In questo castello imprendibile portò Kokalus il suo tesoro.
L'Agrigento ellenica sorse nei due anni della 49ª olimpiade (582) come città coloniale della vicina Gela, e presto superò in importanza la città madre: avendole dato un rapido sviluppo il commercio con Cartagine.
Gli Agrigentini avevano prima una forma oligarchica di governo secondo gli statuti di Charondas di Katana, che durò fino a che Falaride la mise in mano ai tiranni. Quest'uomo straordinario era Cretese di nascita. Incaricato della costruzione del tempio di Zeusi Polieus, si giovò di questa impresa che gli metteva a disposizione denaro e uomini, nonchè il punto più forte della città.
Egli assoldò dei mercenari, armò i prigionieri e mentre che si celebrava la festa di Cerere, si rese signore e tiranno di Agrigento. Ai Greci era così odiosa la monarchia, che concepirono Falaride come un mostro favoloso, e la sua crudeltà diventò proverbiale.
A tutti è nota la leggenda del toro di bronzo arroventato, che Perillo dovette costruire per quel tiranno a fine di farvi morire dentro gli stranieri e le persone a lui nemiche.
Il toro d'Agrigento e l'immagine del toro di Dedalo furon rimandati a Creta e di poi alla vicina Cartagine, dove furono sacrificati degli uomini nei fianchi del toro.
Che il toro di Falaride esistesse veramente lo afferma Diodoro. Egli racconta: Himilkone lo ha spedito a Cartagine dopo la conquista di Agrigento, ma Scipione, 260 anni dopo, in seguito alla distruzione di Cartagine, lo ha ritornato agli Agrigentini.
Il toro di Falaride ha servito a Luciano per due dialoghi satirici, dove egli fa comparire degli inviati del tiranno in Delfi i quali portano come offerta al Dio quella macchina infernale, e il crudele tiranno vi è presentato come un uomo giusto; egli, inoltre, per bocca dei sacerdoti, fa comparire il dono del feroce come un'assai religiosa offerta.
Non è facilmente possibile potere spingere più oltre la malignità contro la Chiesa come Luciano ha fatto in questi suoi scritti.
Falaride fu potente e crudele, ma anche egli col tempo, circa verso la metà del VI secolo a. C., si distinse a guisa degli altri tiranni greci come uomo d'intelligenza, e visse nella compagnia di filosofi e artisti.