settembre 1321), domandò che lo si sotterrasse vestito dell'abito dei francescani. Per questo i frati minori lo considerano come uno dei loro; si ricorda, d'altronde, che nel suo poema egli si era già rappresentato cinto della corda di quest'ordine.

Guido da Polenta fece seppellire il Poeta in un sarcofago di marmo nel convento dei frati minori. Si proponeva d'innalzargli un magnifico monumento, ma questo progetto non fu eseguito. Durante i disordini nei quali la famiglia Polenta perì, la tomba fu dimenticata. Nel 1482 soltanto fu ricordato il dovere sacro che era stato lungamente trascurato. I Polenta erano stati cacciati. Bentosto annessa a Venezia, Ravenna fu governata da pretori della potente Repubblica. Uno di questi ultimi, Bernardo Bembo, padre del celebre cardinale, riprese il progetto di Guido da Polenta e fece innalzare al poeta, nel 1482, un bel mausoleo. E' quello che ci viene mostrato oggi, ma trasformato dai legati del papa nel XVII e XVIII secolo. Si sa, infatti, che i Veneziani cedettero, nel 1509, Ravenna alla Santa Sede, sotto il pontificato di Giulio II, che riunì anche Bologna al dominio di S. Pietro.

La tomba di Dante ha la forma di un piccolo tempio, sormontato da una cupola e fabbricato nello stile del Rinascimento. L'interno è ornato di bassirilievi e d'iscrizioni. Quattro medaglioni rappresentano Virgilio, Brunetto Latini, Can Grande della Scala e Guido da Polenta. In faccia alla porta di entrata si trova il sarcofago di marmo, e al disopra il medaglione in rilievo del Poeta.

La celebre iscrizione, da lui composta dice:

Jura monarchiae superos Phlegetonta lacusque
Lustrando cecini voluerunt fata quousque:
Sed quia pars cessit melioribus hospita castris,
Autoremque suum petiit felicior astris,
Hic claudor Dantes patriis extorris ab oris
Quem genuit parvi Florentia mater amoris.

La tomba è sempre chiusa. Il conte Alessandro Cappi, che mi accompagnò nella visita al mausoleo, mi raccontò che nella suo gioventù aveva visto a Ravenna lord Byron, allora innamorato della contessa Guiccioli. Mai, mi disse la mia guida, lord Byron non passava in vista della tomba, fosse pure a distanza, senza scoprirsi rispettosamente, e mi sovvengo ancora dei bei versi che egli ha dedicato alla sepoltura di Dante.

Ed è, infatti, un santuario a cui ogni uomo di animo elevato non saprebbe avvicinarsi senza commozione, un luogo di pellegrinaggio e di raccoglimento per tutti coloro che sono capaci di comprendere e ammirare il genio creatore del Poeta, tanto potente da innalzare al disopra delle tempeste e delle passioni un ideale eterno di calma e di sublime serenità.