La statua è lunga quasi 30 palmi e rivela molto bene lo stile egiziano, finendo in punta al basso, e tiene i piedi uniti. Ricorda perciò i giganteschi monumenti di pietra di Menfi e di Tebe; e quella figura di gigante dalla forma strana appare come il dio stesso che si sia posto a dormire l'ultimo sonno sotto le rovine del suo tempio, e nè terremoti, nè lotta di elementi, nè lo strepito della storia del genere umano lo possono svegliare. Diodoro ha descritto la meravigliosa costruzione. I templi sacri, e specialmente quello di Giove rivelano la bellezza della città in quel tempo. Tutti gli altri sono bruciati o distrutti, perchè Agrigento fu spogliata diverse volte. L'Olimpion rimase senza tetto, perchè in quel mentre sopravvenne una guerra. Dopo la distruzione della città, gli Agrigentini non vi tornarono per completarlo.
È lungo 340 piedi e largo 60 (secondo Winkelmann dev'essere 160) alto 120 senza le fondamenta. È il più grande di Sicilia e a cagione della robusta costruzione può anche mettersi a paro di quelli forestieri. Benchè l'edificio sia incompiuto, la sua pianta è chiara. Mentre in altri la casa del tempio è circondata da sole pareti o attorno alla divinità da colonne, questo ha ambedue i sostegni. All'esterno sono poste delle colonne in giro alle pareti, nell'interno del tempio sono quadrangolari. La parte esterna delle colonne, le cui scannellature sono così larghe da potervi stare un uomo, ha una circonferenza di 20 piedi, quella interna 12 piedi. Nel frontone dalla parte di levante era rappresentata la lotta dei giganti in bei rilievi, e dalla parte di ponente la presa di Troia. Le figure sono conformi al carattere di ogni protagonista. Le rovine e le fondamenta dell'Olimpion sono sufficientemente autenticate dalle indicazioni di Diodoro. Il tempio posava sopra cinque gradini come sopra un piedistallo ad esso proporzionato; aveva una lunghezza di 417 palmi e una larghezza di 203. Fu l'unico della specie dei pseudoperipteri; lo circondavano delle mura nelle quali erano incastrate 14 mezze colonne scannellate, di grandi proporzioni.
Alle mezze colonne all'esterno corrispondevano dei pilastri quadrati all'interno. Dalla parte di levante, dove in altri si praticava l'entrata del tempio, Serradifalco contò il numero dispari di 7 mezze colonne, disposizione questa veramente fuori del comune.
Egli è d'opinione che l'entrata fosse dalla parte di levante e l'architetto avesse tolto la colonna dispari del centro per avere la porta da quella parte. Benchè la larghezza di essa nei templi dorici fosse ordinariamente più grande del doppio intercolunnio, l'architetto si ingegnò in quel modo, non interessando tale regola pel pseudoperiptero.
L'interno era diviso in tre parti, nel senso della lunghezza, per mezzo di due file di pilastri, uniti con dei muri, sicchè il centro veniva destinato alla cella e le ali servivano da peristilio. Non si è potuto sapere dove erano collocati quei giganti, dei quali alcuni hanno aspetto femminile, con i lunghi capelli; se addossati ai pilastri o attorno alla cella. Non essendo rimasto altro dei grandi rilievi del frontone che dei frammenti rovinati, così l'unico resto di scultura dell'Olimpion è dato da tale cariatide.
È molto da rimpiangere la perdita di quelle sculture, perchè se si fossero conservate, sarebbero state insieme con la metope di Selinunte un grande acquisto per la storia dell'arte. Il caso forse potrà far rinvenire qualche loro resto.
Tornando verso il tempio d'Ercole, in prossimità del taglio praticato nelle mura, si scorge la tomba di Tirone. È un monumento quadrangolare di blocchi calcarei, costituito di due costruzioni sovrapposte: la sottostante non è cementata, è divisa da un cornicione dalla superiore, la quale finisce in una piattaforma e chiude il monumento. In ogni angolo è una colonna scannellata con capitelli ionici e basi attiche.
Verosimilmente questo edificio è un cenotafio del tempo dei Romani, e possono anche aver ragione coloro che sostengono, sia stato il monumento di qualche cavallo.
Non lungi, verso sud e presso il mare, sono le rovine del tempio d'Esculapio dove una volta era l'Apollo di Mirone, che Imilcone portò a Cartagine, e Scipione ridonò agli Agrigentini, e che Verre finalmente rubò.
Sono questi i resti dell'antica Agrigento che si trovano fuori le mura. La lunga linea di templi che vi sorgono deve aver offerto altra volta uno splendido panorama a quelli di Eraclea, cioè a quelli che venivano dal mare, che percorrevano prima gli ubertosi campi e vedevano poi al di là delle mura i templi, i sacri protettori della popolosa città, che copriva le colline con le sue strade e con i suoi splendidi edifici, e che finiva da una parte col tempio di Minerva sulla rupe più alta, a levante, e a ponente con l'Acropoli. Fino alle più piccole rovine di questa città interna sono scomparse. Il suolo è coperto ovunque di vigneti, e fra di essi vengono tirate fuori continuamente monete, vasi e altre antichità.