Gli Agrigentini, che avevano a temere i loro primi assalti, assoldarono lo spartano Dexippo con 1500 uomini e chiamarono pure dei mercenari campani.

Annibale e Imilcone accamparono davanti la città, ad ovest del colle di Minerva, da ogni parte e al di là dell'Akaragas; fecero costruire un baluardo, facendo distruggere all'uopo i monumenti funebri. Cadde però il fulmine sulla tomba di Tirone, la peste scoppiò nel campo e colpì lo stesso Annibale: questi cattivi presagi gettarono un panico superstizioso nell'esercito.

Imilcone proibì allora la distruzione delle tombe, offrì al Moloch, in espiazione, un ragazzo e per Poseidone fece affondare nel mare molti animali.

Mentre i Cartaginesi investivano Agrigento, i Siracusani mandavano in suo soccorso il loro generale Daphnaus con truppe.

Egli battè gli Africani che gli si fecero contro e Agrigento sarebbe stata salva se i suoi corrotti generali avessero fatto una sortita dalla città. Ma essi invece fecero il possibile perchè il nemico si mettesse in salvo nel suo campo. Il popolo sollevatosi lapidò i traditori.

Avendo Daphnaus bloccato i Cartaginesi, questi videro sorgere il pericolo di morir di fame. Però il caso li aiutò, giacchè le navi cartaginesi catturarono il carico di grano che doveva approvigionare Agrigento. I cittadini avevano usato con prodigalità dei viveri, anzitutto perchè non abituati alle privazioni e perchè poi si cullavano nell'idea della prossima fine dell'assedio.

Fu consumata presto la provvisione dei viveri. Però non questo bisogno, ma la mancanza di forza difensiva propria abbattè la città; i mercenari la tradirono.

Prima disertarono al nemico i Campani, sotto pretesto che era scaduto il loro tempo di servizio; si allontanarono poscia anche Dexippo e Daphnaus. Agli Agrigentini allora mancò l'animo. I loro capi, dopo essersi assicurati che i viveri erano finiti, comandarono al popolo di abbandonare, tutti insieme, nella notte seguente la città. Avvenne l'inaudito; così presto si scoraggiò questo popolo numeroso che esso, invece di tentare tutto il possibile, come più tardi fecero Siracusa e Cartagine, si coprì dell'onta di abbandonare al nemico la fortissima città con tutti i suoi tesori. Venuta la notte, uscì il popolo: uomini, donne, fanciulli, empiendo l'aria di grida di dolore. Tanta era la paura e così vile l'animo loro, che non si curarono dei congiunti ammalati e dei vecchi deboli.

Molti cittadini però rimasero e si diedero la morte per perire almeno nella dimora dei loro padri.

La folla del popolo si avviò verso Gela con una scorta di armati, e si videro le ragazze educate tanto mollemente, camminare a piedi.