Il libro è riuscito discretamente completo, specialmente per il numero uno. Ma, come mi comunica lo stesso sig. Vigo, ne è in preparazione una nuova edizione con l'aggiunta di molti altri fiori, e molte altre canzoni di briganti e di vendette, di cui la Sicilia è molto ricca e che potranno servirci per un interessante confronto con le belle canzoni còrse sullo stesso soggetto. Mi aveva già colpito il fatto che in tutta la raccolta del Tigri non vi sia una sola canzone di soggetto storico; ora lo stesso fatto ho riscontrato nel Vigo. Il canto popolare italiano tratta quasi esclusivamente d'amore. L'eterno splendore del cielo e la svegliatezza di mente degli Italiani sono poco favorevoli allo sviluppo della leggenda e della ballata, e poi la quantità, la grandiosità e l'esattezza dei fatti storici in questa patria della storia non consentono il fiorire della leggenda storica. Ed il popolo canta un avvenimento storico solo quando la leggenda se ne è impadronita e lo ha trasformato.
Nelle montagne d'Italia ho trovato innumerevoli rovine di antichi castelli, ma neppure una di queste rovine è popolata di leggende popolari propriamente dette, come accade in Germania ed in Inghilterra. Ma all'incontro non c'è luogo in Italia che non abbia negli annali storici una derivazione antichissima, e pochi che non abbiano la loro storia speciale stampata e assai diffusa, con dilucidazioni archeologiche che sono le peggiori nemiche delle Muse, come il fumo lo è per le api.
Il Vigo ha molto saggiamente aggiunto ad ogni poesia il paese donde essa proviene, e solo alcune città sono rimaste, e non per sua colpa, prive di qualche saggio in questa raccolta. Solo una poesia ho trovato di Siracusa, nessuna di Agrigento, Taormina, Cefalù e Monreale. Le più numerose di tutte sono quelle della patria dello stesso Vigo, Aci Reale, una delle più incantevoli cittadine del mondo, posta in un piccolo paradiso ai piedi dell'Etna, non lontano dal mistico Aci, dalle sorgenti sacre e dirimpetto all'isola dove Polifemo languiva per Galatea. Se si è veduto quel paese dove le rose fioriscono perennemente, pieno di aranci e di viti, non fa più meraviglia che in mezzo a quel popolo le Muse abbiano un così dolce e melodioso canto. Dopo Aci i migliori saggi ci vengono da Messina, da Catania, dallo stesso Etna e poi da Palermo, Mineo, Raffadali, Lentini, Termini, Modica, Bronte, Itala, Piazza, Siculiana, Aderno e da molte altre città che un tempo ascoltarono la Musa dell'Ellade. Se i grandi poeti siciliani, Stesicoro e Teocrito, se gli stessi Pindaro e Simonide ascoltassero le canzoni che ancora oggi, dopo più che duemila anni, fioriscono sulle rovine delle città greche illustri, cantate da un'altra razza, non potrebbero rifiutare il loro applauso. Le antiche fogge dell'ode sono scomparse e solo la canzone bucolica si è rinnovata per virtù del Meli. La strofa artistica si è trasformata nell'ottava rimata; la Musa ha cambiato lineamenti, ma anche la nuova è bella, piena d'espressione, di spirito e di sentimento. Perchè la Musa è immortale, come la Natura, ed il cuore degli uomini che canta sotto la guida di lei, i suoi dolori e le sue gioie.
Se si paragonano le canzoni amorose raccolte dal Vigo con i rispetti pubblicati dal Tigri, si rimane sorpresi dalla loro somiglianza. La concordanza di queste forme popolari è una prova evidentissima della unità della nazione italiana. L'unica confederazione che abbia salde radici è quella della poesia. Una storia sanguinosa ha dilaniate le sue provincie, la politica delle altre nazioni, ed anche quella interna dei vari Stati, ha resa sempre più profonda la separazione; il regionalismo divide ancora una città dall'altra, la mancanza di industrie, di commerci e di strade allontana territori vicini, ed anche intellettualmente mancano all'Italia le grandi ed universali correnti intellettuali che mantengono stretti i rapporti. E ciò non ostante nella poesia popolare degli Italiani, c'è un'impronta nazionale indistruttibile, che afferma con energia davanti a tutto il mondo l'unità della Nazione. La canzone popolare è il tesoro dove la nazionalità conserva le sue inalienabili pietre preziose. Infatti leggi, diritto, libertà, istituzioni politiche e cittadine si cancellano e si distruggono lungo il corso degli avvenimenti storici, ma la lingua, con la quale il popolo parla e canta, è un elemento che dura fin che quel popolo dura. In questo senso della nazionalità le due raccolte di poesie toscane e siciliane sono un significantissimo documento storico dell'intima unità del popolo italiano e di tutto ciò che i Latini ed i loro discendenti indicano con la parola indoles.
Si leggano queste poesie e si vedrà di quanta nobile, fine e delicata cultura di cuore è capace questo popolo che pure è costretto a vivere sotto così dolorose condizioni politiche e cittadine, e quasi senza istruzione di sorta. Si ripete fino alla nausea il fatto di viaggiatori di tutte le parti del mondo che hanno veduto l'Italia solo dalla diligenza, trattenendovisi un paio di mesi o solamente un paio di settimane e percorrendola solo sulle grandi strade maestre, e poi scrivono dei grossi volumi sulle condizioni di questo popolo, ripetendo continuamente le stesse frasi, forse per vendicarsi di qualche brutto tiro giuocato loro dagli albergatori di campagna. Ed essi conoscono l'Italia, come conosce Roma chi l'ha veduta una sola volta di notte alla luce di uno zolfanello. Per imparare a conoscere un popolo, si deve saper scrivere e saper parlare con esso, e si deve frequentarlo nelle sue feste e nel suo lavoro, nei monti e nelle valli. La poesia popolare è una landa che la civiltà falsificante non ha ancora profanata.
Le stesse sensazioni, lo stesso concetto degli uomini e delle cose, la stessa poetica rappresentazione delle cose, lo stesso culto dei sentimenti, specialmente riguardo alla cavalleresca galanteria verso le donne, dominano in questi canti popolari e la stessa espressione del pensiero poetico si trova in Toscana, nel Lazio, nella Corsica, in Sardegna ed in Sicilia. Questo culto poetico procede con la stessa unità, come il culto religioso; e come l'anima popolare mostra ovunque in Italia le stesse tendenze, così anche le forme poetiche sono pressochè uguali anche a traverso qualche particolarità locale. Le stanze della Toscana hanno per esempio, oltre le modificazioni già accennate, la caratteristica di ripetere il concetto principale, ciò che dà loro una bella impronta popolare. Il ritornare sembra che sia proprio caratteristico della Toscana. Ma nell'insieme la poesia popolare italiana ha un comune stile architettonico.
La forma italiana è più ricca di quella esclusivamente trocaica degli Spagnuoli e di quella così monotona nell'insieme dei Serbi e dei Greci. La poesia popolare italiana ha la forma della stanza epica, e rappresenta la base immediata della poesia letteraria, che nei suoi momenti più gloriosi non è altro che la perfezione delle stanze popolari: un fatto questo che è della più alta importanza perchè dimostra che in Italia la poesia letteraria e quella popolare non sono divise da nessun abisso. Da noi in Germania le poesie di Schiller e di Goethe, come prodotti di una perfetta cultura letteraria, sono molto lontane da quegli strati in cui fiorisce la canzone popolare; in Italia invece i capolavori perfetti del Tasso e dell'Ariosto non sono affatto separati dalle regioni che hanno dato origine alle poesie raccolte dal Tigri e dal Vigo. In molte ottave popolari io trovo frequentemente concetti che ho già veduti nella poesia letteraria. E quindi od essi sono proprietà originaria del popolo, od il poeta popolare li prende a prestito dall'alta poesia perchè non discordanti da tutto l'insieme della vena popolare. Per esempio in una canzone di Raffadali trovo:
Vinissi chiddu patri chi ti fici,
Fari non nni po' chiù, persi la stampa.
ed Ariosto dice: