Intanto, nel palazzo all'isola si viveva semplicemente, senza destar preoccupazioni; Paolina, l'anima della società, dava ogni tanto una festa. Ma, affine di risparmiar danaro, il treno di casa era stato ridotto, qualche progetto di costruzione pure veniva sospeso e si vendeva persino un parco d'artiglieria. L'Imperatore stava tutto ingolfato tra le carte, i giornali ed i rapporti. Il suo piccolo studio aveva lo stesso aspetto, di quello alle Tuileries; l'uomo era pur sempre lo stesso, era Napoleone, che ruminava in fondo all'animo progetti colossali, piani di battaglia ed idee che dovevano sconvolgere il mondo.
In tal modo egli se ne stava nella piccola cameretta della sua casa di Portoferraio, sul tetto della quale sventolava il modesto vessillo dell'Elba, bianco ed amaranto colle api imperiali, mentre nello stesso tempo l'alta diplomazia sedeva a congresso a Vienna. Tutte le potenze d'Europa sono dietro il tavolo verde, mettendo in movimento mille penne e mille lingue; tutto il mondo è un protocollo ed un campo di lotte diplomatiche e tutto questo per il piccolo uomo dell'Elba. Questi, in silenzio e dimenticato, solo come un mago nella spelonca ove evoca spiriti invisibili, mandandoli fuori e ricevendoli di ritorno; quelli avvolti dal frastuono delle feste della vittoria e dei dibattimenti. Così passavano i mesi. Ad un tratto il piccolo uomo di ferro all'Elba si alza dal tavolo suo: il Congresso non è più; i principi ed i diplomatici si dividono ed il mondo torna ad essere di nuovo un campo di guerra infuriato.
Napoleone era informato di tutto quanto avveniva in Francia ed a Vienna; sul principio dell'anno 1815 la discordia minacciò di mettere gli alleati in guerra fra di loro. L'Austria, la Francia e l'Inghilterra si impegnarono per mezzo di una convenzione segreta contro la Russia e la Prussia. La Francia esigeva pure la restaurazione dei Borboni a Napoli. Il trono di Murat vacillava; egli si offrì quindi naturalmente quale alleato a Napoleone, per fare appello a quella unità d'Italia, a capo della quale egli avrebbe dovuto esser posto.
La parola terribile di Sant'Elena era già arrivata alle orecchie di Napoleone. Il partito era preso nell'animo suo. Egli divenne sempre più solitario; evitava di parlare a Campbell. Egli lo riceveva solo di rado e soltanto quando l'inglese ritornava da Livorno, ove andava qualche volta. Una nave da guerra francese incrociò allora intorno all'isola per spiare Napoleone, del quale si cominciò a dire che preparasse uno sbarco in Italia; invece la corvetta inglese, che era a disposizione di Campbell, navigava continuamente tra l'Elba, Genova, Civitavecchia e Livorno, su e giù.
Napoleone stesso, come sovrano dell'isola, possedeva dei navigli da guerra, cioè quattro bastimenti; essi veleggiavano spesso, manovrando sul mare, sotto il nuovo vessillo dell'Elba, che era rispettato anche dai barbareschi; spesso essi portavano ai capitani dei bastimenti elbani dei regali, dicendo che pagavano il debito di Mosca. L'Imperatore mandava di frequente fuori le navi, per nascondere i suoi propositi; ed egli tanto li nascose che solo Bertrand e Drouot furono a parte del segreto e lo conobbero appena 24 ore prima della partenza. Alle donne non fu detto niente; nella vicina Corsica lo sapeva soltanto Colonna, l'amico di Paoli e confidente di Napoleone.
La decisione d'imbarcarsi, di uscire da quella squallida solitudine, andando incontro a nuovi combattimenti da giganti, dovette essere una terribile scossa per l'anima di Napoleone, simile a quella di Cesare, quando passò il Rubicone. Certo fu uno di quei tratti disperati che si qualificano a seconda dell'esito, o come audacemente eroici e grandi, o come folli ed avventurosi. Tali momenti, nei quali un uomo deciso va incontro al suo destino a corpo perduto, conquistano tutto il nostro interesse, e, se l'impresa riesce, l'audacia stessa sembra che raddoppi la grandezza dell'eroe. Simile a quel Fernando Cortez, che lasciò bruciare dietro a sè i bastimenti, ci appare ora Napoleone, ed in verità egli andò alla conquista della Francia ed alla guerra contro gli eserciti delle potenze europee, con poche truppe di più di quelle che aveva l'avventuroso grande spagnolo quando si trattava di domare i selvaggi indiani. Certamente, due suoi grandi eserciti già stavano in Francia: il fascino del suo nome e l'odio contro la restaurazione.
Era di sabato, il 26 febbraio; Paolina dava appunto un ballo; le guardie e le altre truppe, 800 uomini, stavano in tenuta di marcia sulla Piazza d'Arme; sette bastimenti erano pronti per la partenza in porto; l'Imperatore appariva irrequietissimo; il piccolo uomo andava su e giù, alla finestra, guardava il cielo e il golfo che è mosso dalle onde muggenti. Le guardie ricevettero finalmente l'ordine di imbarcarsi! Alea jacta est.
Erano le otto di sera quando Napoleone scese dalla banchina nella barca.
Qui, nel momento in cui l'uomo poderoso prende il mare, per tentare gli Dei per la seconda volta, a me sembra che una voce gli gridi dietro: «La triste, eterna legge del fato dispone per tutte le cose, che quando esse hanno raggiunto l'apice, ricadano nel fondo più presto di quanto sono salite». La voce è quella di Seneca, di quell'antico uccello della disgrazia, che ha un diritto speciale di lanciare dietro a Napoleone questa massima, poichè egli vide finire in modo terribile i grandi della terra, l'imperatore Tiberio, l'imperatore Caligola, l'imperatore Claudio e Cesare Germanico, poichè egli rimase per otto anni in esilio in Corsica e studiò la saviezza e conosceva la natura per esperienza profonda, e così poteva predire pure la fine delle cose napoleoniche. Napoleone si allontanò veleggiando, non veduto dalla corvetta inglese, che era a Livorno. Il mare era grosso. Si sperava di aver passato la Capraja prima dello spuntar del giorno; però il vento cessò e al giorno si era ancora in vista dell'isola; solo alle 4 della sera circa si arrivò all'altezza di Livorno e subito si scorsero due fregate e poi una nave da guerra francese, la Zephir, che veniva incontro. Gli equipaggi volevano abbordarla, Napoleone però impose loro di nascondersi sotto coperta. Lo Zephir domandò alla nave ciò che c'era di nuovo all'Elba e Napoleone stesso rispose con la tromba: «L'Imperatore sta molto bene». Così sfuggi felicemente al pericolo.
Prima del suo imbarco egli aveva già redatto due proclami all'esercito ed al popolo francese; ma poichè non si poteva decifrarli, egli li buttò in mare e ne dettò altri due. Tutti coloro che sapevano scrivere ne fecero copie; si vedeva a bordo chi scriveva sulle trombe, chi sui colbac dei granatieri e sui banchi. Era una scena curiosa quella, chi si svolgeva sull'Inconstant,—questo era il nome del bastimento di Napoleone e della sua fortuna.