Si raccontano di lui dei tratti di generosa magnanimità come la storia di Menalippo e Cariton che ricorda quella Dionisia di Damon e Pitia, e quella che viene ricordata dal famoso Stesicoro. Falaride, che aveva assoggettate tante città, si alleò una volta con quelli d'Imera, a patto che essi dovessero eleggerlo a loro capo e potersi così vendicare dei loro nemici. A ciò si oppose Stesicoro: egli venne al popolo e raccontò una favola. Un cavallo pascolava una volta, solo, in un campo; venne il cervo, più forte, e lo cacciò via. Il cavallo andò per aiuto dall'uomo e lo pregò di castigare il cervo. Bene, disse l'uomo, però tu mi devi portare sul dorso. Il cavallo acconsentì, si vendicò così del cervo con l'aiuto dell'uomo, ma portò per sempre il morso che questi gl'impose e subì il suo dispotico dominio.
«Così, disse Stesicoro, volete somigliare anche voi al cavallo della favola, o uomini d'Imera; voi dovete ben riflettere prima di sottomettervi al giogo di Falaride». Gli Imeresi rifletterono, infatti, e quindi abbandonarono ogni idea di alleanza col tiranno.
Però, poco dopo cadde il poeta in suo potere e gli fu condotto davanti. Ma non gli fece alcun male, bensì gli offrì ospitalità e ricchi doni, prendendo molto diletto a' suoi sapienti discorsi, e all'armonia dei suoi canti, e lo licenziò quindi con ogni onore.
Assai importante appare l'influenza che i filosofi avevano sui tiranni di Sicilia. Come nei tempi favolosi gli eroi erravano pel mondo per distruggere i mostri, così più tardi i filosofi viaggiavano pel mondo per liberarlo dai tiranni.
Il cómpito della filosofia è sicuro: liberare l'umanità da ogni specie di tirannia, e questo scopo è chiaramente espresso nelle antiche relazioni dei famosi viaggi compiuti dai Pitagorici e dagli Eleusini. Vanno verso Falaride Demostene, Zenone di Elea e Pitagora per ammonirlo, allontanarlo dalla tirannia, e rivolgerlo alla virtù. Nella vita di Pitagora sono narrati i ragionamenti che un filosofo ebbe con Falaride. Egli paragonò i cattivi e i buoni modi di vivere, gli scopi, le capacità, le imperfezioni e le passioni dell'anima, rese manifesta l'onnipotenza di Dio dalle sue opere, e convinse così l'incredulo tiranno.
Egli non tacque del castigo che aspetta ai violatori della legge, e parlò molto sul giudizio divino e sulla virtù, sulle vicende della sorte e della bramosia degli uomini pel possesso e la sovranità.
Ai discorsi dei filosofi rispondeva così il tiranno geniale: «Per la signoria è come per la vita. Nessuno vorrebbe nascere se sapesse anticipatamente il martirio della vita, però appena si è nati non si vuol più morire; così nessuno vorrebbe essere tiranno, se conoscesse anticipatamente la pena che soffrono i tiranni; appena però lo si è divenuti, non si può più cessare di esserlo».
Si ricordano le parole profonde che un siracusano rivolse a Dionisio. Quando questi una volta era in dubbio se deporre la sovranità o no, uno dei suoi amici gli disse: «O Dionigi, la tirannide è una bella veste da morto!»
Il presente, così mi sembra, fa rivivere quei tempi della tirannide con un esempio visibile nel ricordo: esso mostra che la natura umana è eternamente la stessa. Quando si paragonano i due grandi periodi della tirannide, la ellenico-sicula e la medioevale, che si equivalgono, con l'apparizione della nostra giovane tirannide nei suoi intrighi e nelle sue macchinazioni, si vede che nulla è nuovo sotto il sole. È cessata solamente la vecchia libertà dei discorsi filosofici e i nostri professori di filosofia adesso non fanno che creare o combattere dei sistemi e delle chimere, che non hanno nessun potere sulla felicità dei popoli.
Una favola dice che Falaride perdette la vita per una parabola di Pitagora. Parlava una volta, il gran filosofo, alla sua presenza e a quella dei cittadini della paura degli uomini davanti ai tiranni e dimostrò come essa fosse senza fondamento con l'esempio dei colombi, che, paurosi, fuggono davanti lo sparviero e invece potrebbero metterlo in fuga se essi contro di esso coraggiosamente si volgessero.